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Orsi, alci e modernità della natura

Arte

Orsi, alci e modernità della natura

  • –Gilberto Corbellini

«Attenti agli orsi! Abbiamo avuto cinque aggressioni e due persone morte da giugno. E se guidate di sera, attenti alle alci, perché investirne una potrebbe causarvi molto male». Queste le prime raccomandazioni di Robert, il proprietario del b&b alla periferia di Anchorage, mentre prepara una ricca colazione all’inglese, e intrattiene gli ospiti sulle differenze tra l’Alaska e il resto del mondo, con riflessioni politiche sui danni che causa il big government. Per ora tutto come atteso. Eccoci in Alaska, in casa di un simpatico, pacifico e determinato repubblicano, che per sicurezza personale e data la presenza degli orsi (anche se gli orsi neri non sono poi così aggressivi se in oltre un secolo hanno ucciso solo 8 persone), fuori città circola armato. I cartelli che segnalano il pericolo orsi, o il rischio di attraversamento di alci (con relativo numero di alci uccise in quel tratto stradale negli ultimi mesi, a causa dei circa mille investimenti che hanno luogo ogni anno nel Paese), sono tra le indicazioni stradali più frequenti. Forse non solo gli orsi spiegano il possesso e la frequente esibizione pubblica delle armi in Alaska. Si tratta dello stato degli Usa allo stesso tempo con il quarto Pil pro capite (nel 2015 era primo, dopo District of Columbia) e con il più elevato tasso di violenza e crimini contro la persona. Parliamo di oltre 600 crimini violenti ogni 100mila abitanti, quasi il doppio della media nazionale, di cui 80 sono stupri (questi ultimi di certo più numerosi, dato che il 59% delle donne adulte in quello Stato subisce violenza dal partner e il 37% subisce una violenza sessuale). I politicamente corretti diranno che non è la violenza a spiegare la quantità di armi possedute e indossate, ma viceversa. In realtà, tutte le statistiche mostrano che se si controllano le armi da fuoco si riducono solo omicidi e suicidi prodotti con quelle, e non la violenza in generale. E fino a quando il secondo emendamento piacerà alla maggioranza dei cittadini statunitensi, che vanno liberamente a votare, è solo un argomento paternalistico quello che consiglia di vietare il libero acquisto e possesso di armi da fuoco.

La natura la fa da padrona in Alaska e la motivazione di un viaggio un po’ fuori dal consueto è stata anche apprezzare e riflettere sui modi in cui un mondo a lungo tra i più inospitali del pianeta è stato trasformato dall’intelligenza umana in uno spettacolare scenario naturalistico, alla portata di tutti. Non è più sede degli incontaminati santuari decantati da John Muir nel 1879. E francamente chi se ne importa, dato che il mondo e l’umanità oggi stanno meglio di quando Muir definiva l’Alaska «il paese più bello al mondo» per chi ama la natura allo stato selvaggio. In quegli anni solo i magnati statunitensi potevano permettersi di cacciare in questa impervia dimensione naturalistica, e solo chi come Muir aveva una concezione religiosa della natura si sottoponeva ai sacrifici necessari per contemplarla. Alcuni di quei mecenati e politici capirono che la natura poteva essere un business, e che solo lo sfruttamento economico della “wilderness” avrebbe preservato quegli ecosistemi. Furono così creati parchi organizzati, emozionanti e di dimensioni immense, come il Denali National Park e il Chugach State park, visitabili a pagamento, che oggi possono essere goduti da bambini di due anni come da ottantenni. Insomma, è grazie alla modernità che tutti possiamo fare qualche esperienza della diversità degli ecosistemi naturali.

Anche l’Alaska, come tutti i Paesi dove le comunità indigene sono state soppiantate dagli europei che col tempo hanno sviluppato il mercato, la democrazia e il benessere, riscopre i nativi. Al museo di Anchorage era in corso fino a metà settembre una mostra dedicata agli Inuit, basata su fotografie e racconti raccolti dal fotografo Brian Adams, e oggetti tradizionali della ricchissima collezione della Smithsonian Institution. In Alaska vivono circa 110mila nativi residenti, in altre parole il 10% della popolazione, che discendono da diverse nazioni indigene che hanno occupato queste terre per oltre 12mila anni. Cento anni fa le lingue native conosciute erano venti e molte di queste si parlano ancora. Si tratta di comunità che per cultura, storia, linguaggio e parentele sono legate alle popolazioni native dell’artico presenti anche in Canada e Russia.

Quasi a fare da pendant alla mostra riparativa, ma in realtà non meno interessante e certo piuttosto divertente, il museo ospita anche un’esposizione intitolata The Polar Bear Garden. Il titolo si riferisce al sarcasmo con cui era definita l’Alaska dai politici statunitensi contrari al fatto che quei territori venissero comprati dai russi. L’Alaska fu inizialmente, a metà Settecento, colonizzata e quindi governata e sfruttata dai russi per le pellicce, e quando questa risorsa iniziò a scarseggiare, fu venduta agli Stati Uniti, nel 1867, per 7,2 milioni di dollari. Ben presto l’acquisto si rivelò un affare, date le ingenti risorse minerarie e ittiche. La mostra mette a confronto il punto di vista russo/sovietico e quello americano, cioè la prospettiva che si può avere di quella regione dalle rispettive sponde dello stretto di Bering. Tra salmoni, caviale, vodka, guerra fredda e filmografie, spicca la presenza di Balto, cioè dei resti imbalsamati del cane husky che salvò nel 1925 la comunità di Nome (sullo stretto di Bering) da una grave epidemia di difterite, guidando nella bufera la slitta che trasportava il siero antifiterico. La figura del cane eroe americano è contrapposta a quella di un famoso cane sovietico, la cagnolina astronauta Laika, lanciata in orbita con lo Sputnik 2 nel 1957.

Dopo quasi 4mila chilometri percorsi attraverso uno Stato ben organizzato e con una viabilità eccellente, e dopo avere visitato, dormito e mangiato in oltre una decina di località diverse, ma anche molto uguali, al momento di ripartire ci si rende conto di non aver visto tutto quel che si era pianificato. Che era già poca parte di dove valesse la pena andare. Non un sentimento di delusione. Piuttosto il lascito più autentico dell’esperienza vissuta.

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