Domenica

Un dolore incandescente che diventa materia di vita senza schiacciarla

«parla, Mia Paura» di simona vinci

Un dolore incandescente che diventa materia di vita senza schiacciarla

Dopo aver letto LaPrima Verità di Simona Vinci, per me è stato impossibile non leggere il suo ultimo libro – Parla, mia paura – appena pubblicato da Einaudi Stile Libero. Perché? Per la limpidezza e la durezza con le quali la scrittura della Vinci ci conduce al cuore dell'esistenza: su cosa altro ci dibattiamo fino a perderci infatti se non sulla paura e sull'amore? C'è una donna, una scrittrice, un esordio folgorante il suo (Dei bambini non si sa niente, Einaudi 1997), poi la vita procede ma a passo quasi rallentato. C'è il lavoro - continua a pubblicare - certo ma c'è anche la percezione di un'intima sofferenza. Brevi squarci che emergono qua e là come può accadere dalla letture delle interviste, con percezione incompleta. Ma si sa la vita è chissà, ognuno ha i suoi acciacchi e i suoi affanni.

LaPrima Verità (Premio Campiello 2016) si nutre della materia emotiva della depressione. Ed è chiaro quanto sia materia vissuta. Ora, con Parla, mia paura, sappiamo che Simona Vinci la depressione l'ha conosciuta come gli attacchi di panico. E la paura è stata la porta aperta sullo sprofondo.

«Molti di quelli che hanno sofferto e soffrono di attacchi di ansia e panico ricordano perfettamente le circostanze nelle quali si è verificato il primo. Lo squarcio. Il taglio. La cesura. Il momento a partire dal quale tutto cambia e comincia lo stato più spaventoso: la paura della paura. Io non lo ricordo. Il periodo della mia vita in cui questi episodi di terrore hanno cominciato ad accadere era di per sé un periodo “spaventoso”. Dunque avevo sempre paura e mi ero abituata ad averla».

Ho sfogliato questo che è più memoir che romanzo – non vi è infatti una vera struttura narrativa – in piedi davanti a una stazione (Verona) in attesa di un autobus con l'idea di rinviarne la lettura. Poi però le pagine si sono aperte su
Capitolo sei. Avevo un bambino – 2012. Lettura continua, senza pause. Per empatia, per l’indentificazione.

«Il punto però è che la paura può tornare in qualunque momento», scrive Simona Vinci. In qualunque momento, compreso quello estremo della maternità. Così la madre cede alla donna che si ammala. Fino alla risalita. E allora il racconto della Vinci affonda con rara lucidità ed essenzialità. La maternità diventa una narrazione senza enfasi, sincera in modo assoluto.

«Intravidi il mio sguardo in uno specchio e notai quanto fosse diverso da prima. Era lo sguardo delle donne che hanno bambini ancora piccoli, uno sguardo differente da tutti gli altri. C'erano dentro stanchezza, orgoglio, pietà, calore, rabbia, distanza. Tutto mischiato. Era uno sguardo intoccabile, impermeabile, lo sguardo di colei che sa cosa significa essere mangiati vivi. ...Chi non ha figli conosce soltanto il peso della proprio esistenza, non sa cosa voglia dire caricarsi addosso il peso intero dell'essere in vita di qualcun altro. Non importa se si hanno sorelle e fratelli, madri o padri anziani a carico. È diverso. Perché loro non sono passati attraverso di te per nascere, possono essere tua responsabilità, certo, ma non li hai partoriti tu. Con un figlio, non cambia se ti sottrai, se ti distrai, nemmeno se abbandoni, quel fardello non potrai posarlo da nessuna parte. Non è una valigia. Non è un pacco. È un organo interno. Un'escrescenza inestirpabile. Fa parte di te. Anche se non siete la stessa cosa».

Scopriamo l’origine del dolore che non lo spiega e che forse non ne è neanche la causa, ma che in ogni caso ad esso si affianca fino a farlo crescere e a farne malattia. È un lutto. Un compagno morto, ucciso da un incidente. Venti anni dopo la Vinci va sulla sua tomba. Per un atto che non è finale ma chiede di essere definitivo.

«Accanto a me, stasera, c'era mio marito e nella mia mano c'era la mano di mio figlio.
Volevo farti sapere, E., che il passato e il presente non si annullano a vicenda, ma coesistono.
Tu sei la forma del buco.
Dentro il mio cuore
».

E qualche pagina prima:
«Un buco nero spaventoso mi inghiottì e non so quanto durò la mia scomparsa dal mondo. Forse dura ancora. Vent'anni dopo».

Dalla malattia non vi è guarigione ma la vita si impone ugualmente.

«Tre anni fa mi è stata diagnosticata una malattia degenerativa, che potrei tentare di risolvere con un intervento chirurgico abbastanza delicato...Non mi sono sentita di affrontare tutto questo. E alla fine ho deciso che, per ora, vivrò senza lasciarmi condizionare troppo da ciò che dicono le diagnosi mediche e che finché potrò, affronterò la vita senza impormi troppe rinunce».

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