Domenica

E se avessero preso il potere i Menscevichi?

gioca con la domenica. la rivoluzione russa

E se avessero preso il potere i Menscevichi?

Vladimir Lenin intento nella lettura della «Pravda» in una foto del 1918 (Agf)
Vladimir Lenin intento nella lettura della «Pravda» in una foto del 1918 (Agf)

Come sarebbe andata senza la Rivoluzione russa? Che corso avrebbe preso la Storia negli ultimi 100 anni? O, per dirla con l’intellettuale americano Michael Walzer, «come sarebbero state la Russia, l'Europa e la sinistra oggi se i Menscevichi (i socialdemocratici russi) avessero vinto?» Lo scorso 1 ottobre, «Gioca con la Domenica» lo ha chiesto ai lettori del Sole 24 Ore. Ci hanno risposto in tanti, tutti in maniera interessante. Ecco un’altra selezione di “storie controfattuali” dei nostri lettori, la “storia fatta con i se” alla quale ricorrono, talvolta, anche gli storici di professione.

Non avremmo l’immigrazione di massa dall’Africa

Mi ha sempre interessato l’ucronia. Secondo me, se i bolscevichi non fossero riusciti a compiere la rivoluzione, avremmo avuto un’Europa molto più ricca innanzitutto perché non sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. Fascismo e nazismo, in effetti, sono stati movimenti nati per contrastare la deriva comunista esaltata in ogni nazione europea dalla Rivoluzione d’ottobre. Avemmo ancora le colonie europee d’oltre mare e dunque non ci sarebbe oggi il problema dell’immigrazione di massa dall’Africa in quanto le nazioni africane non avrebbero ottenuto quell’indipendenza, frutto del buonismo post bellico delle potenze vincitrici, che non hanno saputo gestire. Non esisterebbe Israele, consacrato nel ‘48 quasi come se il mondo intero dovesse riparare alla Shoah, e dunque il conflitto Occidente/Islam sarebbe ridimensionato e con scarse motivazioni da parte di quest’ultimo. Infine non ci sarebbe in Europa un predominio culturale ed economico americano e l'utilizzo dell’inglese sarebbe oggi moderatamente diffuso al pari di quanto avrebbe potuto esserlo la lingua, i valori e la cultura del popolo russo.

Alberto Margaritella


Lev Trotsky, in una foto del dicembre 1920. (Afp)

Raggiunti gli obiettivi di giustizia e uguaglianza sociale

Novembre 1917. I menscevichi, informati della presa del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi, reagiscono. Di comune accordo con le altre forze del precedente governo provvisorio, danno l’ordine di arrestare Lenin, Trockij e i loro membri più fidati, dichiarando fuorilegge il partito bolscevico.
Arginato il pericolo rivoluzionario di Lenin e compagni, ora si presenta per il governo di coalizione socialdemocratica una irta e lunga strada da percorrere, per riformare energicamente la Russia e portarla allo stato di Repubblica liberal-democratica, che possa al tempo stesso garantire giustizia sociale.
Prima tappa da compiere, per quando riguarda la politica estera, è la prosecuzione della guerra, che grazie all’intervento statunitense, sembra ormai pendere dalla parte dell’Intesa…Conclusa la guerra da vincitrice, la Russia non perde terreni, anzi amplia la propria influenza nel Caucaso. Inoltre la vittoria, pur sofferta, rafforza il governo, ancora traballante e non ancora pienamente legittimato agli occhi del popolo.
La mancanza di uno Stato sovietico illiberale priva conservatori e reazionari nelle democrazie liberali di strumentalizzare le riforme e i provvedimenti della Sinistra socialdemocratica. Così, gli obbiettivi di maggiore giustizia e uguaglianza sociale, in ambito capitalistico, vengono piano piano raggiunti.
Lo sviluppo socio-economico della Russia porta alla nascita di un vasto ceto medio, e conseguentemente, una grande domanda di beni di consumo, assorbendo così il surplus produttivo degli Usa e scongiurando la correlata Grande Depressione del ’29. Non solo non scoppia nessuna Seconda Guerra Mondiale, ma sorge una “sana” competizione internazionale tra America e Russia, senza prevedere corse agli armamenti. Il progetto di un’Europa unificata prende piede con decenni d’anticipo. Una diversa globalizzazione, di diritti oltre che di merci, denaro e persone, si sviluppa precocemente, portando inesorabilmente ad un mondo globalizzato finalmente equo.

Matteo Locatelli


Il Presidente americano Woodrow Wilson, in carica dal 1913 al 1921 (Agf)

I dieci giorni decisivi per un mondo pacifico

John Reed era inviato dal suo giornale in Russia perché si parlava di una prossima rivoluzione. Lui che veniva da una nazione libera voleva capire la deriva autoritaria alla quale sarebbe giunta la Russia all’inizio di un secolo che si annunciava burrascoso poichè aveva scatenato una guerra di dimensioni mondiali, catastrofiche. Andando a Pietrogrado, John conosce Lenin: fuggito in Svizzera dopo la rivolta del 1905, che sta rientrando in patria per guidare i rossi bolscevichi (la minoranza) verso la rivoluzione. Al potere vi sono i bianchi menscevichi che dopo aver abbattuto la monarchia zarista hanno instaurato un governo demo-moderato con elezioni a suffragio universale e un Parlamento con ampi poteri. Al netto degli errori fatti o, quanto intenzionalmente ?, da fare, immaginiamo che la rivoluzione che voleva Lenin fallisce immediatamente. A far da balia alla nuova Russia c'è Kerenschij che con la sua Armata fronteggia, in Ucraina, l’esercito del rivoluzionario: Trotzkij. Si riesce a evitare la guerra civile e il popolo gode per la nuova situazione creatasi. Si confrontano le tesi d’aprile contro i riformisti-socialisti che sconfiggono la triade: Lenin, Trozkij e Josif Visarionovic Dzugasvili il potente Segretario detto “Acciaio”. Inghilterra e Francia hanno appoggiato Kerenskij e lo stesso Wilson è intervenuto a favore dei moderati. Stati Uniti e Russia ora sono amici e vanno verso un nuovo ordine mondiale in cui saranno aboliti tutti i bienni rossi e si allontana la paura di una seconda guerra mondiale. La Russia ha fatto amicizia col Giappone del divino imperatore per evitare accordi con altre nazioni scoraggiandole a proseguire le loro prove di forza. Le riforme e gli Usa vedono la Russia interprete di una rinnovata unione tra le Nazioni: arbitro pacifico in un’Europa equilibrata; il giornalista, suo malgrado, è costretto scrivere: No rivoluzione, Kerenskij e il suo governo resistono per offrire alla Russia e al mondo PACE!

Matteo Coco

Joseph Stalin saluta la folla dalle tribune del Mausoleo di Lenin a Mosca negli anni 30 (Agf)

L’inganno della Costituente
Con tutto il rispetto, ritengo che la questione non sia posta in modo condivisibile, anche da uno studioso di fama internazionale come Michael Walzer. Provo a ricostruire rapidamente alcuni passaggi cruciali della vicenda. Il vero punto di svolta della storia russa consiste nella mancata attivazione dell’Assemblea Costituente, all’interno della quale i menscevichi erano una sparuta minoranza (2,9%). Dalle elezioni tenutesi tra il 12 e il 14 novembre 1917 emerse un quadro politico chiarissimo, dominato per il 40% da deputati appartenenti al Partito Socialista Rivoluzionario (PSR), un raggruppamento che aveva ereditato la tradizione, tipicamente russa, del populismo rurale. I bolscevichi, pur fortissimi nelle zone industriali, si erano arrestati al 23,2%. Menscevichi, Cadetti ed altre formazioni minori avevano ottenuto consensi trascurabili. A questo responso inequivocabile, Lenin rispose tempestivamente pubblicando sulla Pravda del 13 dicembre le Tesi sull’assemblea costituente, nelle quali sosteneva che la recente elezione andava considerata alla stregua di un attardato intralcio “borghese” al corso rivoluzionario degli eventi. A dispetto della chiarezza di intenti illustrata dal leader bolscevico, i socialisti rivoluzionari evidenziarono una clamorosa inadeguatezza del proprio gruppo dirigente, impastoiato in fantasiose e romanticheggianti disquisizioni sul “popolo” e sui contadini. Il 5 gennaio 1918 i bolscevichi non esitarono a mostrare il proprio volto piú feroce, accogliendo a fucilate una pacifica manifestazione organizzata per difendere la Costituente. Non a caso, Maksim Gorkij richiamó alla memoria la tragica “domenica di sangue” del 1905. «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», scriverá piú tardi Carl Schmitt. Lenin è stato indubbiamente sovrano in una fase decisiva della Rivoluzione, quella in cui la strada al trionfo della Repubblica dei soviet venne spianata con feroce determinazione. I grandi sconfitti furono le “anime belle” del PSR. Ma i menscevichi, in quella vicenda, non entrarono per nulla poiché da tempo erano finiti nella pattumiera della Storia.

Lucio Scenna

Se non ci fosse stata la Rivoluzione d’Ottobre....
Giornalista: «Egregio professor Ansaldi, la ringrazio per avermi ricevuto. Sa, quella sua teoria del “Se” ha fatto un po' di scalpore».
Professore: «Sono io che la ringrazio per la sua richiesta di un’intervista, considerato che lo scalpore di cui lei parla è stato tutt’altro che … benevolo».
Giornalista: «Beh! Oggi il pianeta vive in un clima idilliaco, con una social-democrazia universale che ha gemellato i vari continenti, con i robumani che svolgono tutti i lavori, dai più umili e faticosi ai più qualificati, e con noi umani impegnati solo a condurre una vita di completi svaghi e a consumare quello che loro incessantemente producono sia per il nostro personale piacere sia per il loro».
Professore: «Ed è proprio per questo che nel mio saggio pubblicato la settimana scorsa sulla rivista Il Futuro ho avanzato l’ipotesi del “Se”, cioè cosa sarebbe avvenuto “Se”, per esempio, due secoli fa, all’inizio del XX secolo, in una delle Nazioni europee fosse avvenuta una rivoluzione che avesse sovvertito l’idea umana universale ed innata del libero pensiero e fosse stato invece instaurato un Regime Totalitario che, falsamente parlando in nome del popolo, avesse imposto un clima oscurantista e oppressivo con conseguente eliminazione fisica di qualunque oppositore».
Giornalista: «D’accordo, ma ipotizzare che quella ideologia sarebbe divenuta una cancro che avrebbe corroso per decenni le menti di molti uomini in molte altre nazioni del pianeta, non le sembra esagerato?».
Professore: «Esagerato? Consideri che allora c’erano ancora le guerre, e ipotizzare milioni di oppressi e di morti in quella Nazione, e altri milioni di oppressi e di morti per le guerre e le lotte ideologiche che inevitabilmente quell’ideologia avrebbe prodotto, le sembra esagerato?».
Giornalista: «Brrr. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Ma scusi, professore, come le è balenata questa idea del “Se” con quei... come li ha chiamati? Ah, si, bolscevichi. Ma che razza di nome!».
Professore: «Bèh, con tutto il tempo libero che oggi, grazie ai robumani, abbiamo a disposizione, pensare è un divertimento assai piacevole. E per quanto riguarda quel nome … beh, mi è venuto così, e mi sembra che suoni proprio bene, non trova?».
Giornalista: «Mi ha proprio convinto, professore. Sa cosa farò? Proporrò al mio giornale di indire un concorso tra i propri lettori, e di pubblicare i migliori “Se” che saranno ricevuti».
Professore: «Molto interessante: ho altri “Se” pronti nel cassetto, e ne approfitterò».
Giornalista: «Mi può dare qualche anticipazione?».
Professore: «Si, ma solo una. Cosa sarebbe successo “Se” fosse stata inventata la Bomba Atomica?»
Giornalista: «Bomba atomica? Che roba è?».

Piero Giorgi

Vladimir Lenin con Josef Stalin in una foto del 1923. (Agf)

Un mondo senza Guerra Fredda

La Storia non si fa con i se e con i ma......ritengo comunque un utile esercizio pensare ad uno scenario politico alternativo qualora i Menscevichi di Juli Martov avessero prevalso sui Bolscevichi di Lenin durante la Rivoluzione Russa .
Il Partito Operaio Socialdemocratico Russo nasce nel 1898 e cinque anni dopo si divide in due fazioni : i Bolscevichi che risultarono in maggioranza durante una votazione ed i Menscevichi che invece furono in minoranza. Nel 1913 tale divisione vide nascere due distinte forze politiche guidate da Lenin la prima e da Juli Martov la seconda .
I Menscevichi erano più moderati e non approvavano gli “espropri proletari” per finanziare le casse del Partito ovvero furti, rapine e sequestri di persona a scopo di estorsione in cui ad esempio era specializzato il giovane Stalin (come dimenticare la celebre rapina alla Banca di Stato di Tiflis, oggi Tiblisi.......orchestrata proprio dal Georgiano) .
In particolare i Menscevichi erano marxisti ortodossi, ritenevano cioè che la “Rivoluzione del Proletariato” dovesse avvenire in un Paese dove il sistema capitalistico aveva raggiunto il massimo sviluppo come la Germania e l'Inghilterra e che quindi gli operai russi fossero ancora troppo deboli per assumere il potere .
La Rivoluzione di Marzo aveva posto fine al regime zarista favorendo la nascita del Governo Borghese del Principe di L’vov e poi di Kerenskij; secondo i Menscevichi era necessario collaborare con questo Governo Provvisorio (inizialmente erano della medesima idea anche Bolscevichi come Stalin e Kamenev) e favorire il consolidamento della società borghese per poi provare a rovesciarla solo in seguito .
Ne deriva che il Governo Kerenskij sarebbe rimasto al suo posto anche dopo il mese di Ottobre 1917 e nel Novembre successivo sarebbe stata eletta l'’Assemblea Costituente con una schiacciante vittoria del Partito Socialista Rivoluzionario (Kerenskij apparteneva al Gruppo dei Trudoviki, una fazione moderata del partito) .
Tale Assemblea, chiamata a scegliere la forma di Governo del paese avrebbe molto probabilmente optato per la Repubblica e la dinastia dei Romanov sarebbe tramontata per sempre .
La Repubblica Russa che si identifica oggi con Putin sarebbe nata ottant’anni prima ed avrebbe visto alla sua guida quasi certamente Alexandr Kerenskij che iniziava già a distinguersi per la sua ambizione e per il suo autoritarismo (aveva trasferito la sede del Governo nel Palazzo d’Inverno e abitava nell’appartamento dello Zar) .
La Repubblica Russa non avrebbe abbandonato il libero mercato e sarebbe divenuta una grande potenza economica durante gli anni trenta in grado rivaleggiare con gli Stati Uniti d’America anche senza Stalin .
I Menscevichi avrebbero rinunciato ad ogni velleità rivoluzionaria, imitando i Socialisti tedeschi (SPD) ed avrebbero cercato di migliorare le condizioni di vita degli operai lavorando all’interno delle Istituzioni .
Non sarebbero nati partiti comunisti in Europa e la sinistra avrebbe seguito una via più moderata ovunque sul modello di quanto avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino ed il motto “Facciamo come in Russia”, che i socialisti europei avevano sposato dopo la “Grande Guerra”, non sarebbe mai stato conosciuto .
Ritengo che Nazismo e Fascismo avrebbero conquistato ugualmente il potere in Italia e Germania e che la Seconda Guerra Mondiale si sarebbe svolta con esiti analoghi a quelli che conosciamo, con Hitler che attacca la Russia e che viene sconfitto dopo un inutile e lungo assedio alla città di Karicijn (come si sarebbe chiamata e si chiama oggi Stalingrado) .
Dopo il conflitto non ci sarebbe stata la Guerra Fredda ed i Paesi dell’Europa Orientale avrebbero avuti governi democratici con cinquant’anni di anticipo .
La rivalità tra Stati Uniti e Russia sarebbe stata esclusivamente geopolitica, senza uno scontro ideologico vero e proprio, essendo i due Paesi formalmente democratici e capitalisti .

Marco Mensi

Disinnescata la nascita delle dittature

Nell’aprile 2017 il treno blindato che doveva riportare Lenin in Russia viene fermato - dopo la partenza da Zurigo - ancora in territorio elvetico da emissari di Francia e Inghilterra. Lenin viene ricondotto con la propria famiglia nella città svizzera. Contemporaneamente a San Pietroburgo la situazione è esplosiva: i ministri del regime zarista sono stati arrestati ed è stato istituito un governo provvisorio alla cui guida sta il principe Lvov, supportato da Aleksandr Kerensky. I Bolscevichi in città sono numerosi, ma la notizia che Lenin non riuscirà a tornare in Patria sopisce gli entusiasmi. In questo clima i Menscevichi, anch’essi parte del governo provvisorio, sfruttano appieno la situazione. Da un lato, denigrando la figura di Lenin, bollato come “collaborazionista e venditore della Patria”, riescono a frantumare la platea bolscevica corrodendone la popolarità e, soprattutto, la credibilità. Dall’altro pur propugnando anch’essi - con non pochi dissensi - il proseguimento della guerra, ma al solo precipuo fine di dare continuità alla Rivoluzione, si distinguono dalle forze liberali e borghesi riuscendo a divenire la maggior forza politica russa. Anche se con altissime perdite di uomini e risorse, una Russia “socialdemocratica” a guida menscevica sarebbe stato uno dei Paesi vincitori della Grande Guerra e non avrebbe permesso la nascita e il consolidamento di un regime capace di radicalizzare le forze di sinistra di molti Paesi. Circostanze queste che contribuirono invece in maniera decisiva al sorgere di dittature che fecero - pur con strategie ed alleanze politiche spesso ambigue - della contrapposizione al regime sovietico ed al comunismo la loro prima ragione di esistenza. E che prima determinarono la guerra civile in Spagna ed il Secondo conflitto mondiale e quindi caratterizzarono il lungo periodo dalla “Guerra fredda” contraddistinto dallo scontro di ideologie e dal conseguente proliferare di periodi di altissima tensione e di devastati conflitti locali.

Gherardo Bertoldi

Vladimir Lenin (1870-1924) parla alla folla a Mosca nel 1917 (Agf)

Non avremmo avuto la Guerra fredda e la corsa agli armamenti

È lecito pensare a un effetto “sliding doors” sulla storia? In linea teorica credo di sì. Per immaginare cosa sarebbe cambiato se in Russia non avessero vinto i Bolscevichi ma i più moderati Menscevichi, c’è bisogno di una buona dose di ésprit de finesse, per dirla alla Pascal.
Senza un forte Stato comunista russo la Grande Depressione non sarebbe stata così traumatica, almeno nel ceto degli statisti e degli studiosi di scienze sociali, che nel 1929 dubitarono del capitalismo come sistema economico e rafforzarono nei marxisti la convinzione che si potesse realizzare la profezia di Marx del collasso finale del sistema capitalistico.
Ebbe invece un effetto quasi neutro sui destini di un’Europa già proiettata verso il secondo tragico conflitto mondiale per le insensate clausole economiche dei trattati di pace e il “pasticcio delle riparazioni” che gli alleati vittoriosi imposero alla Germania con il Trattato di Versailles, fomentando la crescita del nazionalismo economico, una politica imperialista in Italia e, in Germania, l’“economia di grandi spazi”, che aveva nella guerra la scelta politica, così come in Giappone.
Nel secondo dopoguerra, viceversa, fu notevole l’effetto dello spettro stalinista - come modello alternativo al liberismo - sulla storia contemporanea dell’Europa. Senza l’Urss non ci sarebbe stata la Guerra fredda, la corsa agli armamenti nucleari, la crisi di Cuba del 1962, e forse non avremmo avuto l’attuale incubo terroristico.
È mancato un modello socialdemocratico, l’unico veramente alternativo al capitalismo.
La contrapposizione tra i due imperi guidati da Usa e Urss, con la loro diversa concezione dell’uomo e della organizzazione sociale, hanno rappresentato una minaccia perenne sull’Occidente, rimandando la sua modernizzazione e favorendo in Italia una forte contrapposizione politica, che ha finito per sostenere la deriva immorale di certi malcostumi endemici del Bel Paese, denunciati da “tangentopoli” e dai maxi processi: la corruzione diffusa e gli intrecci tra mafia, politica e affari.

Salvatore Esposito

La difficile via socialdemocratica

Non penso che il Menscevismo potesse dirigere la storia in altra direzione come forse possiamo immaginarla. Il mio ragionamento parte da considerazioni letterarie ma correlate a quella che era la visione degli anni precedenti il ‘900.
In Anna Karenina di Tolstoi, uscito nel 1878, erano già presenti le visioni topiche della società: «Non centro nulla con i comunisti.. Loro negano il diritto alla proprietà privata, al capitalismo, mentre io non nego affatto lo stimulus
primigenio..Io voglio solo regolamentare il lavoro. È inutile… saranno i lavoratori stessi, acquisendo consapevolezza, a trovare la forza più consona al loro essere e ad agire».
Il Menscevismo nasce dall’economismo e, come sostiene Lenin: «Negli anni tempestosi 1905-1907, il Menscevismo era una corrente opportunista, che era sostenuta dala borghesia liberale e che introduceva nel movimento operaio
le tendenze borghesi liberali. La sua essenza consisteva nell’adattare la lotta di classe operaia al liberismo».
Dal mio punto di vista, quanto era successo non poteva garantire una via democratica al cambiamento anche perché tutti i movimenti rivoluzionari che hanno spinto ai sommovimenti sono stati accomunati da una medesima
fattispecie.
Il Menscevismo avrebbe dovuto consolidarsi a partire dal 1905, ma le dottrine filosofiche antecedenti avevano sempre configurato modelli di sviluppo completamente antagonistici all’esistente, con la conseguenza che era più semplice trascinare le masse alla pars destruens senza utilizzare una dialettica intermedia.
Ancora Lenin evidenzia che « dal gennaio 1912... I nostri avversari non hanno saputo creare,nonostante il loro desiderio, un partito socialdemocratico contro di noi. Questo fatto è la miglior difesa del nostro partito».
Negli anni, a partire dalla fine dell’800 sino al periodo successivo alla Prima guerra mondiale, tutti i movimenti hanno utilizzato teorie radicali per il cambamento, sia nella sinistra che nella destra. Questo è l’epilogo di un susseguirsi di teorie sociali ben riassunte in un vecchio testo, ormai in disuso, di Herbert Mancuse: Ragione e Rivoluzione: «Sono possibili due tipi di trasformazione: la riforma politica e la rivoluzione… I maggiori mutamenti della storia sono stati tuttavia realizzati attraverso la rivoluzione».
Non riesco immaginare come sarebbe stato possibile, in un contesto cosi manicheo, una via socialdemocratica che avrebbe potuto evitare guerre e milioni di morti. Non so se il modello menscevico avrebbe potuto trionfare a meno di cancellare i pochi e scarni ragionamenti sopra menzionati.
Forse sarebbe stata necessaria una visione distopica dei fatti avvenuti ma, a differenza di oggi, dove non esistono più scuole di pensiero forte, allora il pensiero filosofico e le teorie sociali avevano il predominio in Europa.

Marco Leporati

© Riproduzione riservata