Domenica

Vaccinatevi, e la forza sia con voi

Scienza e Filosofia

Vaccinatevi, e la forza sia con voi

Una delle caratteristiche più importanti del sistema immunitario è la memoria. Il nostro apparato naturale di difesa ricorda l’incontro con i microbi - o con i vaccini - e così, quando si trova nuovamente a fronteggiare lo stesso patogeno, si attiva contro di esso in modo più rapido ed efficace.

Questo meccanismo è noto fin dall’antichità. Per primo, lo documentò lo storico greco Tucidide, nel 430 a.C., nel suo racconto dell’epidemia di peste che mise in ginocchio Atene all’inizio della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.): chi non ne moriva, non si ammalava più, o contraeva l’infezione in forma attenuata.

Nella visione classica dell’Immunologia, la memoria è una proprietà della parte più evoluta del sistema immunitario, quella che ad esempio si manifesta attraverso gli anticorpi e che chiamiamo immunità «adattativa» o «acquisita» o, un tempo, «specifica». La specificità è infatti la caratteristica principale di questo tipo di immunità: è in grado di riconoscere un determinato patogeno e di reagire solo contro di esso. È, questo, il motivo per cui se ci vacciniamo per il virus dell’epatite A, il nostro sistema immunitario produce anticorpi solo contro questo tipo di patogeno, proteggendoci quindi dall’epatite A ma non, anche, dall’epatite B o C. Così come, se ci vacciniamo contro il meningococco di tipo C, non siamo protetti contro il meningococco di tipo B. Ogni vaccino, dunque, produce una riposta specifica delle nostre difese.

L’immunità adattativa è un sistema molto sofisticato: più dell’80% delle forme di vita del pianeta possiede solo la parte dell’immunità più primitiva, comparsa per prima nel corso dell’evoluzione, detta «innata». Prima linea di difesa contro i patogeni, l’immunità innata è basata su un particolare tipo di cellule dette «fagociti» perché capaci di mangiare, inglobandoli al proprio interno e dunque neutralizzandoli, molti agenti che causano malattie.

Fino a poco tempo fa, il dogma accettato era che questa parte del sistema immunitario, fondamentale perché - da sola, senza bisogno di chiamare in causa le difese più sofisticate - risolve il 90% dei problemi, non avesse memoria. Come spesso accade nella Scienza, però, questa visione è stata rimessa in discussione sulla base dei dati derivati da una serie di osservazioni sperimentali e cliniche.

Le prime osservazioni sono state fatte nelle forme di vita più primitive, ancora una volta. Non dimentichiamo, infatti, che proprio studiando i meccanismi di difesa di una di queste forme di vita - la drosophila, il moscerino della frutta - Jules Hoffman, Premio Nobel per la Medicina che i miei studenti di Humanitas University hanno la fortuna di avere come visiting professor, ha aperto un mondo nuovo nella Medicina.

Analizzando forme di vita simili, che non hanno un sistema immunitario adattativo, si è visto che i fagociti, in qualche modo, ricordano l’incontro con i microbi. In parallelo e indipendentemente, alcune osservazioni cliniche hanno portato alla medesima conclusione.

È interessante notare, in un momento di acceso dibattito sui vaccini e di polemica sulla necessità o meno della loro obbligatorietà, come le lezioni cliniche più significative siano venute proprio da questa potente arma di prevenzione. Ad esempio, da un vaccino ampiamente utilizzato in tutto il mondo, quello contro la tubercolosi (BCG), che non ha tuttavia risolto il problema di questa malattia perché protegge solo da alcune forme (dei bambini e diffusa, ma non dalla tubercolosi polmonare e da quella dell’adulto). Nonostante i limiti descritti, gli studi epidemiologici su questo vaccino, condotti su decine di migliaia di persone, hanno dimostrato che protegge anche contro altre malattie infettive, ad esempio infezioni da pneumococco, che non hanno nessuna parentela con la tubercolosi.

La stessa osservazione è stata fatta per il vaccino contro il morbillo, oggi oggetto di attenzione e polemiche per il suo presunto legame - privo di qualsiasi fondamento scientifico, è bene specificarlo - con l’insorgenza di malattie gravi come l’autismo. I dati hanno dimostrato che la vaccinazione contro il morbillo protegge anche contro infezioni differenti, provocate ad esempio da batteri che causano polmoniti. La spiegazione più classica di tale fenomeno - che il virus del morbillo causa immunosoppressione a lungo, fino a due anni di distanza dal contagio, per cui il vaccino protegge da infezioni associate a questo virus - forse non spiega tutto l’effetto protettivo.

Ancora, uno studio recentemente pubblicato su Lancet ha dimostrato che in Nuova Zelanda, in seguito ad una vaccinazione di massa effettuata contro il meningococco di tipo B, alla protezione contro la meningite si è associata anche quella contro la gonorrea, una malattia infettiva sessualmente trasmessa per cui abbiamo un problema crescente di resistenza agli antibiotici. Un riflesso della parentela fra i due germi, ma forse anche di una forma di memoria immunologica che non conoscevamo. Non possiamo, a tal proposito, non ricordare che il vaccino anti-meningococco B è frutto della ricerca italiana ed è valso al suo scopritore, Rino Rappuoli, numerosi Premi internazionali, fra cui il più recente come «Inventore europeo dell’anno».

L’insieme di tutte queste osservazioni ha portato a un grande cambiamento di paradigma. Oggi è accettato che anche il sistema immunitario più primitivo - in particolare i macrofagi - possieda una forma di memoria. Ancora non è identificata da un nome universalmente accettato: come sempre, nella scienza, i nomi sono oggetto di grande dibattito. Simon Gordon e io l’avevamo definita «componente adattativa dell’immunità innata», altri invece «memoria». Oggi, forse, prevale la definizione del collega olandese di origine rumena Mihai Netea : «immunità innata allenata» (trained).

La base molecolare di questa memoria è costituita da modificazioni epigenetiche: cambia il «paesaggio epigenetico» (landscape), ed i geni che mediano la risposta dell’immunità innata diventano capaci di rispondere meglio e più in fretta al pericolo. Si tratta di una scoperta fondamentale, cui hanno contribuito diversi ricercatori, tra cui l’italiano Gioacchino Natoli, oggi docente di Humanitas University.

Le implicazioni di questa scoperta dell’immunologia di base sono fondamentali, perché ci permette di guardare in modo diverso a come il mondo microbico educa e allena il nostro sistema immunitario, con riflessi futuri anche sullo sviluppo e sul monitoraggio dell’impatto di nuovi vaccini. Ad esempio, è fondamentale in un contesto di salute pubblica far capire alle persone che vaccinarsi e vaccinare i propri figli comporta un vantaggio aggiuntivo, perché i dati suggeriscono che il vaccino - al di là della specifica protezione che offre contro il patogeno cui è mirato - costituisce la miglior forma di allenamento per l’intero sistema immunitario, e non solo per l’immunità specifica basata sugli anticorpi.

La storia del cambio di paradigma sul tema fondamentale della memoria dei sistema immunitario, quindi, ci ricorda ancora una volta come la ricerca immunologica con i suoi riflessi in Medicina e le indagini epidemiologiche di salute pubblica siano fra loro strettamente intrecciati.

© Riproduzione riservata