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E se avessero preso il potere i Menscevichi?

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Gioca con la domenica.

E se avessero preso il potere i Menscevichi?

Mosca, 1917, dimostrazioni popolari. TASS / AFP
Mosca, 1917, dimostrazioni popolari. TASS / AFP

Come sarebbe andata senza la Rivoluzione russa? Che corso avrebbe preso la Storia negli ultimi 100 anni? O, per dirla con l’intellettuale americano Michael Walzer, «come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra oggi se i Menscevichi (i socialdemocratici russi) avessero vinto?» Lo scorso 1 ottobre, «Gioca con la Domenica» lo ha chiesto ai lettori del Sole 24 Ore. Ci hanno risposto in tanti, tutti in maniera interessante. Ecco una prima selezione di “storie controfattuali” dei nostri lettori, la “storia fatta con i se” alla quale ricorrono, talvolta, anche gli storici di professione.

Resa dei conti solo rinviata

Se avessero vinto i menscevichi, la resa dei conti con il capitalismo sarebbe stata solo rimandata. Essi, infatti, fedeli al pensiero di Marx, ritenevano necessaria una fase di transizione democratico-borghese al socialismo, ma identificavano comunque nella collettivizzazione dei mezzi di produzione l’obiettivo finale della lotta di classe. Se avessero vinto si sarebbe comunque arrivati allo scontro con le forze conservatrici borghesi.
In tema di storia controfattuale, c’è da chiedersi piuttosto come sarebbero andate le cose in Russia se Lenin avesse potuto realizzare il suo originario programma e non fosse stato costretto a investire per quattro anni ingentissime risorse, sottratte alla soddisfazione dei bisogni sociali, nella guerra contro le armate bianche. C’è da chiedersi, infine, come sarebbero andate le cose se Lenin non fosse morto precocemente e se i suoi eredi fossero stati in grado di rispettare le sue ultime volontà che sconsigliavano di favorire l’ascesa di Stalin.

Luigi Anepeta


Il grande errore del governo russo: il rinvio della riforma agraria

Nel suo articolo dell’1 ottobre sulla Domenica del Sole 24 ore, il prof. Emilio Gentile ha precisato i pregi e i difetti della cosiddetta “storia controfattuale”: per quanto sia doveroso ribadire che «la storia non si fa con i se», ma solo tenendo conto di ciò che è effettivamente accaduto, l’approccio ipotetico ci rammenta comunque che non esiste un fine pre-determinato, e tanto meno un destino già scritto. La storia la fanno gli uomini, con le loro scelte e le loro azioni, i propri limiti e i propri errori.

La Rivoluzione russa poteva avere un esito diverso? La risposta può essere certamente affermativa, ma a determinate e precise condizioni di possibilità.

Prima ipotesi: che cosa sarebbe accaduto se il governo provvisorio avesse immediatamente chiesto la pace, arrendendosi alla Germania? Forse, l’impero tedesco avrebbe accettato la resa a condizioni meno dure di quelle che avrebbe più tardi imposto a Brest Litovsk, nel 1918, ai bolscevichi. Libero dal peso della guerra (e dal risentimento di una guerra perduta), il governo provvisorio avrebbe poi dovuto impegnarsi in significative riforme sociali, seguendo il programma dei cosiddetti social-rivoluzionari: un partito che, nonostante il nome assai battagliero, in realtà era interessato più a una radicale riforma agraria, che ad una rivoluzione socialista. Il governo ebbe poi un’importante occasione per spazzare via i bolscevichi quando erano ancora deboli, nell’estate del 1914, allorché un goffo tentativo di rivoluzione abortì senza conseguenze e obbligò Lenin ad abbandonare Pietrogrado.

In realtà, il governo non sfruttò nessuna di queste opportunità, che forse avrebbero permesso la nascita di una Russia democratica (a livello politico), con un governo sostenuto dalla maggioranza della popolazione: i contadini, infatti, avrebbero visto nel nuovo regime il benefattore che aveva posto fine al grande massacro che durava dal 1914, nonché l’artefice di quella distribuzione delle terre che gli agricoltori attendevano da tempo (per lo meno, dal 1861: l’anno in cui fu abolita la servitù della gleba). Il governo non firmò l’armistizio per motivi di orgoglio nazionale, rimandò la riforma agraria e si illuse che i bolscevichi potessero contribuire al rafforzamento della nuova Russia democratica, in caso di complotti militari finalizzati ad instaurare una dittatura militare. E così, Lenin ebbe la via spianata per la conquista del potere.

Dopo il colpo di Stato del 26 ottobre, l'ultima possibilità di togliere il potere ai bolscevichi l’avrebbero avuta i tedeschi, marciando subito su Pietrogrado. Ovviamente, uno scenario del genere avrebbe avuto conseguenze durature solo in caso di vittoria del Reich anche sul fronte occidentale; questa prospettiva, però, era già sfumata nel 1917, con il fallimento della guerra sottomarina.

E quindi, analizzate tutte le forze e le dinamiche effettivamente attive, lo storico viene bruscamente riportato coi piedi per terra. La vittoria tedesca (che avrebbe evitato l’ascesa di Hitler, la Shoah e, forse, anche la seconda ancora più disastrosa guerra mondiale) era militarmente impossibile.

Se il governo provvisorio avesse deciso di stipulare una pace immediata, e di lanciare la tanto agognata riforma agraria, questa avrebbe potuto garantire condizioni di vita più che dignitose ai contadini nelle campagne e permesso un processo di industrializzazione graduale e meno traumatico di quello intrapreso da Stalin negli anni Trenta. Così, complice anche la granitica determinazione di Lenin (fermamente deciso a prendere il potere, ignorando tutte le critiche e le obiezioni di marxisti ben più ortodossi di lui), la Russia si avviò verso l’abisso della dittatura a partito unico, del gulag, della carestia e della collettivizzazione delle campagne.

Francesco Maria Feltri

Contadini russi nel periodo della Rivoluzione. (AP Photo)

La Rivoluzione di Ottobre ha solo rallentato il crollo dell’impero russo

Ritengo che la Rivoluzione di Ottobre e la creazione di uno Stato totalitario abbiano solo rinviato il disfacimento dell’impero sovietico. Tutti i presupposti per la sua futura disaggregazione esistevano. Il desiderio di libertà, di autonomia decisionale e la necessità di misure economiche mirate erano latenti e in attesa di trovare uno spiraglio, così come avvenne per l’impero austro ungarico, che pure aveva una tradizione secolare. Altro esempio ci viene dalla fine dell’impero ottomano. Tutti questi Stati erano apparentemente granitici; tuttavia al loro interno non erano sufficientemente coesi mancando l’elemento fondamentale di un “sentire “ comune delle popolazioni che ne facevano parte e il sentimento di appartenenza al bene comune.

Diana Peterson

Un maggiore equilibrio tra città e campagna

Non va mai commesso l’errore di negare la realtà. Ma lo storico dovrebbe avere la fantasia per immaginare, in ogni momento che ricostruisce scientificamente, tutte le possibilità che le forze in campo in ogni momento hanno. Forse è questo quello che si dice “fare la storia coi se”. Allora, senza dimenticare mai gli onori dovuti a Lenin, Trotskj, Luxemburg e agli eroi del primo tentativo di realizzare l’utopia, proviamo, senza spirito di vendetta apocalittica, a giocare non futilmente con la ragione.

È certo che, se non ci fosse stata la guerra civile, in Russia non ci sarebbero stati circa trenta milioni di morti. Non possiamo invece darlo per certo, ma forse la vittoria finale dei socialdemocratici sarebbe stata una tappa più “naturale”. Intendo dire che la natura nei suoi cambiamenti interni non facit saltus e si muove con astuzia e abilità, come una foresta che cresce con disordinato equilibrio (lo pensava anche il dott. Zivago). Un rallentamento dell’impeto dei rivoluzionari e uno stop all’introduzione forzata della collettivizzazione nelle campagne, in sostanza una visione del marxismo attenta alla saggezza del “rinnegato” Kautsky della Questione agraria, avrebbe consentito un recupero di aspetti più “deboli” del moto della storia.

Avrebbe evitato lo scontro feroce coi contadini. Avrebbe contribuito a uno sviluppo più umano e più cosmicamente sostenibile della dimensione agraria di tutta la civiltà: meno urbanesimo, meno aggressività verso la natura, meno guerre fratricide col socialismo riformatore e liberatario, meno maoismo, perché in Cina non ci sarebbe stato l’assedio delle città da parte delle campagne e in Occidente non ci sarebbe stato il dominio delle città sulle campagne. Risanato il corpo malato, la storia avrebbe poi provveduto da ben altre posizioni a ripianare i debiti con la classe operaia. E l’alleanza tanto predicata e mai attuata nei fatti tra operai e contadini avrebbe assunto finalmente forma e nome di fratellanza.

Michele Feo

Un modo «rivoluzionario» di insegnare la storia

Credo che il vostro gioco controfattuale potrebbe diventare una cosa molto seria nell’insegnamento della storia. Se il testo di storia fosse un ebook “nero”, a pagine oscurate, il docente potrebbe illuminarne e spiegarne un certo numero fino a raggiungere un momento storico che ritiene critico. A questo punto potrebbe dire ai ragazzi: e adesso? Come va avanti? Dividetevi in gruppi e fate le vostre ipotesi circostanziate: poi le presentate a tutti. Alla fine vi dico come è andata a finire e discutiamo i perché.

Tutta la storia potrebbe essere insegnata così. Sarebbe sul piano della didattica un metodo “attivo” che sviluppa la capacità di ragionare sulla storia (in cui giocano potere e strategie, e i giovani di oggi, con i loro giochi di ruolo, sono più preparati su questi temi di quanto non lo fossero le precedenti generazioni). Le date vengono al seguito: nell’insegnamento tradizionale dominavano.

Ma un adulto se si ricorda due date per secolo è già tanto. Anche a distanza di tempo gli avvenimenti importanti si riescono a collocare nei secoli giusti: ma quello che manca, e che voi cercate nel vostro gioco, è proprio la capacità di comprendere come poteva andare e perché è andata così. Sviluppando questa capacità penso che i giovani riuscirebbero a capire qualcosa su quello ad esempio che sta succedendo in Siria, e potrebbero perlomeno discuterne. La storia, come l’ho studiata io a scuola, non mi aiuta.

Alberto Banterle

La famiglia imperiale russa in una foto del 1917. In primo piano la principessa Olga, lo zar Nicola II, la principessa Anastasia, zarevitc Alexeï e la principessa Tatiana. In secondo piano la principessa Maria e la zarina Alexandra Fedorovna. / AFP PHOTO / LEHTIKUVA

Niente seconda guerra mondiale e niente Br in Italia
«…Senza il totalitarismo generato dalla rivoluzione bolscevica, la lotta per l’eguaglianza, accompagnata dagli immani massacri che in suo nome sono stati commessi da tutti i comunismi, non sarebbe apparsa come una lotta contro la libertà» scrive Emilio Gentile sulla Domenica del Sole 24 Ore dell’1 ottobre. Forse sarebbe stato meglio dire, come in effetti è stato, che quella “lotta per l'eguaglianza” non sarebbe stata una lotta contro la libertà. Di conseguenza non sarebbe nato il comunismo. Niente seconda guerra mondiale. L’Italia non avrebbe conosciuto le Br. Il mondo avrebbe fatto a meno delle tantissime repubbliche popolari e la democrazia non avrebbe faticato ad affermarsi nel mondo. E forse sarebbe nata quell’Europa unita che resterà per sempre una chimera. E dulcis in fundo, il mondo non avrebbe conosciuto l’attuale caos. Né i migranti. Mentre una Corea del Nord che gioca con le bombe atomiche, sarebbe stato un romanzo di fantascienza.

Pasquale Matina

Se avessero preso il potere i Menscevichi....
In Italia il biennio “rosa” di proteste e scioperi si conclude con un patto fra i sindacati e gli industriali, avallato anche dal Partito Socialista, lontano da ipotesi di scissione.
Mussolini, che nel 1919 ha fondato i Fasci, ha così una scarsa presa sul ceto padronale, ritornato sotto l’ala governativa, e rimane per anni all’opposizione come il PSI.
La Russia, intanto, è retta dal Partito unico menscevico, non osteggiato dalle democrazie occidentali perché ritenuto fonte di stabilità nella regione.
All’inizio degli anni Trenta, con la Grande Depressione, si forma in Italia un governo di larghe intese che include, per la prima volta, ministri di matrice socialista e fascista.
Con la crisi economica, prende forza il Partito Bolscevico Italiano (PBI). Intanto in Germania l’ascesa di Hitler avviene come la conosciamo.
Il governo italiano decide di invadere l’Etiopia, con una determinazione un po’ meno criminale rispetto al fascismo reale, ma perde la guerra. Cade il governo e vengono indette libere elezioni. Vince il PBI ed in poco tempo l’Italia diventa la prima nazione comunista al mondo.
Scoppia la guerra fra Germania nazista e Italia comunista, che la perde già nel 1941 e viene annessa al Reich assieme a Francia e Spagna. La Russia arriva ad inglobare tutto l’Est Europa.
Il Reich invade e sottomette il Regno Unito: l’Europa intera è ora retta da due regimi totalitari.
Le politiche economiche autarchiche conducono, tuttavia, il Reich ad una veloce implosione già nel 1950. Del successivo periodo di anarchia approfitta la confinante Russia, che annette tutta l’Europa occidentale.
Il nuovo impero eurasiatico russo arriva a scontrarsi, nel 1955, con gli USA nella prima guerra atomica, che provoca morte e distruzione in tutta Europa.
La civiltà occidentale termina bruscamente ed il baricentro del mondo si sposta in Estremo Oriente, con l’impero giapponese già egemone sulla Cina intenzionato a portare la seconda guerra atomica contro l’India democratica. Con molti dubbi che il mondo sia in grado, stavolta, di arrivare ad un dopoguerra.

Alberto Cardino

La Rivoluzione d’Ottobre non fu un disastro

Tra le verità espresse dalla filosofia occidentale rientra sicuramente quella leibniziana dell’ottimismo metafisico. Se consideriamo il nostro come il “migliore dei mondi possibili”, non possiamo che discordare con Walzer laddove nel suo articolo esordisce definendo la Rivoluzione d’Ottobre come” un disastro”. Difatti, sebbene sia vero che abbia condotto alle principali disgrazie del Novecento, è innegabile che abbia, alla fin fine, portato l’Europa a salvarsi dai regimi dittatoriali che in ogni caso si sarebbero istaurati. Ma procediamo con ordine. Lenin venne aiutato dal governo tedesco affinché la Germania potesse chiudere il fronte Russo e spostare le truppe su quello francese. Se la Rivoluzione d’Ottobre fosse fallita il fronte Russo sarebbe rimasto aperto; la Grande Guerra sarebbe finita; alla Germania sarebbero state imposte le medesime sanzioni che hanno portato alla crisi economico-sociale del Paese (vera causa dell’ascesa nazista), con la differenza che in Russia sarebbero rimasti i Romanov. A causa loro la Russia non sarebbe arrivata al grado di industrializzazione raggiunto da Stalin ed allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Hitler, senza neanche la necessità del patto Molotov-Ribbentrop, avrebbe, dopo la Francia, preso la Russia e quindi l’Inghilterra. Le sinistre d’Europa in tutto questo, se si vuole credere a una predestinazione ciclica della storia, avrebbero trovato qualunque altro pretesto (oltre alle liti ideologiche con i comunisti) per dividersi e spianare la strada alle destre nazionaliste. Senza il 1921 a Livorno la Marcia su Roma di Mussolini sarebbe fallita lasciando posto a quella di D’annunzio, che avrebbe forse condotto ad una dittatura illuminata destinata, poi, a soccombere sotto l’avanzata nazista. Bisogna quindi concludere considerando la Rivoluzione d’Ottobre come una necessità storica, senza la quale il mondo sarebbe un po' più simile a “La Svastica sul sole” di Dick.

Paolo Inturri

Rivoluzionari armati di fucile, ottobre 2017. Olycom

La Rivoluzione Russa? L’ha mandata la Provvidenza!

«La rivulussiùn Rusa, l’ha mandala la pruvidensa! Dop, i padrun aj pensavu due volte prima ‘d bastunè i garsun...» (traduco dal dialetto piemontese: La Rivoluzione Russa, l'ha mandata la Provvidenza! Dopo, i padroni ci pensavano due volte prima di bastonare i garzoni…).Una trentina di anni fa intervistai per una piccola testata locale, a Poirino (TO), un personaggio molto noto in paese: un erudito contadino con la passione per la lettura , che conosceva interi passi della Divina Commedia a memoria, componeva poesie in dialetto e aveva letto i testi sacri delle principali religioni. Nato intorno al 1915, cattolicissimo e candidato per la Dc in una elezione comunale, ogni domenica leggeva dal pulpito con voce stentorea il Vangelo.La frase sulla Rivoluzione Russa mi sorprese non poco e mi è rimasta in mente.Non la voglio ricordare per rivalutare il bolscevismo, condivido in toto i giudizi negativi di Michael Walzer e, in particolare, sull’influsso liberticida nei confronti della sinistra internazionale: è il gioco della storia controfattuale a non entusiasmarmi. La Rivoluzione Russa secondo il mio compaesano avrebbe avuto un effetto benefico per i contadini poveri della pianura piemontese (sarà stato veramente così? avrà veramente inciso così tanto?). È già così complicato cercare di capire cosa è veramente successo nella storia, piuttosto che tentare di immaginare cosa sarebbe successo se…come quei tifosi di calcio che a distanza di anni recriminano sul palo e il rigore non dato, l’occasione fallita.Nel 2017 poi è sin troppo facile: nessuno ormai può negare i Gulag, lo sterminio dei kulaki o i morti per fame in Ucraina: ma, tanto per fare un esempio, fino agli anni ’60 la maggior parte degli economisti dibatteva se il sistema capitalistico o quello sovietico avessero conseguito migliori risultati in termini di sviluppo economico.

Paolo Tamagnone

Usare il «se» come strumento di indagine

Marzo 1917: i menscevichi riescono ad avere la meglio sui pochi e clandestini bolscevichi, ridotti ai margini della politica rivoluzionaria, e a costituirsi come un moderno partito di massa. La stabilizzazione di un governo liberale a maggioranza socialista riesce a ridare un corso stabile alla politica russa, a far fronte faticosamente alla Grande Guerra, presentandosi a Versailles con la credibilità di un vincitore europeo: la presenza di un forte partito socialista moderato - attento alla classe operaia - riesce ad evitare alla Germania e alle sue zone industrializzate il peso delle rivendicazioni del trattato di pace.
Da qui in poi, tutte le narrazioni russofobe atte a svilire, demonizzare, esaltare - utilizzare in chiave propagandistica insomma - la Rivoluzione Russa cadono nel vuoto: le forti emozioni contrastanti che animarono il dopoguerra pro o contro la Rivoluzione, se avessero vinto i menscevichi, non avrebbero avuto la violenza e la virulenza che conosciamo. Probabilmente il “fare come in Russia” sarebbe stato lo slogan della social-democrazia e il Paesi dell’Europa dell’est si sarebbero volontariamente ispirati al modello russo; le derive sovietiche non avrebbero avuto sponde a cui approdare e il Dottor Živago non sarebbe stato scritto. Cosa ne sarebbe stato, quindi, del mondo bipolare novecentesco, privato della cortina di ferro? Le corse allo spazio, gli scorni ideologici, le tensioni sociali del nostro “secolo breve”, quale demone avrebbero avuto? Allora la domanda iniziale ci porta al vero interrogativo: perché così e non altrimenti?
Certamente, come dice Emilio Gentile, è lecito - perfino doveroso - chiederselo, potrebbe essere un modo per contestare la “fine della storia” e restituire al passato la profondità e la consapevolezza di quelle “grandi narrazioni” e quindi quelle grandi scelte che cambiarono il corso degli eventi; usando un se come strumento d’indagine, e non come legittimatore di rivendicazioni che si rincorrono all’indietro, è bene provarci.

Caterina Mongardini

Soldati sotto lo slogan rivoluzionario “Lunga vita al popolo, terra, libertà e pace!”, febbraio 1917, Nikolayevsk-on-Amur, Far East russo. (AFP/RIA Novosti / Sputnik).

Gli Stati Uniti si ritirano dal conflitto

Dopo il fallimento della presa di potere da parte dei bolscevichi, il governo di Kerensckij attuò una dura repressione nei confronti dei bolscevichi in tutto il territorio della Russia e, dopo una prima fase di incertezza, durata pochi giorni, prese alcune decisioni gravide di importanti conseguenze: ampie epurazioni vi furono nell’esercito che coinvolsero non solo i sostenitori del partito di Lenin, ma tutti coloro che avevano assunto posizioni “disfattiste” , inoltre furono introdotte norme che garantivano un miglior trattamento per le truppe e la promessa di introdurre una riforma agraria che garantisse la distribuzione di terre demaniali e dei latifondi nobiliari ai reduci in caso di vittoria. L’altro intervento riguardava la votazione per l’assemblea costituente che fu rimandata alla fine del conflitto. Di fatto il governo Kerensckij impresse una svolta autoritaria e nazionalista.
In quegli stessi giorni accadde un altro fatto di grave importanza: la decisione, da parte degli Usa, di ritirarsi dal conflitto. La scelta fu dovuta alla rapida diffusione tra i soldati americani, che si stavano addestrando, di una violenta forma influenzale che decimò le truppe e convinse il governo, d’accordo con gli alleati europei, a non inviare truppe portatrici di un morbo incurabile.
La decisione suscitò grandi speranze nei governi degli imperi centrali che decisero di intraprendere una grande offensiva nell’inverno tra il 17 e il 18 contro la Russia con l’obiettivo di mettere in seria difficoltà Kerensckij. Ma, come per Napoleone, il Generale Inverno determinò una dura disfatta per gli eserciti imperiali che troppo in profondità si erano spinti nel territorio russo. La controffensiva russa condotta nell’estate del 18 fu decisiva per l’esito del conflitto, costringendo alla resa la Germania e l’Austria-Ungheria.
Alla fine del conflitto gli Usa avevano il controllo finanziario dei principali stati europei e la Russia l'egemonia politica in Europa. Un mondo bipolare stava sorgendo.

Mauro De Zan

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