Domenica

La Chiesa lavora per il lavoro

dottrina sociale cristiana

La Chiesa lavora per il lavoro

Partecipe. Papa Francesco in visita a un  grande complesso industriale. Il pontefice ama dialogare con imprenditori e operai
Partecipe. Papa Francesco in visita a un grande complesso industriale. Il pontefice ama dialogare con imprenditori e operai

Erano i giorni in cui sostenevo gli esami di maturità liceale, in un caldo luglio del 1961 segnato proprio dalla tragica morte di Hemingway, come avevo scoperto sogguardando i titoli del giornale che un docente leggeva mentre noi eravamo sottoposti a un esame scritto. Superato quel varco, allora tutt’altro che agevole soprattutto per noi seminaristi classificati tra i privatisti, costretti a portare tutte le materie dell’intero triennio, si era aperta una vacanza di letture libere. Fu in quell’occasione che incontrai un romanzo suggestivo tradotto l’anno prima in italiano (credo nella «Medusa» mondadoriana). Era emblematico già nel suo titolo: Il ponte sulla Drina. L’aveva composto nel 1945 uno scrittore serbo-croato, Ivo Andrić, che aveva ricevuto il Nobel proprio nel 1961 e che morirà a Belgrado nel 1975.

Di quel romanzo – che ha per protagonista il giovane Mehmed Ali, un cristiano deportato dai turchi e destinato a diventare vizir e a erigere proprio quel ponte sul fiume che segna il confine serbo-bosniaco – mi è rimasta inchiodata nella memoria una parabola musulmana evocata nel capitolo XVI. In sintesi, essa narra la creazione della terra da parte di Allah con l’argilla, un’immensa piattaforma che Dio aveva lasciato essiccare al sole per potervi poi collocare le creature. Il demonio, però, approfittando di quell’attesa, incise con le unghie profonde fessure. Allah si accorse che, così, le persone distribuite sulla terra sarebbero state divise e separate tra loro. E allora creò gli angeli che spiegarono le loro ali aiutando gli uomini a incontrarsi tra loro, nonostante le divisioni. La parabola concludeva introducendo il simbolo del libro stesso: «La più grande e buona azione è costruire un ponte» (è quello che ho ripetuto più volte a quel costante progettista di ponti che è l’architetto Calatrava).

Ora, il volume che ho di fronte ha in copertina proprio un ponte-simbolo, espressione drammatica dei conflitti nell’ex-Iugoslavia, quello di Mostar in Bosnia-Erzegovina: eretto nel XVI sec., fu abbattuto nel 1991 e ora è stato ricostruito e, nella foto, la sua ardita silhouette sul fiume Neretva è percorsa da una teoria di persone che transitano dall’una all’altra sponda. È facile vedervi incarnato il motto di papa Francesco «Ponti, non muri» che è anche la matrice simbolica del messaggio sociale cristiano. Una figura importante del mondo ecclesiale italiano (e non è la prima volta che lo evochiamo in queste pagine), il gesuita padre Bartolomeo Sorge, già direttore di riviste prestigiose come La Civiltà Cattolica e Aggiornamenti sociali, propone ora dieci Brevi lezioni di dottrina sociale, proprio all’insegna di quel ponte.

Si tratta di una materia che egli maneggia con grande e riconosciuta autorevolezza, tant’è vero che abbiamo avuto già occasione di segnalare qui la sua opera maggiore, quell’Introduzione alla dottrina sociale della Chiesa (edita sempre dalla Queriniana) che ora è giunta alla terza edizione. Fermo restando quel caposaldo, padre Sorge ha voluto non tanto farne un riassunto ma individuare una decina di temi particolarmente rilevanti ai nostri giorni e capitali per la stessa concezione cristiana della società. Ovviamente alla base c’è una precisa concezione antropologica che sostiene e orienta l’impegno del cristiano nella piazza della città, nel palazzo della politica, nei mercati e nei percorsi telematici delle Borse, nei modelli economici di sviluppo, nelle stesse abitazioni ove si svolge la vita quotidiana delle persone. Un impegno richiesto da una religione “incarnata” che non fa decollare la fede verso cieli mitici, né la isola nell’aureola sacrale dei templi o nelle nuvole d’incenso della liturgia, ma la invita a entrare in dialogo costante col rumore della storia e a impolverarsi tra le vie ove si vivono drammi e speranze, ove si contratta e si litiga, ove ci sia ama e ci si odia...

Questo ingresso nella polis è, però, delicato, perché è all’insegna di quell'imperativo di Cristo che, se esclude ogni secolarismo esclusivista, cancella anche ogni teocrazia o ingerenza religiosa: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Legittimità, quindi, di un intervento sociale della Chiesa ma con un limite necessario. Sono interessanti le tipologie moderne sotto cui Sorge rubrica le fasi di questo approccio tra Chiesa e società: dall’“ideologia cattolica” degli anni 1891-1931 alla “nuova cristianità” di Pio XI e Pio XII, dal “dialogo” conciliare (1958-78) al nuovo “umanesimo globale” di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per approdare alla “rivoluzione” di papa Francesco che privilegia la forza “rinnovatrice” del Vangelo vissuto e testimoniato nella vita del cristiano, i cui corollari sono la gratuità, la scelta della povertà, l’opzione per gli ultimi.

Naturalmente questo schema storico-ideale non vuole comprimere come in uno stampo freddo l’incandescenza delle questioni sociali. Ecco, allora, la sequenza delle varie “lezioni” offerte dal gesuita che ha ripetutamente perlustrato questo orizzonte tematico. Semplificando l’articolazione ramificata del suo discorso, rimanderei il lettore di questo sussidio veramente prezioso – anche per la sua chiarezza didattica che non è però pedante didascalicità – a due poli argomentativi. Da un lato, si fissano nitidamente i principi che reggono la dottrina sociale cristiana: il personalismo relazionale, la solidarietà, il bene comune, tre stelle che illuminano e guidano il percorso del credente nella rete complessa dell’esistenza individuale e civile. D'altro lato, si elencano e si approfondiscono i campi concreti in cui questi principi devono essere calati e declinati: la democrazia, l’economia, la politica, la famiglia, le varie relazioni sociali.

È, questo, un progetto nel quale la Chiesa (ma non solo) è coinvolta come attrice ma non come unica protagonista: la sua, infatti, è soprattutto la funzione di essere voce profetica e testimone efficace. Ora, per aggiungere un esempio particolare di questa interazione tra religione e società ricorriamo a un altro testo, un curioso libretto dal titolo un po' impressionante ai nostri giorni, Militia Christi. Non si tratta di un manuale di qualche gruppuscolo integralista o fondamentalista cristiano, movimenti che spesso urlano sgolandosi più in stereotipi e motti di battaglia che affidandosi a pensiero e riflessione, esercizio a loro alieno, bensì – come recita il sottotitolo – uno studio sulla «religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli». Un'analisi, quindi, storico-critica su un fenomeno che ha artigliato sempre la coscienza cristiana facendola sanguinare, cioè il rapporto con la guerra e con la pratica del servizio militare.

L’autore, Adolf Harnack (1851-1930), è stato un alfiere del liberalismo esegetico e un vero e proprio “monumento” di autorevolezza nel mondo protestante, prima che la sua statua venisse scalzata dalla teologia successiva per cui i suoi testi spesso sono solo documenti rilevanti di una fase passata nel percorso dinamico della ricerca esegetica e storica. Tuttavia questo saggio, apparso nel 1905 e ben inquadrato e interpretato dall’ampia introduzione di un teologo cattolico attuale, Sergio Tanzarella, costituisce una suggestiva raffigurazione di un tema che ancor oggi è scottante, quello della dialettica tra pace e guerra, tra impegno militare e attestazione morale cristiana. Siamo, infatti, consapevoli dell’apparato marziale non solo simbolico che percorre le Scritture, dei santi combattenti, inquadrati in eserciti, dei cappellani militari, ma lo siamo anche dell'obiezione di coscienza, che appare già alle origini del cristianesimo, e di un messaggio radicale che ha come vessillo l’amore e la pace.

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