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Considerazioni sull’albero

Letteratura

Considerazioni sull’albero

Foglie saettanti. «Le lion, ayant faim , se  jette sur l’antilope» , Henri Rousseau.   1905, Fondazione Beyeler, Basilea
Foglie saettanti. «Le lion, ayant faim , se jette sur l’antilope» , Henri Rousseau. 1905, Fondazione Beyeler, Basilea

Non si parla da pari a pari con un albero: esso obbliga ad alzare la testa. Del resto senza quell´arroganza che caratterizza molte cose alte: incute rispetto, ma con una maestosità semplice, senza affettazione, e quasi leggera, senza dubbio a causa dell´aria che lo attraversa. Della maggior parte delle cose, anche delle più aeree (un uccello, per esempio), si può dire che sono nell´aria, circondate o trasportate da essa, ma non, come l´albero, animate da essa. L´albero, che tutto, d´altro canto, lega alla terra, è veramente il complice dell´aria, di cui manifesta il movimento con il tremolio delle sue foglie e l´oscillare dei suoi rami. Suonano entrambi nella stessa orchestra. Terra, aria, luce, ecco ciò che ci vuole per fare un albero, che unisce il cielo al mondo sotterraneo, o piuttosto è un innalzamento, uno slancio del sotterraneo verso il cielo. Mentre tutte le cose cadono, come quel frutto che, staccatosi da un melo della campagna inglese, secondo la leggenda suggerì a Newton la legge della gravitazione universale, l´albero (il melo, per esempio) si innalza: ha lo spirito di contraddizione. Perpetua l´avventura fugace del getto d´acqua, fissa lo zampillio che l´acqua mutevole disperde all´istante.

È anche un irriducibile individualista. Miliardi, e probabilmente (non ne ho la minima idea) miliardi di miliardi di alberi costituiscono una sorta di vello della Terra e si può sostenere, senza timore di sbagliarsi, che non ce ne siano due di simili. Non solo, naturalmente, tra una specie e l´altra (che cos´hanno in comune la chioma radiosa di un tiglio e lo stento pennacchio di un cocco?), ma all´interno di una stessa specie. Questa caratteristica è dovuta, tra l´altro, alla sua passione per la divisione, per la biforcazione (taglia un capello in quattro), che fa dell´albero anche un campione della varietà. E si può presumere (non sono andato a vedere né ho fretta di farlo) che sia la stessa cosa sotto terra, che nelle tenebre si sviluppino miliardi e miliardi di alberi pallidi, immobili, più raccolti delle loro escrescenze aeree, ciascuno diverso dal suo vicino, e che siano le foreste sospese dei morti. Per rimanere in un registro malinconico, notiamo, en passant, che se si fa lo sforzo di osservare un grande albero come se non se ne fosse mai visto uno (se si arrivasse da un altro pianeta, oppure dalla Lisbona tutta di marmo sognata da Baudelaire in Any where out of the world), non è impossibile trovare qualcosa di inquietante in quel gigante irsuto dalla pelle maculata.

Nella pittura, che lo ha raffigurato molto da quando si è interessata al paesaggio, l´albero è quella sagoma danzante che arriccia i tirabaci del suo fogliame sulle feste galanti di Watteau, ma assume anche forme tentacolari, con foglie saettanti come lingue, sotto le quali le belve del doganiere Rousseau fanno i loro banchetti sanguinosi; distende, in una caccia notturna di Paolo Uccello, un baldacchino geometrico sopra una torma di cavalieri scarlatti e una muta di cani saltellanti; innalza i suoi ceri neri nell´isola dei morti di Böcklin. In gruppo, aggiungendo ombra all´ombra della notte, può ispirare terrore.

In autunno (ed è nei primi giorni di dicembre che, alzando il capo verso le cime, munito di un taccuino e di una matita che sono entrambi un dono dell´albero, faccio le osservazioni che riporto qui), esso offre spesso l´aspetto di un grande candelabro malridotto, screziato di bruniture, irto di punte, di rostri. Piedi di elefante, che ripiegano grosse dita sul terreno, piene di callosità. Dell´elefante alcuni hanno anche la pelle grigia e piegosa (i faggi), mentre altri sembrano piuttosto ricoperti di pelle di squalo, scura a grana fine, o (gli aceri i cui semi pendono, con le ali ripiegate, come sciami di libellule dorate) di vecchia pergamena screpolata color d´ossa.

La corteccia dei platani è rimarchevole, ocellata da una stratificazione di squame ritagliate irregolarmente, di svariati colori che vanno dal giallo pallido della carta di un vecchio giornale al bruno del feltro passando per il grigio topo o cenere e il verde mandorla, riproducendo sul fusto dell´albero (come se esso si camuffasse nella propria luce) le macchie fatte danzare sul terreno dai raggi del sole che giocano attraverso il fogliame. I solchi scagliosi che percorrono il tronco dei castagni fanno pensare all´aspetto grumoso, grigiastro di un banco di ostriche. La betulla porta calze di una seta di un bianco madreperlaceo, finemente striata di nero, che invita alla carezza. Specie di vagine si aprono qua e là in alto, orlate da labbra, in cui degli uccelli si trastullano in tutta innocenza, bisogna credere.

Alcuni alberi sono scarmigliati, altri pettinati a spazzola. Nelle linee dei rami sembrano leggersi tutti i temperamenti: noncuranza di curve illanguidite, carattere tragico che esplode in fibrillazioni nere (la quercia), angeli ribelli che tendono i pugni verso il cielo come per maledirlo, creature sconsolate che si torcono le braccia, che si sfiniscono in piegamenti, nature imperiose che si manifestano in fasci rigidi (il pioppo); alcuni perseguono la loro idea con costanza, altri la cambiano bruscamente con un colpo di testa, andando in un´altra direzione. Nel loro disegno complicato ci sono fantasie di grazia e di terrore, danza e tortura.

Velette tremolanti contro il cielo; scintille, bagliori di fuoco sul ciglio dei sentieri, pesci dorati nell´acqua nera delle pozzanghere, che planano secondo volteggi e scatti diversi, che lasciano solo a malincuore il loro trespolo, che profumano l´aria di un aroma delicatamente speziato, scricchiolanti, fragili, o pelose, morbide come velluto, feltrate, color avana screziate di verde uva o purpuree, grigio perla, rosa carnicino, che compiono virate e capriole, che si inseguono come animaletti giocherelloni, come scoiattoli: le foglie. Pettine delle nuvole, l´albero con i suoi rami spogli, pennone vibrante al vento, arpa a forma di folgore o di nervatura, grazie a cui cantono quelle che Chateaubriand chiama «le grandi voci dell´autunno».

Traduzione di Fabrizio Ascari

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