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Se non ci fossero stati i bolscevichi...

Storia

Se non ci fossero stati i bolscevichi...

Può uno storico usare l’immaginazione nel ricostruire un evento storico, considerando cosa sarebbe accaduto nel divenire della storia, se quell’evento non fosse accaduto?

La proverbiale frase: “la storia non si fa con i se” altro non è che una sublime banalità. Il “se” ha una sua dignità nel lavoro dello storico, se lo storico non è un profeta con gli occhi volti al passato, come lo definiva Novalis; né un teologo, che con gli occhi di Dio vede in anticipo il fine del divenire storico; né un ideologo, che considera inevitabile ogni accadimento, come inevitabilmente ciascun vagone di un treno corre sugli stessi binari verso una meta prestabilita. Uno storico serio non può evitare di pensare quale sarebbe stato il corso della storia se un fatto non fosse accaduto. Perché in ogni momento della storia, quel che avviene, avviene sempre in un complesso intreccio di circostanze e di situazioni, di impreviste e imprevedibili iniziative di azione, individuali e collettive. La scelta di agire in un senso piuttosto che in un altro, con il risultato che ne consegue, può generare un diverso corso di avvenimenti. E in tale intreccio, il caso, o la fortuna che dir si voglia, come l’amore nelle relazioni umane, può esercitare la sua capricciosa sovranità.

L’uso del “se” non è soltanto il divertimento di un sogno, come dice Michael Walzer: è un necessario esercizio della razionalità critica nella interpretazione della storia. Esso consente allo storico di comprendere meglio la complessità dei fattori che intervengono negli accadimenti, dove alla fine è l’azione umana che decide un corso piuttosto che un altro. Le cosiddette forze profonde che operano nella storia condizionano l’azione umana, ma in ultima analisi, la Grande Guerra, la Seconda guerra mondiale, la guerra contro l’Asse del Male non è stata scatenata da anonime forze profonde, ma da chi ha scelto e deciso di dichiarare la guerra e ha fatto sparare il primo colpo. Così è anche per le rivoluzioni.

Se è uno storico serio, farà ovviamente un uso serio della sua immaginazione, attenendosi alla realtà dei fatti accaduti per immaginare realisticamente un corso alternativo al divenire storico rispetto a “come sono veramente andate le cose”. C’è pertanto differenza nel modo di usare il “se” nella storia.

Uno storico serio non si domanderà con l’immginazione cosa sarebbe accaduto se Paolo VI avesse convertito alla bontà le Brigate rosse che assassinarono Aldo Moro. Ma potrà seriamente domandarsi che cosa sarebbe accaduto in Russia, in Europa e nel mondo, se Lenin non fosse riuscito a tornare a Pietrogrado il 3 aprile 1917 per dare inizio, con la sua rivoluzione, a un fenomeno politico planetario, alla pari del cristianesimo e dell’islamismo, animato da un proprio impulso religioso, fino a diventare l’unica universale fra le religioni politiche dell’era contemporanea.

Fu molto accidentato, per nulla predeterminato, continuamente insidiato da eventi imprevisti e imprevedibili, il cammino di Lenin per arrivare alla conquista bolscevica del potere, alla proclamazione del primo Stato comunista della storia, alla vittoria nella guerra civile, alla costruzione del primo regime a partito unico e alla successiva proliferazione di partiti comunisti in tutto il mondo, che attraverso la Terza Internazionale divennero fedeli sodali della Russia sovietica e dei suoi governanti totalitari per oltre mezzo secolo.

All’inizio del 1917, a quarantasette anni, Lenin malinconicamente pensava che non avrebbe mai visto scoppiare la rivoluzione socialista che da trent’anni considerava inevitabile. E quando arrivò alla Stazione Finlandia di Pietrogrado, la notte del 3 aprile, non aveva un piano prestabilito di azione per conquistare il potere, salvo la sua feroce determinazione a conquistarlo dopo oltre trent’anni di attesa e di preparazione alla rivoluzione. Citando Napoleone, il capo del bolscevismo era solito dire “On s’engage et puis on voit”. Fu per la sua inflessibile volontà d’insurrezione, insieme alla straordinaria abilità di Trotckij nel realizzarla, che il 25 ottobre i bolscevichi conquistarono il potere. Ma fino all’ultimo momento, il loro proposito poteva essere vanificato da un accidente, come, per esempio, l’arresto di Lenin mentre si recava in tram e a piedi al Palazzo Smolny, quartier generale per il colpo di Stato bolscevico.

La rivoluzione bolscevica e tutto il processo storico che da essa fu generato fu una continua smentita delle premesse e delle promesse teoriche di Marx e di Lenin, salvo l’annientamento sociale, e persino fisico, della classe borghese e l’abolizione del capitalismo libero.

Prima del suo ritorno in Russia, Lenin e i bolscevichi erano una sparuta minoranza nel vasto movimento del socialismo marxista europeo, orientato ovunque a seguire, nell’azione pratica, la teoria marxista della rivoluzione socialista come portato inevitabile della crisi del capitalismo nei paesi dove il capitalismo aveva già raggiunto lo stadio della sua maturità. È realistico immaginare che, senza la rivoluzione bolscevica e la nascita dell’Urss, il socialismo marxista europeo avrebbe proseguito il cammino all’interno della società e dello Stato borghese, per modificarlo, anche profondamente, senza sconvolgimenti insurrezionali. Senza nascita dell’Urss e del movimento comunista internazionale, il successo del socialismo europeo dopo la Prima guerra mondiale sarebbe stato molto simile al successo della socialdemocrazia europea dopo la Seconda guerra mondiale.

Nello stesso senso, è realistico immaginare che, senza la frantumazione della sinistra proletaria in Italia e in Germania per effetto della Terza Internazionale, il fascismo e il nazismo non avrebbero conquistato il potere, o lo avrebbero conquistato con maggiori difficoltà. Ma è altresì realistico immaginare che anche senza il bolscevismo, ci sarebbero stati probabilmente il fascismo e il nazismo perché l’impeto del loro successo non fu la paura del bolscevismo, ma la volontà di conquista del potere da parte di nazionalisti rivoluzionari nati dalla Grande Guerra, che odiavano la democrazia liberale e nutrivano ambizioni imperiali. Così come è realistico immaginare che anche senza il comunismo sovietico ci sarebbero state lotte per l’indipendenza nelle colonie contro l’imperialismo europeo.

Senza il totalitarismo generato dalla rivoluzione bolscevica, la lotta per l’eguaglianza, accompagnata dagli immani massacri che in suo nome sono stati commessi da tutti i comunismi, non sarebbe apparsa come una lotta contro la libertà.

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