Domenica

Gioventù stregata da Gerda Taro

Il romanzo di helena janeczek

Gioventù stregata da Gerda Taro

La coppia. Gerda Taro e Robert Capa in un celebre scatto di Fred Stein del 1936, a Parigi. Del libro «La ragazza con la Leica» parleranno a  Milano l’autrice e Benedetta Tobagi il 28 settembre alle 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Duomo (Afp)
La coppia. Gerda Taro e Robert Capa in un celebre scatto di Fred Stein del 1936, a Parigi. Del libro «La ragazza con la Leica» parleranno a Milano l’autrice e Benedetta Tobagi il 28 settembre alle 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Duomo (Afp)

Non è una biografia, non è una parabola femminista, non un atto d’amore per la fotografia né un affresco narrativo degli anni Trenta del secolo scorso: è un po’ di tutte queste cose assieme La ragazza con la Leica (Guanda), cui Helena Janeczek ha lavorato per sei anni. Si sente.

L’autrice ha raggiunto in trecentotrenta pagine, grazie alle sue ricerche, a una scrittura sapiente e a una partecipazione emotiva che si trasmette al lettore (la stessa che l’ha portata a creare un sito internet dedicato, dove alimenta la passione per Gerda Taro e il suo universo), un equilibrio raro. Da una parte quasi ci si dimentica di essere in un romanzo, perché i protagonisti sono realmente esistiti e la documentazione è di prim’ordine: seguiamo pagina dopo pagina le vicissitudini dei giovani Robert Capa e Gerda Taro, coppia leggendaria, lei allieva-fotografa di lui che presto non ha più niente da invidiargli, e le storie dei loro amici, sullo sfondo reale degli anni della guerra civile spagnola, della Parigi rifugio di tanti militanti, del dilagante antisemitismo. D’altra parte ci si perde nel flusso del tempo con Gerda e la sua banda, e ci si identifica liberamente nei personaggi e nelle storie: proprio come accade nelle opere letterarie d’invenzione.

La ragazza con la Leica si apre con una precisa e poetica descrizione di due fotografie sullo stesso soggetto scattate da Robert e Gerda. Janeczek spiega perché dietro l’una ci può essere solo la mano di lei, rivelatrice della sensibilità di quella ragazza libera, autonoma, che va spregiudicatamente incontro alla vita, senza sapere che morirà a nemmeno 27 anni, il 26 luglio del 1937, falciata da un carro armato a Brunete. La sua esistenza è il fil rouge del libro, una presenza diffusa tra le pagine, ma in maniera non canonica. Le tre parti di cui si compone il lavoro raccontano piuttosto il mondo che ruota attorno a Gerda, attraverso due amori che con rimpianto pensano a lei, e la sua migliore amica, Ruth, forse più bella eppure meno affascinante.

Ma chi era, Gerda Taro? Si chiamava Gerda Pohorylle, come Robert Capa è nella realtà l’ungherese André Friedmann: fu lei a trovare gli indovinati pseudonimi. Nata a Stoccarda in una famiglia di ebrei polacchi “piccoloborghesi”, come li bolla tra sé e sé un po’ sprezzante il suo amore comunista Georg Kuritzkes, mostra di aver subito le idee chiare, come quando riesce a salvarsi dal carcere dopo l’arresto per volantinaggio antinazista a Lipsia, dove era andata a studiare. A quel punto la mèta diventa Parigi, come lo sarà per il “suo” forografo.

Vi approdano in tanti, assetati di libertà, di diritti: sognano la rivoluzione. Lì c’è anche William Chardack, la prima voce narrante del libro, preso e mollato da Gerda per Georg appunto. È una telefonata tra i due uomini, ormai adulti e disincantati negli anni Sessanta, a far dipanare la storia, avanti e indietro tra i ricordi. William è a New York, scienziato affermato, Georg a Roma, medico alla Fao. Accurate e intense le descrizioni (e le ricostruzioni) degli ambienti, dei personaggi, perlopiù scanzonati ma convinti dei loro ideali, decisi a sconfiggere i fascisti in quella Spagna dove «combattevano anche per la libertà dei ladri». La disperazione e il pianto inconsolabile di Capa quando arriva la notizia della morte di Gerda, inviata di guerra di «Ce soir», il quotidiano comunista (lui doveva essere lì con lei, e invece...).

La ragazza con la Leica colpisce anche per l’attualità che a tratti rivela e in cui si intravvedono problemi dei nostri giorni, come le forme di razzismo e nazionalismo patite dai rifugiati e dagli ebrei negli anni Trenta, a ricordarci che non abbiamo imparato nulla (ed è un tema, quello del destino ebraico, esplorato in altri termini da Janeczek in Lezioni di tenebra, sempre per Guanda).

Interessanti anche certe digressioni, come nelle pagine che si sfilano dalla storia corale della combriccola dei ventenni; per esempio quando Georg cammina per un quartiere di Roma e ne osserva l’humus: «Qui conta la visione del colore, la materia del colore, la polvere giallastra che si leva dalla strada. Gli intonaci corrosi, pastosi sulle costruzioni basse, i laterizi infossati, la ruggine sui tetti di lamiera. L’indifferenza torpida o chiassosa degli abitanti. Umanità proletaria e sottoproletaria che per due spiccioli di diaria non disdegna certo il costume dell’eterna plebe romana, ma chiede altro che fare massa in qualche kolossal». A un certo punto, però, un albero gli ricorda la Sierra Morena; e allora Robert Capa riemerge ancora prepotente dall’onda dei ricordi...

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, Milano, pagg. 330,
€ 18

eliana.dicaro@ilsole24ore.com

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