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Disinnescare l’«hate speech»

diritto e rovescio

Disinnescare l’«hate speech»

Nel nome di jo cox. Una cerimonia per commemorare la politica laburista  schierata contro Brexit e accoltellata il 16 giugno 2016 a Leeds
Nel nome di jo cox. Una cerimonia per commemorare la politica laburista schierata contro Brexit e accoltellata il 16 giugno 2016 a Leeds

Il susseguirsi di attentati terroristici nel corso degli ultimi anni in Europa sono fonte di preoccupazione dei Parlamenti e dei Governi, ma anche dei singoli individui che vivono in una società a base democratica. Si tratta di fenomeni in qualche modo agevolati da atteggiamenti mentali e strumentalizzazioni di idee riflesse nei diversi continenti attraverso comunicazioni di gruppi politici ammantati da sedicenti credenze religiose, da attività discriminatorie di fazioni, movimenti e sette intolleranti, da proclami con diffusione di immagini che comunicano intolleranza, sentimenti di vendetta, di odio e insofferenza. I sistemi informatici, che si affiancano ai sistemi di comunicazione tradizionali e le forme virtuali di contatto che aggregano persone le più disparate, situate in qualsiasi luogo, non fanno che diffondere e moltiplicare all’infinito l’effetto gravemente nocivo per le società civili.

Il libro di Eric Heinze, professore di Law & Humanities al Queen’s Mary di Londra, si colloca nel dibattito apertosi ormai da più di un decennio nei Paesi di lingua inglese sui rapporti tra libertà di espressione e “linguaggio dell’odio”. Un tema di grande complessità, a cui è stata dedicata anche una sessione del G7 dell’ Avvocatura, tra i rappresentanti della professione legale delle sette potenze che fanno parte di questa istituzione.

Il dilemma è molto semplice e radicale nella sua posizione: nei Paesi democratici – meglio, nelle democrazie occidentali – è più importante difendere la libertà “assoluta” di espressione, di opinione, di stampa, di impiego delle tecnologie informatiche, anche quando essa diventi strumento del linguaggio di odio, di disprezzo o di persecuzione di individui e gruppi, oppure è più giusto (opportuno, o doveroso) apporre limiti all’espressione perché essa non diventi veicolo di intolleranza e di discriminazione?

Heinze affronta il problema ricostruendo i concetti e i contesti in cui si usano il linguaggio, le formule espressive, le esternazioni in pubblico, e delinea una concezione della democrazia che propende per la libertà assoluta, anche se questa può presentare un pericolo per individui e minoranze.

Nel mondo occidentale si possono distinguere sinteticamente due modelli estremi di reazione: quello per così dire europeo, che si basa sul bilanciamento dei diritti fondamentali e pertanto legittima limitazioni alla libertà di espressione, e l’altro, per così dire, statunitense, che invece non appone alcun limite alla libertà di espressione e proprio in nome di essa considera legittimo il linguaggio dell’odio: ciò non tanto perché ne approvi contenuti e finalità , ma in quanto ritiene che reprimerlo implicherebbe la violazione del Primo emendamento della Costituzione americana, pilastro stesso di quella società. Dunque, libertà bilanciata contro libertà massima.

Il modello italiano è per il bilanciamento dei valori e quindi ammette limiti alla libertà di espressione, sia per la tutela dei diritti individuali (onore, reputazione, privacy, identità personale) sia per la tutela delle minoranze (religiose, linguistiche, di orientamenti politici, sindacali, e anche di orientamenti sessuali). In questo senso si sono espresse sia la Corte costituzionale, sia la Corte di Cassazione.

La Camera dei Deputati, in considerazione dei crescenti fenomeni di antisemitismo, razzismo, e odio nei confronti delle minoranze e degli immigrati, ha istituito una commissione, denominata Jo Cox dal nome della parlamentare inglese assassinata nel corso della campagna referendaria per la Brexit. La Commissione, a conclusione dei suoi lavori, ha enunciato 56 raccomandazioni per prevenire e contrastare l’odio rivolgendole a tutti i soggetti competenti.

Particolarmente significativi sono stati negli ultimi vent’anni i provvedimenti degli organi dell’Unione europea. Tra i molti pronunciamenti val la pena di ricordare la Risoluzione del 23 novembre 2016 sulla strategia della comunicazione dell’Unione per contrastare la propaganda di terzi che possa essere lesiva della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e la Risoluzione del 16 marzo 2017 sulla e-democrazia.

Per parte sua la Corte EDU, con alcune decisioni emblematiche, ad esempio il caso Jersild c. Danimarca del 1994, ha escluso che le limitazioni apposte ad un programma televisivo che inneggiava alla “purezza della razza” violassero la libertà di espressione. E così nel caso Norwood contro il Regno Unito, del 2004, con riguardo a un testo in cui si aggredivano gli appartenenti alla religione musulmana.

La Corte di Giustizia è andata ancora più in là, e ha sanzionato un dipendente della Commissione europea che aveva criticato pesantemente le modalità con cui si era completato il processo di applicazione dell’euro (caso Connolly, 1994).

A differenza degli oppositori ad ogni limitazione del linguaggio d’odio, che fondano il loro ragionamento sulla autonomia, sulla legittimazione, sulla preminenza della libertà di espressione su ogni altro diritto o libertà, Heinze cerca di dimostrare che la libertà di espressione è un diritto costitutivo della democrazia. A suo parere, non si può dunque parlare di bilanciamento dei diritti, come ha bene messo in luce Jeremy Waldron, in The Harm in Hate Speech, (Harvard U.P.,2012), perché la “cittadinanza”, ritiene Heinze, in un Paese democratico si esprime anche attraverso il diritto di parlare.

La tesi è suggestiva, ma assai pericolosa. Basta riflettere sulle conseguenze dell’hate speech.

Questa estate al Portico d’Ottavia è stata allestita una mostra sulla propaganda antisemita in Germania e in Italia alla fine degli anni Trenta (si veda il catalogo curato da Pezzetti e Berger, La razza nemica. La propaganda antisemita nazista e fascista, Gangemi editore International, Milano, 2017). Non erano in mostra solo giornali e riviste, ma anche suppellettili, disegni, vignette che con toni persuasivi, con battute e con linguaggio familiare, dipingevano con i toni più schifosi gli appartenenti alla “razza maledetta”, proprio perché il consenso della maggioranza doveva essere coltivato e rafforzato in modo da legittimare politicamente e socialmente la campagna antisemita e i conseguenti provvedimenti. Oltre all’esposizione delle edizioni di Mein Kampf e dei fascicoli de La difesa della razza, per la prima volta si sono messe in evidenza le tecniche dell’immagine filmica, le riprese dei notiziari trasmessi al cinema, e persino cartoni animati modellati su quelli di Walt Disney studiati con estrema perizia per conquistare e quasi magicamente avvolgere lo spettatore. Le prime tecniche di comunicazione di massa erano premonitrici dell’avvento e dell’utilizzazione delle nuove tecnologie, che oggi si sono vieppiù sviluppate con i social network. Il consenso si è venuto formando in modo subdolo e suasivo. E ne conosciamo i tragici risultati.

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