Domenica

La sfida di Parigi: far uscire la cultura dai «bei quartieri»

Arte contemporanea. il centro «centquatre»

La sfida di Parigi: far uscire la cultura dai «bei quartieri»

Il centro d’arte e di azione culturale Centquatre-Paris prende il nome dal numero civico della via in cui si trova (rue  d’Aubervilliers) - Credit : Riccardo Piaggio
Il centro d’arte e di azione culturale Centquatre-Paris prende il nome dal numero civico della via in cui si trova (rue d’Aubervilliers) - Credit : Riccardo Piaggio

Porta un nome evocativo l’esposizione con cui il Centquatre-Paris, il gigantesco Centre d’art et d’action culturelle pubblico, che prende il nome dal numero civico della via in cui si trova (rue d’Aubervilliers), si prepara a festeggiare i 10 anni di vita, dopo le grandi speranze dell’inaugurazione e le piccole delusioni dei primi anni, in cui il rischio di aver dato vita ad una cattedrale nel deserto, scollegata dalla città e dal mondo e non meglio collegata al complicato quartiere nel XIXème arrondissement, apparivano più che fondati. E invece, l’antica morgue di Parigi resuscita, con una programmazione cross-disciplinare e finalmente aperta, viva e internazionale (arts numériques, teatro, musica, cinema) e ora con “Continua Sphères Ensemble”, monster-exhibition che mette in scena alcuni gioielli di oltre venti collezioni private.

L’Italia è presente con Tornabuoni Art (attraverso la Galleria del Marais diretta da Francesca Piccolboni, la Fondazione Pistoletto Cittadellarte, la torinese Galleria Franco Noero). E, in particolare, con la Galleria Continua, factory interdisciplinare dell’arte contemporanea a Boissy, paradiso verde a 50km da Parigi, che firma con Centquatre questa esposizione. Che ha come protagonisti artisti come il performer attivista Ai Weiwei, la fotografa franco-marocchina Leila Alaoui, il pittore Daniel Buren, l’artista belga Berlinde de Bruyckere, l’ivoriano Jems Robert Koko Bi e i nostri Michelangelo Pistoletto, Lucio Fontana, Alberto Burri e il giovane video-artista Giovanni Ozzola, che presenta Garage, landscapes video dell’oceano di Tenerife che si aprono, come uno schiaffo, da una vera autorimessa a grandezza naturale.

Sono molte le opere iconiche esposte, alcune per la prima volta, in un percorso aperto e non convenzionale. La cosa consente al pubblico di passare da un’opera della celebre serie Concetto spaziale, Attese di Lucio Fontana (1965) all’inedito Le grand miroir du monde di Kared Attia, spazio costituito da migliaia di frammenti di vetro, visivamente ordinati eppure emotivamente evocanti abbandono e disordine. E di passare con continuità dallo Sloppy Joe’s Bar dream del cubano Carlos Garaicoa, spazio metafisico sulla diaspora cubana eppure ricostruzione fedelissima di un bar di La Havana, ai veri spazi ristoro del Centro.

La vera scommessa, sostiene José-Manuel Gonçalvès, direttore dal 2010, ispirato dalla teoria dei Mille plateaux di Felix Guattari e di Gilles Deleuze (e al celebre motto di quest’ultimo: «Non credo alla cultura ma agli incontri») è l’alleanza felice tra pubblico e privato; in questo caso, tra chi scopre gli artisti (le Gallerie) e chi consente al pubblico di scoprirli, ossia i centri di cultura. E al Centquatre, nonostante la posizione infelice (che però è la vera missione del centro) il pubblico comincia ad arrivare davvero. E anche gli artisti.

Feci visita al Centquatre a pochi anni dall’inaugurazione, per una ricognizione della Fondazione CRT insieme all’allora Segretario generale Angelo Miglietta, lo scrittore Gianluigi Ricuperati e Matteo Pessione, attuale chief officier per il progetto OGR, per immaginare uno scenario possibile per le attuali Officine Grandi Riparazioni, spazio strutturalmente gemello del Centquatre, la cui inaugurazione è prevista il 30 settembre. Fu una visita illuminante, più per i rischi allora intuiti che per le opportunità intraviste.

Centquatre-Paris: fabbrica artistica e culturale

La prima stesura del progetto culturale OGR fu debitrice di quell’incontro. Il rischio era trasformare OGR in un contenitore statico, l’opportunità animarlo come un polmone della creatività. «Esistono parole che, per il potere evocativo che trasmettono, presentano un pericolo. La creatività è una di queste. La natura non è casuale nel donare l’intelligenza artistica ed è perciò necessario un intervento specifico della società per riconoscere i talenti, perché ad ogni talento non valorizzato corrisponde una perdita sociale netta. Se Giotto avesse fatto il pastore Firenze, Napoli, Padova e l’Italia tutta avrebbero perso le opere del suo genio»; questo immaginava, esattamente dieci anni fa, il compianto economista della cultura Walter Santagata in un piccolo, capitale essai, “La fabbrica della cultura”, avendo in mente un preciso modello di sviluppo del nostro Paese attraverso la cultura, ma insieme ben sapendo che l’Italia resta un grande Paese connesso con la sua memoria, ma meno con il contesto creativo internazionale.

«La creatività - sempre scriveva Santagata nella prefazione a un saggio di chi scrive, avente come tema la progettazione della cultura, - è la capacità di risolvere i problemi. Produrre creatività è uno dei primi obiettivi di un sistema economico e sociale, mentre Il contesto è l’economia dell’ambiente culturale, le relazioni con il mondo e le sue diversità». Il 104, per dirla con Marc Augé, è ora precisamente un luogo, ossia un luogo di relazioni. Se la creatività è la connessione tra mondi possibili, la vita è la relazione tra persone reali. La sfida del Centquatre è portare Parigi nella sua banlieue, senza costringere i suoi abitanti a fare il percorso inverso.

Se il 104 è nato nel luogo giusto ma nel momento sbagliato, oggi accade il contrario; ecco il vero valore aggiunto di questo centro senza centro. Che esprime un modello di sviluppo culturale nato e cresciuto (con qualche difficoltà) qui a Parigi; dove oggi aprirebbero le porte a Giotto, anche se avesse scelto di fare il pastore.
r.piaggio1@me.com

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