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Se la Nazione piace

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Se la Nazione piace

Storico della «civilization». Ernest Renan (1823 - 1892) nel suo ufficio del Collège de France
Storico della «civilization». Ernest Renan (1823 - 1892) nel suo ufficio del Collège de France

Allo scadere del ’900, in concomitanza con la conclusione dello scontro tra liberalismo e comunismo, è sembrato che il cammino della storia dell’umanità fosse terminato in una sorta di generale accettazione del sistema di governo democratico e del progresso tecnologico ed economico guidato dal capitalismo.

“Fine della storia”, dunque, secondo la visione - magari ridotta troppo superficialmente a slogan adatto a tutti gli usi - di Francis Fukuyama dell’ottimistica accettazione di una crescita collettiva, destinata a far superare in positivo le tragedie del sangue versato nelle guerre e nelle rivoluzioni; gli inganni crudeli delle diplomazie; le illusioni perverse dei totalitarismi; le mobilitazioni delle passioni attorno alle ideologie o alle fedi con le loro pretese di sacrificio supremo.

Ma di fronte ad un simile appuntamento la “storia”, questa storia con il suo carico di dolorose memorie, ha reclamato la propria vendetta. Lo afferma, attraverso una lucida e persuasiva dimostrazione, Bruno Tertrais, con l’esperienza di politologo specialista di geopolitica (è tra l’altro vice-direttore della francese Fondation pour la recherche stratégique) in La revanche de l’Histoire, dove spiega come le promesse di radiosi futuri assicurati dal liberalismo e dal socialismo si siano vanificate, allo stesso modo della dissoluzione nella globalizzazione delle radici identitarie, a fronte del nazionalismo e dell’islamismo che propongono rimedi basati sulla tradizione e su di una supposta età dell’oro esistente nel passato.

Una realtà che non può essere spiegata secondo le consuete letture dei rapporti internazionali di natura strategica, economica o geografica; bensì deve tener conto del carico di partecipazione emotiva e passionale esistente attualmente fra popoli e Stati e che appunto dalla Storia trae alimento e giustificazione.

Nella sua analisi una tale ripartenza della Storia va fatta risalire a dieci anni prima la caduta del muro di Berlino nell’’89, quando esplode il “triangolo” Iran-Pakistan-Afghanistan con una sostanziale affermazione dell’islamismo.

Da allora, gli eventi dirompenti rispetto agli anni della “guerra fredda”, si succedono incessanti in tutti i continenti, mentre cominciano a prendere spazio, e non solo nel mondo musulmano, richiami alla dimensione morale-religiosa quale guida delle scelte politiche; come vanno affermandosi, nella Cina di piazza Tienanmen e soprattutto nei conflitti dissolutori della Jugoslavia, accentuate istanze nazionalistiche richiamantesi ad archivi coperti dalla polvere di un passato ben poco realistico.

Di volta in volta - ci spiega l’autore - la Storia diviene strumento di semplificazione e di ispirazione di scelte dell’oggi, oppure il passato diviene un peso da portare, a volte una colpa da eliminare, così nel caso delle democrazie occidentali pronte a scusarsi di tutti gli errori commessi, anche i più antichi (i nazionalismi, le guerre di religione, il colonialismo, la schiavitù), ed a promettere di mai più compierli.

L’incertezza del futuro provocata da una velocità dei mutamenti, tecnologici e non, indotti nel vivere collettivo genera confusione e angoscia. Non resta per molti che rifugiarsi nelle presunte certezze del passato, dando sovente credito ai gruppi dirigenti che ne costruiscono un’immagine a supporto delle loro autoritarie aspirazioni di potere. Ma sembra che l’Europa non sappia comprendere questo “ritorno della Storia”, a rischio di confondere la giusta salvaguardia dei propri valori di benessere, di diritti, di libertà, con la resa verso la difesa dei propri specifici interessi e della propria identità di patria e di cultura.

Numerosi gli esempi che l’autore porta di quello che definisce «il crollo dell’avvenire sotto il peso del passato»: in un’Asia dove sembra non essere finita la Seconda guerra mondiale tra rivendicazioni territoriali, empiti nazionalistici e rivincite religiose; nel caos turbinoso del Medio Oriente solcato da tutte le possibili metafore storiche, fino alle follie sterminatrici dell’Isis; e ancora la “grande Russia” di Putin; o i Balcani con la loro, troppo in fretta dimenticata, sanguinosa tragedia “europea”.

Cosa resta allora da proporre all’autore di fronte ad una simile “rivincita della storia”? Null’altro che il richiamo ad una diffusione della conoscenza storica che vada nella direzione di comprendere davvero il passato con le sue glorie ed i suoi errori, senza esaltazioni mitiche e, soprattutto, senza interferenze di finalità politiche. Nella convinzione, per altro, che ogni comunità umana abbia l’esigenza di un racconto “nazionale” collocato in un determinato spazio e in un definito svolgersi di tempo.

Che è, poi, la stessa considerazione e pure l’auspicio cui giunge François Hartog (direttore di studi nella parigina École des Hautes Études en Sciences Sociales) nella sua finissima ricostruzione del pensiero di Ernest Renan, una delle espressioni migliori di quella fede nella capacità dell’umanità di prendere in mano il proprio destino, costruendo un avvenire attraverso il progresso della scienza, della ragione e dello spirito dell’uomo, che fu il credo più alto del romanticismo europeo e che guidò i momenti migliori del nostro Risorgimento (basta pensare alla “religione dell’umanità” del nostro Mazzini).

E in questa fede nell’avvenire quale raggiungimento per l’uomo della piena coscienza di sé, stava pure la sua idea di nazione, come consenso morale a vivere insieme e non per ragioni di lingua o di razza. Ecco il senso profondo della sua famosa definizione della nazione quale “plebiscito di tutti i giorni”: un consenso a vivere insieme nell’oggi con la volontà di guardare al futuro per costruirlo in un intento comune.

Forse allora, in quest’epoca di ritorno strumentale ad un artificioso passato, di globalizzazione dirompente, di capitalismo senza freni, Hartog propone di guardare al vecchio Renan e al suo richiamo alla volontà dei popoli, per utilizzare la nazione come una sorta di diga morale e culturale per reggere ( o almeno attenuare) l’urto disgregante e consentire - senza illusioni di supremazia e senza egoistiche chiusure - ad una comunità di collegare un passato, un presente e un avvenire.

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