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Il ritmo che ruppe il silenzio

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Il ritmo che ruppe il silenzio

Ogni malattia rompe un equilibrio. Quello di una persona, della sua famiglia. 120 battiti al minuto racconta di una malattia, l’Aids, che ha rotto gli equilibri del mondo, travolgendo l’umanità e modificandone l’immaginario e le relazioni. Senza perdere un colpo (il ritmo è presente fin dal titolo, in omaggio alla musica di quegli anni), il film di Robin Campillo mescola tragedia e elegia, ribellione e tenerezza, euforia e perdita, politica e sessualità. A Cannes ha fatto incetta di premi (Grand Prix, Fipresci e Queer Palm) e agli Oscar rappresenterà la Francia. Almodovar, presidente della giuria di Cannes, ha detto di averlo «amato dal primo all’ultimo minuto» questo film che racconta «storie di eroi veri che hanno salvato molte vite».

Siamo all’inizio degli anni Novanta e gli eroi sono i ragazzi e le ragazze di Act Up-Paris, associazione fondata sull’esempio di Act Up-New York. Sean è intelligente, veloce, parla fuori dai denti; Thibault guida l’associazione, ma ha relazioni difficili col gruppo; Sophie organizza le azioni pubbliche e non perde la calma; Nathan, appena arrivato, è timido, sieronegativo e determinato in amore; Marco ha sedici anni e ha preso il virus per una trasfusione infetta. Sanno quello che li aspetta. Lottano contro la malattia facendo politica e fanno politica lottando contro la malattia.

In un’epoca di segreti, bugie e anatemi – per molti, l’Aids, inizialmente chiamato Grid (Gay-Related Immune Deficiency), era la “peste gay” – i militanti di Act-Up combattono per il diritto alla cura e all’informazione medica. Lo statuto dell’associazione è chiaro: sarete esposti ai media, identificati come persone infette; durante le riunioni fate interventi brevi: abbiamo poco tempo, non sprechiamolo. Hanno vent’anni e compiono azioni violente sul piano simbolico, mai su quello fisico; occupano spazi pubblici con immagini, cartelli e fischietti; mettono in scena “die-in” sdraiandosi per le strade; portano preservativi nelle scuole; lanciano bombe di sangue finto dentro i palazzi delle industrie farmaceutiche accusate di fare marketing sulla pelle dei malati. La sintesi della loro battaglia è Silenzio=Morte. Sulle loro magliette c’è un triangolo rosa, ma è capovolto: noi non siamo gli omosessuali deportati nei lager, siamo gay e lesbiche che lottano contro un’epidemia che ci sta uccidendo. Per farlo, dobbiamo combattere l’ipocrisia e il perbenismo, sensibilizzare e istruire l’intera società. Estrarre l’Aids dal ghetto superstizioso e omofobo in cui non solo la destra conservatrice, ma anche le bellurie intellettuali di Baudrillard vogliono relegarlo. E sarà Susan Sontag a segnalare il rischio di trasformare l’Aids in una categoria sociale abitata da metafore punitive. A mostrare che lo stigma storicamente associato al cancro (colpa, segreto, vergogna) nell’Aids esplode perché a ogni sostantivo (colpa, segreto, vergogna) può essere affiancato l’aggettivo sessuale.

In modo foucaultiano, Campillo mostra i corpi e le sessualità come territori politici: corpi militanti come bombe infette che la polizia arresta con guanti di lattice, corpi amanti nudi nella paura e nel desiderio. Obiettivo di Act Up, e dunque di Campillo, che ne era attivista, è rendere visibili corpo biologico e corpo sociale, mostrare la resistenza sui due fronti: politico e immunitario. Ci sono momenti in cui lo schermo è attraversato da cellule che danzano, in altri momenti sono le persone a danzare – e loro battiti sono 120 al minuto.

La lotta non investe solo i politici, le case farmaceutiche e le compagnie di assicurazione, ma anche il torpore e il fatalismo della comunità gay. C’è una scena in cui gli attivisti di Act Up fanno propaganda pro-preservativo e vengono insultati dagli omosessuali che vogliono rimorchiare indisturbati lungo la Senna. In sogno il grande fiume parigino scorrerà rosso di sangue.

La morte faceva irruzione nel mondo e nei letti dei ventenni, circolavano malattie opportuniste dai nomi ipnotici e dagli effetti crudeli: sarcoma di Kaposi, Pneumocystis Carinii. Erano gli anni dell’AZT, dagli impietosi effetti collaterali. Ancora impensabile l’avvento delle terapie odierne che, almeno nei paesi che possono permetterselo, hanno minimizzato gli effetti indesiderati e esaltato quelli attesi, trasformando una malattia letale, che ancora contagia e su cui mai va abbassata la guardia, in una condizione sierologica comunque compatibile con la vita. Erano anni in cui lottare contro l’Aids significava prendere coscienza del confine tra un corpo sano e un corpo malato, mapparne i respiri e le incertezze, i sintomi e le terapie. Diventare soggetti della cura, non solo oggetti. Il corpo era esplorato quotidianamente. Paura e speranza, angoscia, ipocondria e conoscenza si incontravano sulla punta delle dita che si dirigevano sotto le mandibole e dentro le ascelle, sul collo e agli inguini, alla ricerca di ghiandole ingrossate. Campillo ha saputo cogliere, ora con la coda dell’occhio, ora con tutta la retina, ciò che accadeva (e accade) sopra e sotto la superficie dei corpi toccati dall’HIV.

Il suo film intimo e corale è un’operazione a cuore aperto che mostra la genesi sessuale di un movimento politico. Inizia descrivendo come funzionava Act Up, lo stile degli incontri, la costruzione delle strategie; prosegue presentandoci ogni protagonista; termina raccontando una storia d’amore, il suo sperma e le sue lacrime. Film di vita e di morte, 120 battiti al minuto mostra l’impossibilità di tenere separati privato e politico, corpo e società, desiderio e potere.

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