Domenica

Neri d’America suicidiamoci!

paul beatty

Neri d’America suicidiamoci!

(Afp)
(Afp)

«Perseguendo l’uguaglianza, noi neri abbiamo tentato di tutto. Abbiamo implorato, ci siamo ribellati, ci siamo divertiti, abbiamo praticato i matrimoni interrazziali, eppure ancora ci trattano di merda. Non c’è niente che funzioni, e allora perché mai dovremmo sopportare la morte lenta della tossicodipendenza e dell’etica americana del lavoro, quando abbiamo a disposizione la gratificazione immediata del suicidio?» si domanda Gunnar Kaufman, l’Oreste nero protagonista di Il blues del ragazzo bianco, romanzo d’esordio di Paul Beatty, vincitore l’anno scorso del Man Booker prize con Lo schiavista (si veda la «Domenica» del 16 ottobre 2016).

Scritto vent’anni fa e tristemente non invecchiato nonostante l’11 settembre e la presidenza di Barack Obama, è la storia di «un giovane poeta ribelle che convince i neri americani a rinunciare alla speranza e a uccidersi in un crescendo di furia autodistruttiva. Grandi risate e comicità scatenata» come scrive egli stesso immaginandosi la sinossi in una guida tv dell’ipotetico film sulla sua biografia.

Il demagogo capace di guidare fino all’inferno «un popolo diviso, oppresso e emarginato» è un ex-ragazzino figlio di un padre poliziotto che sapeva stare agli scherzi dei bianchi, ridacchiando alle loro barzellette sui neri mentre «le spalline gli balzellavano sulle spalle come lombrichi» e di tutta una genìa di neri codardi e gregari, «copie dello zio Tom». Cresciuto dapprima in quartiere bianco e abbastanza civile di Santa Monica, e divenuto dunque un Oreo - o un Bounty come dicono in Sudafrica: nero fuori e bianco dentro, l’erudito e intelligentissimo dodicenne Gunnar viene poi scaraventato in un ghetto nero di Los Angeles dalla madre quando lui e le due sorelle affermano che non avrebbero voluto andare in un campeggio per soli neri «Perché loro sono diversi da noi». Del resto al ragazzino il colore nero evoca «un cane indesiderato abbandonato nella foresta che tornava a casa guadando fiumi in piena e facendo l’autostop nei rimorchi dei furgoni; alla fine, arrivava a destinazione soltanto per essere ricaricato in macchina in direzione del deserto».

Comincia dunque a Hillside, quartiere dove «abitano orde di mongoli americani depauperati: latinos, asiatici e negri duri come rocce», la sua «tradizionale esperienza nera»: che è (per forza?, pare chiedersi Beatty) a base di rituali imbecilli e soprattutto di una violenza spaventosa, resa iperbolica dalla farsesca fantasia di Beatty che anche in questo esordio firma una satira allo stesso tempo esilarante e amarissima per la sua rara capacità di trasformare e rendere comici anche gli episodi più dolorosi e scioccanti, senza che perdano la potenza sconvolgente.

Maestro con Claudia Rankine (la poetessa autrice di Citizen) nel denudare i pregiudizi razzisti che sottendono alle azioni anche più ordinarie e che costituiscono un bombardamento quotidiano e spesso subconscio persino per gli stessi neri che li ricevono, Beatty sa essere struggente nel mostrare gli effetti di questomobbing vita natural durante sulle persone che lo ricevono. Nel Blues del ragazzo bianco come nello Schiavista, con il medesimo spassoso mix di linguaggio colto e scurrile, infarcito di marche di prodotti commerciali, l’autore californiano gioca intorno all’identità, che sia la ricerca, la sua cristallizzazione - per esempio negli stereotipi della sottocultura afroamericana - o la fuga da questa.

«Attraverso la sofferenza del gruppo il corpo può raggiungere un’intensità d’esistenza che l’individuo da solo non è in grado di perseguire» scrive Gunnar alla moglie giapponese citando Yukio Mishima ma pensando alla sua «esperienza nera». Come per il drammaturgo libanese-canadese Wajdi Mouawad , seppure in contesti molto diversi, la ricerca e il rifiuto di un’identità per Beatty non ha tuttavia solo un côté sociale e politico ma anche, e forse soprattutto, un côté privato, esistenziale, pirandelliano.

Man mano che Gunnar diventa grande, «così nero che c’è da vergognarsi» e imbocca la comunità afroamericana con una «pappa di scemenze», è sempre più preponderante la disperazione che scorre sotto a questa straripante (anche in lunghezza) commedia dell’assurdo e che è ciò che veramente resta dopo che abbiamo smesso di ridere. Perché purtroppo e a ragione, Beatty è molto più serio di quanto dapprima si possa immaginare: inconsolabilmente serio. «Come il buon reverendo King/ anch’io «ho fatto un sogno»,/ma al mio risveglio/ me l’ero scordato e/ mi ricordavo che ero in ritardo per il lavoro» scrive il padre di Gunnar, citando «I have a dream», prima di suicidarsi.

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