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Siamo all’Opera da quattrocento anni

Musica

Siamo all’Opera da quattrocento anni

Scenografia. L’opera Einstein on the Beach di Philip Glass in collaborazione Robert Wilson allestita a Los Angeles il 10 ottobre 2013
Scenografia. L’opera Einstein on the Beach di Philip Glass in collaborazione Robert Wilson allestita a Los Angeles il 10 ottobre 2013

Che cosa l’opera? Passione, potere, politica. Ecco fatto il titolo perfetto per una mostra originale, chic, smaliziata: la prima in assoluto dedicata al teatro in musica, nella sua campata complessiva, dalle origini ai nostri giorni. La allestisce a Londra il Victoria and Albert Museum, nella nuova ala della Sainsbury Gallery, in collaborazione con la Royal Opera House e il suo direttore principale Antonio Pappano, con la direzione artistica di un regista sensibile e creativo come Robert Carsen. Dopo due anni di progettazione e costi top-secret, il risultato finale fantastico: spettacolare nell’impatto, multiforme negli oltre trecento oggetti esposti e impreziosito da alcuni prestiti internazionali - come il fortepiano suonato da Mozart a Praga, nel 1787, all’epoca del Don Giovanni - mai usciti prima d’ora dalle sedi di appartenenza.

Oltre che elegante e favolosa, la mostra londinese ha un altro pregio: didattica. Osa e dimostra che l’opera si possa insegnare. Non solo vedere e ascoltare. Anche capire. Di solito ritenuta troppo tecnica e specialistica, con Opera: Passion, Power and Politics viene dipanata come una storia. Vitale, anche fuori dai teatri. Rappresentata da sette titoli, che passano dal Seicento della Poppea di Monteverdi al Novecento della Lady Macbeth di Shostakovich, con in mezzo Le nozze di Figaro e Nabucco, tra le quinte di Rinaldo di Hndel e il teatro tedesco di Tannhuser di Wagner e Salome di Strauss.

Sette ampi spazi comunicanti e perfettamente ritmati danno respiro a grandi temi. Sulle pareti, in forma di lavagne grigie, una serie di sintetiche indicazioni in giallo valgono come segnali di orientamento: dove e quando stata scritta l’opera, cosa racconta, qual il suo grado di novit. L’impatto iniziale riflette il tipico pensiero anglosassone, determinato a semplificare, pur di raggiungere la divulgazione. Ma il profilo culturale alto: i documenti esposti vantano raffinatezza e unicit. Dall’Italia, ad esempio, arriva dalla Scala un quadro che non aveva mai viaggiato oltre le mura del Museo del Teatro: la famosa tela di Angelo Inganni, con la facciata del Piermarini, nell’Ottocento, specchiata nelle case, quando ancora non esisteva la vasta piazza antistante. Il quadro famosissimo, riprodotto ovunque. Perch parla, immediato. Dice quanto quel teatro fosse il pi bel salotto della citt, come chiosava Stendhal. Dove pensieri, mode, sogni, si travasavano e amplificavano, in un passaggio senza mediazioni.

Accanto ai ritratti di Verdi e di Giuseppina Strepponi, pure in prestito dal Museo scaligero, spicca il primo manifesto con l’annuncio dell’esecuzione di Nabucco, nel 1842. Londra privilegia questo, rispetto a una Traviata o a un Otello, perch elegge il melodramma a riflesso di una stagione politica, di urgenze risorgimentali. Una eloquente cesta con fucili d’epoca, collocati bassi, a portata di mano, prova quanto fossero vere le guerre che i musicisti cantavano nelle opere. E tanto pi forte risulta il contrasto tra queste armi e la fragile carta antica di alcuni fogli di musica. Stanno l accanto, sotto una teca di vetro. Sono il manoscritto del Va’ pensiero, il coro per antonomasia di tutta l’opera italiana, in prestito dall’Archivio Storico Ricordi: tratti minuti, forza magnetica.

Le note suonano. Mentre si guarda, si pu ascoltare: all’ingresso viene fornita una cuffia, che in maniera autonoma si attiva, diventando la colonna sonora del percorso espositivo. Anche qui si va su brani noti: Pur ti miro, pur ti godo, il duetto finale della Incoronazione di Poppea, Lascia ch’io pianga dal Rinaldo di Hndel, o appunto il Va’ pensiero. Per dopo un po' il supporto sonoro risulta superfluo. Viene voglia di spegnerlo. Perch meglio seguire la mostra in silenzio: le sette scene fanno opera da sole. Evocative, toccanti, eloquenti.

Non ha bisogno di suoni lo studio di Shostakovich, ricostruito esattamente, col giovane compositore filmato mentre suona nervoso, al pianoforte. La stanza recintata, con vistosi giri di scotch rosso, come si fa per i luoghi dove vietato entrare. Vietato uscire, per il compositore di Pietroburgo. Sulla sua scrivania ci sono i fogli manoscritti della Lady Macbeth, eseguita per la prima volta nel 1934 e due anni dopo bollata da un articolo sulla Pravda, diventato il caso pi feroce di censura della storia dell'opera. Shostakovich non ne scrisse pi.

Che contrasto fra questo uso strumentale del teatro e la libert assoluta di Venezia, quando negli anni Trenta del Seicento venivano aperte le prime rappresentazioni pubbliche a pagamento: un piccolo libro, dalla Biblioteca Marciana, mostra le gli scenari originali per la rappresentazione della Coronatione di Poppea di Monteverdi. Per evocare la raffinatezza della civilt in Laguna basta una carrellata di oggetti di vetro, lievi e delicati. In quel mondo elegante la finzione era d’obbligo: dunque le donne potevano anche presentarsi su scarpine dorate, dette Chopines, con basi di quasi mezzo metro. E vestite di abiti piccanti, dalle aperture a sorpresa.

Con questi costumi, riprodotti dai figurini d’epoca, Carsen aveva portato in scena all’Opra Comique, nel 2014, l’opra-ballet Les Ftes Vnitiennes del barocco Andr Campra. Eccoci, sono iniziate le danze. Ma per viverle autentiche, da vicino, bisogna passare alla sezione successiva, dedicata a Hndel: per il Rinaldo, intrecciato di amore e di guerra, stato ricostruito il boccascena di un teatro, con le quinte mobili in prospettiva e un gran mare in tempesta, in primo piano. Stupendo da vedere frontale, ma ancor pi suggestivo dal retro, con macchine e funi, dove il gioco scenico diventa la finestra da cui guardare il mondo.

Anche quello di oggi: 150 immagini di sale italiane, del paziente fotografo tedesco Matthias Schaller, scattate tutte dalla medesima angolazione, formano l’abside di una virtuale cattedrale dell’opera. Impressionante. Soprattutto perch molti di questi teatri sono oggi chiusi. E la denuncia riguarda noi, bruciante. Mentre fuori, nel mondo, l’opera pi presente che mai: lo provano alcuni filmati, su grande schermo, disposti come saluto, all’uscita. Una carrellata di allestimenti di titoli della seconda met del Novecento e contemporanei. Sono un gesto provocatorio, anti-museale. A ribadire che l’opera viva. Ed ancora passione, potere, politica. E presente.

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