Domenica

Mettersi nei panni dello Stato

(none)

Mettersi nei panni dello Stato

  • –Armando Massarenti

«Cosa faresti se fossi tu lo Stato?». La domanda che Anthony de Jasay pone proprio all’inizio del suo trattato su Lo stato, un libro del 1985 ora finalmente tradotto in italiano grazie all’Istituto Bruno Leoni di Milano (pagg. 410, €22) è un po’ spiazzante e paradossale. Lo è però forse meno per il lettore comune, cui il libro è pure rivolto, che per gli studiosi di filosofia politica, economia e storia, le discipline che si intersecano sapientemente nel discorso di de Jasay, i quali potranno trarre però proprio da questo apparente paradosso un notevole giovamento. L’autore infatti, pur essendo un convinto assertore dell’individualismo metodologico, il principio secondo cui l’oggetto di studio delle scienze sociali sono gli individui, gli unici enti ontologicamente reali, portatori di fini e interessi anche quando descritti come agenti all’interno delle istituzioni - e in questo egli è vicino all’approccio di Public Choice che valse il Nobel a James Buchanan - lo contraddice consapevolmente e programmaticamente per considerare lo Stato stesso alla stregua di una persona, con una propria mente, intenzioni, fini e interessi. «Affrontando il rischio di confondere le istituzioni con le persone e la difficoltà di passare dal Principe al suo governo, si è scelto di analizzare lo Stato come se fosse un’entità vera, come se avesse una volontà propria e fosse in grado di prendere decisioni ponderate riguardo ai mezzi necessari per raggiungere i suoi fini». Ciò ha suscitato le osservazioni critiche di molti cultori delle scienze sociali, provenienti soprattutto della teoria delle scelte razionali, e dello stesso Buchanan, che pure nel 1986 apprezzò il libro. A essi de Jasay risponde che mettersi nel panni dello Stato, partire dal suo punto di vista, permette di capire meglio le logiche per cui «Stato e società interagiscono in modo tale da rimanere reciprocamente delusi e infelici». Proprio a partire da una branca della teoria delle scelte razionali, la teoria dei giochi, de Jasay ci ricorda un risultato, assai famoso, che deve farci riflettere sulla reale necessità degli esseri umani di fornirsi di uno strumento come lo Stato e, dunque, delle sue progressive, possibili, degenerazioni, che lo vedono crescere a spese della società civile. «Di solito - scrive de Jasay alludendo al problema del free rider - si sostiene che la cooperazione sociale su base volontaria non sia possibile, dato che è nell’interesse di ogni individuo che tutti gli altri mantengano la parola data mentre egli è libero di non farlo. Nel linguaggio tecnico della teoria delle decisioni, la situazione è rappresentata dal “dilemma del prigioniero”, che non ha una soluzione cooperativa, se non imposta dall’esterno. Ciò non è tuttavia vero quando gli individui si trovano ad affrontare ripetutamente tali dilemmi, come ci insegnano diversi contributi recenti provenienti dalle scienze sociali, sia di matematici sia di psicologi. In questo caso, gli individui coinvolti imparano a cooperare spontaneamente, sulla base sia dell’esperienza passata sia dell’aspettativa di certi risultati futuri. Qualsiasi argomentazione basata sul fatto che, poiché lo Stato li obbliga a cooperare, essi non l’avrebbero fatto se non fossero stati costretti, è naturalmente un non sequitur». Gli studi cui de Jasay fa riferimento hanno mostrato che la cooperazione - per dirla con Robert Axelrod - può «emergere tra egoisti anche in assenza di un’autorità superiore», con buona pace, a quanto pare, di Hobbes e di tutti coloro che hanno sostenuto l’ineluttabilità dello Stato come strumento per garantire i comportamenti cooperativi. La cooperazione forzata indotta dallo Stato, sostiene de Jasay, è invece un danno reale inferto al comportamento virtuoso dei cittadini: più a lungo la si esercita, «meno probabilità ci saranno che gli individui mantengano (se mai l’hanno avuta) l’attitudine a cooperare spontaneamente. ... Le persone cui è stato insegnato a fare affidamento sullo Stato - conclude assai drasticamente - non imparano mai l’arte dell’indipendenza, né si abituano a un comportamento civile». Per questo diventa utile un esercizio di immaginazione - una sorta di immenso metodologico ragionamento basato su un come se - che porta a pensare allo Stato nei termini di ciò che ci si potrebbe aspettare che facesse, nei diversi contesti storici, se perseguisse razionalmente i fini che è plausibile attribuirgli. «Ampliando senza sosta la sfera collettiva a spese di quella privata, questo Stato-sgobbone si sforza di diventare uno Stato-padrone totalitario». De Jasay lo mostra in cinque capitoli, che seguono (come riassume Gustavo Cevolani nella postfazione), «la progressione logica (non storica) dello Stato, dal limite estremo in cui i suoi fini non sono in competizione con quelli dei suoi cittadini, all’altro in cui esso è arrivato a possedere la maggior parte delle loro proprietà e libertà». Seguirla è un bell’esercizio anche per chi non condivide i valori ultraliberali dell’autore, riassumibili nella vecchia battuta di David Friedman, che parafrasando John Kennedy intimava: «Non chiederti cosa potresti fare per lo Stato, chiediti che cosa lo Stato ti sta facendo». In realtà, è utile soprattutto a coloro che sosterrebbero che una china illiberale come quella descritta da de Jasay può essere interrotta in ogni punto da precise, consapevoli scelte politiche. Appunto: immaginarne in anticipo la logica intrinseca serve per agire in questo senso nella maniera più efficace.

© RIPRODUZIONE RISERVATA