Domenica

Porcospino doppio e filosofico

Letteratura

Porcospino doppio e filosofico

Rannicchiato tra le radici di un baobab, Ngoumba il porcospino racconta la sua vita, sorpreso di averla ancora. La racconta al grande albero che domina la savana, là dove convergono tante storie tradizionali della brousse. Quelli come lui, i “doppi”, dovrebbero morire insieme al loro alter ego. Un’imprecisata stregoneria congolese infatti fa sì che alcuni uomini abbiano un animale custode (più peloso di un angelo ma sostanzialmente la professione è la stessa) pronto ad accorrere in caso di bisogno - il «doppio pacifico» - ma altri siano indissolubilmente legati a doppi nocivi, i più esagitati, i più temibili, destinati a mettere in pratica ogni nefando proposito del proprio compagno. E a morire con lui.

Questo è toccato in sorte all’acuminato Ngoumba, che di per sé sarebbe stata una bestiola calma e riflessiva, che amava meditare dentro qualche tana, manipolare concetti astratti, abbracciare con uno sguardo la fauna in subbuglio, guardare il tramonto, chiudere gli occhi e ascoltare i grilli fino al mattino, quando l’avrebbe svegliato il finire delle cicale. Niente da fare. Il tremendo padre di Kibandi fa bere all’undicenne una disgustosa pozione che ne sancisce l’iniziazione e da quel momento diventa «un fantoccio, una specie di involucro rotto il cui contenuto evaporato aspettava chissà dove il momento di ricongiungersi al suo doppio»: fine della bella vita da porcospino. Ngoumba deve occuparsi dell’ormai insonne ragazzino.

All’inizio non è difficile, finché l’adorata mamma di Kibandi è in vita questo sta buono, ma poi è sopraffatto dall’altro sé, quello cattivo, che non è il porcospino ma «un clone bulimico che corre senza posa, scavalca fiumi d’un balzo, si rintana nel fogliame quando non ronfa nella capanna dell’iniziato», sempre più insaziabile di sangue (i personaggi di questa storia infatti non solo hanno un doppio, ma sono doppi anche al loro interno). Per il servizievole quadrupede sono tempi duri, ha gli aculei a mezz’asta, si sente in colpa, ma essendo un mero esecutore se ne fa una ragione, seppur vergognandosi che il suo lato umano prenda il sopravvento su quello animale. Del resto anche «i cugini primi delle scimmie» - come chiama gli uomini il porcospino, che non ha un’opinione di loro migliore di quella che hanno loro della sua specie - per mettere fine alla follia omicida di un iniziato approfittano di analoghi giochi di specchi e ne uccidono il doppio animale, così da non avere la morte di un proprio simile direttamente sulla coscienza. E rocambolescamente tutto fila dritto, senza nemmeno un punto a fermare le confessioni, fino a quando Ngoumba deve infilzare il neonato Youla...

Memorie di un porcospino, che si scoprirà poi essere il seguito di Pezzi di vetro, ora riproposto nella nuova traduzione di Daniele Petruccioli, è il più “africano” dei romanzi di Alain Mabackou che, senza perdere la sua ironia solo apparentemente leggera e scanzonata, sa passare con agilità dal più nero noir (African Psycho o Zitto e muori) al romanzo di formazione (Peperoncino, Domani avrò vent’anni) alla commedia umana (Black Bazar), alla favola filosofica appunto, che mantiene gli stilemi della narrazione orale con protagonisti animali e storie moraleggianti (sagaci i detti dell’anziano governatore dei porcospini) e non si fa mancare neppure gli insulti in lingua bemba. Come sempre però la sua narrazione è infarcita di giochi metaletterari, citazioni e rimandi alla letteratura mondiale, da La Fontaine a Quiroga, da Hemingway a Cervantès, da Poe a Victor Hugo, a Céline. Un’attitudine cannibalica (valorizzata da Petruccioli traducendo splendidamente regard de braise col dantesco «occhi di bragia») che ha in Mabanckou un maestro.

Il “saccheggio” e il riutilizzo straniato di frammenti provenienti dalla cultura occidentale o mondiale è una caratteristica di molta letteratura e arte dell’Africa occidentale ma anche orientale (si veda ad esempio Puoi fare e creare. Fai di Binyavanga Wainaina, pubblicato sulla Domenica il 14 giugno 2015) e diventa in uno scrittore come Mabanckou quasi un manifesto di poetica. Un modo per appropriarsi del mondo degli invasori e ricrearsi un’identità non giustificabile solo con un’educazione che - come lui stesso si diverte a ricordare - prevedeva che i piccoli congolesi della sua epoca studiassero a scuola le gesta di nos ancêtres les Gaulois (dei nostri antenati, i Galli). Del resto, si legge nelle ultime pagine di Memorie di un porcospino: «Pezzi di vetro era convinto che i libri che sopravvivono più a lungo sono quelli capaci di reinventare il mondo, di rivisitare la nostra infanzia, di interrogare le Origini».

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