Domenica

Tan Dun, sinfonia a colpi di smartphone

  • Abbonati
  • Accedi
Venezia. Biennale musica

Tan Dun, sinfonia a colpi di smartphone

Biennale Musica: il compositore cinese Tan Dun e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai (Foto: Andrea Avezzù)
Biennale Musica: il compositore cinese Tan Dun e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai (Foto: Andrea Avezzù)


Va bene che a Venezia anche i più esperti perdono l’orientamento. Però un tiro così mancino la Biennale Musica non doveva tirarlo: ci avevano promesso di portarci a Est, con il programma predisposto da Ivan Fedele, confermato alla direzione artistica fino al 2020. E invece ci siamo ritrovati dritti dritti a Nord. E poi a Ovest. Con i due impaginati inaugurali di questa sessantunesima edizione del Festival di musica contemporanea – Stockhausen da una parte e Tan Dun dall’altra – che solo in superficie potevano dirsi ispirati a quell’«Est!», scolpito a caratteri cubitali sui manifesti, filo conduttore dei dieci giorni di concerti. Perché nella sostanza, sia il compositore tedesco, esponente di una metodica avanguardia post-Darmstadt, sia il cinese, già Oscar per il cinema e ora qui Leone d’oro per la carriera, rimangono artisti radicati nella cultura e nei modelli occidentali.

Un vago profumo di natura esotica nella Passacaglia: Secret of Wind and Birds si avverte: Tan Dun la scrive nel 2015 e al Teatro alle Tese si ascolta in prima esecuzione italiana. Da giorni ci hanno avvertito di portare il telefono cellulare e di tenerlo bene acceso, durante l’esecuzione, pronti a cliccare sui 53 secondi di oasi ornitologica che abbiamo diligentemente scaricato. Anche gli orchestrali della Sinfonica Nazionale della Rai sono pronti con i loro smartphone e iphone. Ed è proprio il timpanista a dare il via a questo insolito happening, che parte con un suono dal suo telefonino. Ma gli uccelli evocati da Tan Dun non assomigliano a quelli di Respighi e di Messiaen. L'impasto ricreato qui è formato da una frase in orchestra, composta di tasselli ossuti, che vengono ripetuti secondo la grammatica di una moderna Passacaglia. Sopra, intrecciati, in un paio di momenti arrivano le folate del vento e dei cinguettii dei telefonini, dai timbri forse di strumenti antichi cinesi, forse di moderne ricreazioni al computer.

Tan Dun sul podio amministra orchestra e pubblico: indica alla sala i momenti in cui accendere il cellulare, sorride quando ancora per un po’ i volatili restano nell’aria, anche quando ormai la sezione dedicata sarebbe conclusa.È un musicista rilassato, sorridente, filosofo. Sprizza gioia quando ha tra le mani la statuetta del Leone d’oro, consegnata senza troppi preamboli dal presidente della Biennale, Paolo Baratta. E simpaticamente, nel discorso di rito, racconta di essere nato sotto il segno del leone. Ma di non aver mai immaginato di essere coronato da un Leone d’oro. La cordialità ispira anche il colloquio che tiene la mattina, nella Sala delle Colonne, a Ca' Giustinian, sede della Biennale, davanti a un gruppo di attenti allievi di scuole medie dei dintorni di Venezia. A loro racconta della propria vita e di come si arriva al successo.

Biennale Musica: il compositore cinese Tan Dun e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai (Foto: Andrea Avezzù)

Spiega di essere nato nella stessa città di Mao. Glissa senza commenti dettagliati sull’infanzia povera, quando non disponeva di scarpe e la prima scoperta del suono gli veniva dall’immersione dei piedi nudi nell’acqua del fiume. Lui, figlio di due professionisti, costretti dalla rivoluzione culturale a emigrare nelle campagne. Spiega il fecondo dialogo tra natura e tecnica: tra suoni “organici”, creati dall’uso spontaneo di materiale naturale, che vengano a restituire un respiro fatato agli strumenti della cultura occidentale. Tan Dun, che oggi ha casa tra New York e Shanghai, alla domanda su come si impari a scrivere musica, risponde con un consiglio degno di uno sciamano: «Tieni un diario, e ogni giorno esercitati a tradurre in suoni quello che hai vissuto durante la giornata. Dopo vent’anni, sarai capace di parlare con la musica, affidandole ogni affetto».

A parte i telefoni-uccellini, il concerto di Tan Dun vanta altre due prime esecuzioni italiane: nella prima, il Percussion Concerto: The Tears of Nature, del 2012, fa perno intorno alla bravura strabiliante di un giovane percussionista piemontese, Simone Rubino. Un mostro di tecnica e musicalità. È lui che muove la composizione, in tre movimenti, saltabeccando tra un nugolo di percussioni, dai timpani alla marimba fino a dei coni e bambù, dimostrandone le infinite possibilità di gesti, effetti e espressione. Un mago, assoluto. Che trascina nella perfezione anche gli orchestrali della Sinfonica Rai, che non possono essergli da meno. Nell’ultimo brano invece, Concerto per orchestra, dall’opera Marco Polo, la tensione cade e le troppe imprecisioni confermano quanto il fattore dell’impeccabilità assoluta sia determinante nella musica contemporanea. Anche nell’altra, chiaro. Ma in quella del presente soprattutto.

Lo sapeva bene Boulez. Lo sa bene Maurizio Pollini. Lo sanno tutti i grandi interpreti devoti al nuovo. Dove la perfezione è fondamentale, anche per la conquista di una dimensione estetica. Questa mancava, la prima sera di concerti della Biennale Musica: Inori, un famoso brano di Karlheinz Stockhausen degli anni Settanta, di cui esistono ottime registrazioni, anche su YouTube, alle Tese veniva presentato in prima italiana, nella versione per organico ristretto a 33 strumenti. Con un solo mimo-danzatore, Roberta Gottardi, un po’ rigida nei movimenti simbolici, e con i musicisti dell’Orchestra di Padova e del Veneto, spronati con molta esattezza di gesto e di indicazioni da Marco Angius, ma dai risultati spesso sfocati, impacciati nei disegni ritmici, soprattutto degli ottoni.

Il brano consiste in una spietata prova di resistenza di settanta minuti, dove prevalentemente viene emessa la nota sol, tenuta e frastagliata in ripetizioni apparentemente di banale facilità, in realtà difficile per l’esattezza schematica richiesta e per la continua iterazione. Il malcapitato basso tuba non può che suonare forte, dopo una tale maratona, perché fisicamente non ha alternative per produrre suoni decenti. Però è chiaro che così sovrasta tutto il resto dello strumentale. E il mistero della preghiera, della adorazione, come vuole la parola giapponese Inori perde in misticismo e finisce in sguardi preoccupati all’orologio. Molti del pubblico lasciano anzitempo la sala. Segno che Stockhausen colpisce ancora. Mentre per Tan Dun vanno esauriti tutti i biglietti e c’è gente in piedi.

Novità in cartellone alla Fenice e a Como

Due altre novità increspano in parallelo alla Biennale l’offerta di musica contemporanea: una viene sempre da Venezia, per il cartellone del Teatro La Fenice. Ed è la ripresa di una breve pagina teatrale di Ernst Krenek, Cefalo e Procri, scritta per la terza Biennale, nel 1934, e da allora mai più ripresa. Concentrata nei sapienti gesti orchestrali, con begli sbalzi del pianoforte, ricca nella disposizione delle voci, l’operina viene affiancata all’altrettanto breve cammeo di Silvia Colasanti, Eccessivo è il dolor quand’egli è muto, dal Lamento di Procri di Francesco Cavalli: un distillato elegante, su timbri raffinati, con la voce di cristallo di Silvia Frigato. Tito Ceccherini ha ormai una sicurezza disinvolta sulle partiture contemporanee, mentre Valentino Villa debutta con sicurezza in una regia che ha tutta l’efficacia del teatro di prosa, nel raccolto palcoscenico del Teatro Malibran.

Su un altro raccolto palcoscenico, quello del Teatro Sociale di Como, sempre negli stessi giorni, e poi per altre undici repliche nei teatri del circuito Opera Lombardia, debutta Ettore Maiorana. Cronaca di infinite scomparse, opera di Roberto Vetrano (allievo di Ivan Fedele all’Accademia di Santa Cecilia) vincitrice del Concorso Internazionale Opera oggi, promosso da OperaLombardia. Intrigante, sfrutta un giallo storico irrisolto – quello del fisico Majorana, sparito nel viaggio tra Palermo e Napoli, nel 1938 – e riverbera sulla scrittura una serie di possibili analogie matematico-musicali.

Il risultato tiene drammaturgicamente (pur con un libretto debole) e colpisce per la qualità di orchestra e soprattutto coro. Le parti polifoniche sono forse le più nuove e attrattive, quelle solistiche con un declamato un po’ prevedibile. Ma è l’operazione nel suo complesso a risultare vincente: con un team preparato, eccellente dal direttore Jacopo Rivani, ai Pomeriggi Musicali, a tutti i solisti, fino alla regia di Stefano Simone Pintor, giocata a tutto tondo in tutto il teatro, compresi platea e soffitto stellato. Majorana non si ritroverà. Ma per sette volte, con sette attori, sempre con lo stesso impermeabile e cappello, gli verranno date sette diverse possibilità di vita. Per un pubblico entusiasta e teatro pieno. Aprire le stagioni dei teatri con un'opera nuova dovrebbe diventare non solo un obbligo, non solo una sfida, ma anche un piacere diffuso.

“Inori” di Stockhausen; Orchestra di Padova e del Veneto, direttore Marco Angius; “Passacaglia: Secret for Wind and Birds” di Tan Dun; Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, direttore Tan Dun; Venezia, Biennale Musica, Teatro alle Tese. (www.labiennale.org)

© Riproduzione riservata