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Caro Tito, ci manchi tanto

Teatro

Caro Tito, ci manchi tanto

Nostalgico. «I am not ashamed of my communist past» di e con Sanja Mitrović e Vladimir Aleksić
Nostalgico. «I am not ashamed of my communist past» di e con Sanja Mitrović e Vladimir Aleksić

Il FIT Festival di Lugano è un aggiornato osservatorio sulle nuove tendenze della scena internazionale di oggi. Qui, l’anno scorso, si erano viste alcune delle esperienze più avanzate sul fronte di un teatro post-rappresentativo, spudoratamente iper-soggettivo, i cui autori e performer svelavano i dettagli più intimi della propria vita, come il geniale belga Tom Struyf, che partiva dall’infanzia e dai difficili rapporti con la madre per avviare la ricerca di un’improbabile armonia esistenziale, o il prostituto svizzero Daniel Hellman, che illustrava la sua attività indicandone persino tariffe e prestazioni. L’edizione di quest’anno aveva invece un taglio eminentemente politico: ed era interessante verificare se e come certi linguaggi possano applicarsi a temi storici e ideologici.

Una delle proposte più attese era sicuramente I am not ashamed of my communist past dei serbi Sanja Mitrović e Vladimir Aleksić, che vanno proprio in questa direzione, intrecciando strettamente vicende collettive e ricordi personali. I due prendono le mosse da un’idea folgorante: mostrare spezzoni di pellicole prodotte, negli anni, dall’azienda cinematografica di Stato, l’Avala Film - opere per lo più propagandistiche, nelle quali si celebrano le imprese di eroici partigiani, ma a volte anche commedie più o meno mutuate da modelli occidentali – commentandole, mescolandole col racconto della propria infanzia e adolescenza in un piccolo centro della vecchia Repubblica Jugoslava.

I due osservano la fine del Paese in cui sono cresciuti da prospettive diverse. Amici da sempre, hanno scelto poi strade opposte: lei, regista, artista visiva, si è trasferita tra Belgio e Olanda, e non ha più messo piede in una realtà nella quale non si riconosce. Lui, attore, ha lavorato qualche anno in Italia, poi ha scelto di tornare in patria. Ad accomunarli, una nostalgia del passato che non è solo rimpianto delle illusioni giovanili: la tesi dello spettacolo è che il regime titino nutriva comunque uno spirito comune, spazzato via dal nazionalismo, dalle privatizzazioni, dal vuoto di ideali.

La trovata di legare le sequenze cinematografiche a scorci autobiografici dei due performer è, come detto, una grande invenzione, ma resta un po’ a metà strada: si presta a una narrazione fresca e spigliata, dà luogo a situazioni dal forte spessore evocativo, come la scena in cui lei ripete i suoi antichi gesti da “leader dei pionieri”, sventolando nastri rossi e intonando «Tito, Tito, Tito è nei nostri cuor». Alle conclusioni, all’affermazione cioè che sotto il comunismo ci si sentiva più uniti e protetti, condivisibile o no, i due sembrano arrivarci, però, senza troppo argomentare, in modo superficiale e affrettato.

C’era attesa e curiosità anche per i due atti unici di Slavomir Mrozek, Striptease & Out at sea, affrontati dal giovane regista scozzese Matthew Lenton. Di Lenton si ricordano due spettacoli presentati anni fa al Napoli Teatro Festival, il sofisticatissimo Interiors, ispirato a un’enigmatica pièce di Maurice Maeterlinck, in cui il pubblico spiava i comportamenti dei personaggi attraverso una vetrata che non ne lasciava sentire le voci, e un’Alice nel paese delle meraviglie altamente trasgressiva. In aprile firmerà uno spettacolo per Emilia Romagna Teatro, con attori italiani, su 1984 di Orwell.

Da un regista così portato a spiazzare ci si aspettava un approccio insolito e per qualche aspetto vivificante a questi residuati del teatro dell’assurdo, nel primo dei quali due impiegati intrappolati in un luogo ignoto sono costretti da una misteriosa mano a privarsi via via dei propri abiti, mentre nel secondo tre naufraghi devono stabilire chi si farà mangiare dagli altri due: Lenton invece si è limitato ad allestirli con estrema essenzialità di mezzi, fra gli spettatori seduti in palcoscenico. Ma gli attori, in verità, non erano straordinari, e Mrozek restava quello che di fatto è sempre stato, un autore secondario, piuttosto superato.

Molto più interessante risultava la ricerca sui sentimenti di Rubidori Manshaft, che l’anno scorso aveva avviato una serie di interviste video, corredate da oggetti-testimonianze, sulla memoria della città e dei suoi abitanti, e ora traccia con sorprendente nitidezza d’immagine degli intensi ritratti digitali di una serie di anonime figure interpellate sul senso e il significato del concetto di mancanza: mentre su uno schermo centrale vediamo un ambiente che si intuisce essere una sorta di ospizio o di casa di riposo, su due monitor laterali passano i volti di ragazzi dallo sguardo perso nel vuoto, di bambine iper-cinetiche, di immigrati africani, di un commerciante iraniano di tappeti che ancora sogna un suo perduto amore, di un’anziana signora che ha avuto per unici compagni delle caprette tibetane e dei porcellini, e di cui ascoltiamo le parole in cuffia.

La domanda su cosa o chi manchi ai vari interpellati suscita all’inizio silenzi imbarazzati o risposte evasive. Poi, in virtù di una raffinata costruzione drammaturgica, questa reticenza, questa incapacità di definire uno stato d’animo lasciano spazio poco per volta a un delicato affresco umano da cui affiorano struggenti paesaggi di solitudine, di dolore, di incolmabile lontananza da un luogo, da una persona cara, da un periodo della vita.

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