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La «droite» e il culto del capo

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La «droite» e il culto del capo

Generale. Georges Boulanger (1837 - 1891)
Generale. Georges Boulanger (1837 - 1891)

Nelle ultime elezioni presidenziali francesi, l’eventualità dell’elezione di una donna di estrema destra alla presidenza della Quinta Repubblica non è avvenuta. La candidata del Front National Marine Le Pen ha subito una sconfitta schiacciante dall’inatteso successo di Emmanuel Macron, che ha vinto con il 66 per cento dei voti, contro il 34 per cento della sua antagonista. Ma è molto significativo il fatto che, al primo turno solo, tre punti percentuali (21 per cento alla Le Pen, 24 per cento a Macron), avevano distanziato i due candidati. E ancor più significativo è l’aumento dei voti alla candidata del Front National nel secondo turno, con oltre dieci milioni di voti.

Quanti, fra questi milioni di elettori, specialmente quelli appartenenti ai ceti popolari, conoscevano l’abate Augustin Barruel e Louis de Bonald, Édouard Drumont e Lucien Rebatet, il generale Georges Boulanger e il colonnello François de La Rocque? Erano protagonisti dell’estrema destra francese nella sua lunga storia, iniziata nel 1789 con la lotta dei reazionari contro i rivoluzionari, che diede origine alla secolare «guerre franco-française», come è stata chiamata dagli stessi francesi, scandita da episodi violenti, come l’Affare Dreyfus alla fine dell’Ottocento, e da momenti di guerra civile, come avvenne nella Seconda guerra mondiale fra la Francia libera del generale De Gaulle, schierata con gli Alleati, e la Francia reazionaria del generale Petain, collaboratrice della Germania nazista.

Eppure, se non saranno stati molti a conoscere i personaggi citati fra gli elettori di Marine Le Pen, il suo partito appartiene a «una tradizione politica che in alcun Paese europeo mostra una longevità così evidente come in Francia». È quanto sostiene Marco Gervasoni, uno fra i migliori storici italiani della Francia contemporanea, in un recente libro, pubblicato un mese prima delle elezioni presidenziali francesi del 2017. Anche se nell’introduzione Gervasoni cautamente ricordava come «gli storici sbaglino meno allorché raccontano il passato rispetto a quando cercano di predire il futuro», nella conclusione, tuttavia, accennava alla possibilità di una smentita delle rilevazioni demoscopiche, che davano perdente al secondo turno la candidata del Front National, osservando che «quasi sempre la storia della Quinta Repubblica francese ha riservato inedite sorprese».

La sconfitta della Le Pen non sminuisce l’importanza del suo partito nazionalista, fondato nel 1972 dal padre, Jean-Marie, adottando come simbolo una fiamma tricolore, direttamente ispirato al simbolo del Movimento sociale italiano. È uno dei più forti movimenti di estrema destra nell’Europa contemporanea; per giunta, nato e cresciuto nella stessa nazione madre della moderna democrazia europea, travagliata oggi da una crisi che, sia pur col metodo democratico, potrebbe trasformarla radicalmente sotto l’impeto di nuove ondate di nazionalismo antidemocratico.

Che ciò avvenga nella madre della democrazia europea, non è tuttavia un evento straordinario e imprevedibile. In Francia, infatti, la tradizione dell’ “extrême droite”, la sua stessa denominazione, risale al 1789, per svolgersi nel corso dei successivi due secoli attraverso variegati movimenti culturali, ideologici e politici, fino all’attuale Front National.

Se in tutti i Paesi europei è possibile rilevare storicamente una linea di continuità nella tradizione dei movimenti di estrema destra, è però vero, come afferma Gervasoni, che nessun altro Paese europeo «può disporre di una continuità così evidente come quella messa in mostra nel caso francese».

Nel corso della sua lunga storia, la tradizione dell’estrema destra francese si è ampliata con nuovi movimenti, sorti nelle situazioni di crisi delle repubbliche, che si sono avvicendate in Francia. Gli storici, soprattutto francesi, discutono animatamente sulla peculiare natura di ciascuno di questi movimenti e sulla validità storica della loro associazione nella categoria generica di “extrême droite”, o nella categoria, cronologicamente circoscritta fra le due guerre mondiali, di un fascismo alla francese, che, secondo qualche storico, avrebbe addirittura preceduto geneticamente il fascismo italiano; oppure nella genericissima categoria, oggi in voga, del “populismo”, che giustamente suscita nello storico italiano molte perplessità sulla sua validità analitica, essendo ormai diventata un “passe-partout”.

Senza lasciarsi invischiare in diatribe teoriche che spesso si svolgono al di sopra della storia con mere disquisizioni verbali, Gervasoni ripercorre sinteticamente la storia della “Francia nera” soffermando l’attenzione sui momenti più importanti, cercando di mettere in rilievo sia le concordanze che le dissonanze fra i vari movimenti considerati più rappresentativi dell’estrema destra. Dalla sua narrazione, emerge il filo conduttore che lega, nel corso di due secoli, i vari movimenti dell’estrema destra francese nella individuazione del nemico: la libertà individuale, l’eguaglianza, l’umanitarismo, la rappresentanza parlamentare, ai quali si sono poi aggiunti il socialismo, il comunismo, l’internazionalismo, la plutocrazia capitalista, spesso condensati nel mito antisemita dell’ebraismo come il peggior nemico interno della nazione francese. Alla schiera dei nemici, l’estrema destra attuale iscrive l’europeismo, la globalizzazione, il libero mercato, la migrazione di genti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente.

E però altrettanto importante osservare come, specialmente dalla fine dell’Ottocento in poi, l’ estrema destra francese si sia appropriata di taluni elementi dei suoi nemici, considerati geneticamente di sinistra, come il mito della nazione sovrana, divenuto caposaldo permanente della “Francia nera”; il suffragio universale, usato come strumento antiparlamentare di una democrazia plebiscitaria; e la stessa idea di rivoluzione, come azione volontaria per cambiare con la violenza l’ordine esistente. Ma due sono, secondo Gervasoni, gli elementi costanti nella lunga e varia tradizione dell’estrema destra francese: il cesarismo e il culto del capo. Se così è, si può allora constatare come, nell’Europa contemporanea, sia la sinistra a far propri, nelle sue attuali versioni pragmatiche, il cesarismo e il culto del capo. Come già aveva fatto la sinistra rivoluzionaria all’epoca dei fascismi.

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