Domenica

L’uomo che catturò il Che: «Fidel lo spedì in Bolivia…

Cinquant’anni fa la morte di guevara

L’uomo che catturò il Che: «Fidel lo spedì in Bolivia per sbarazzarsene»

Ernesto Che Guevara in Sierra Maestra. 1958 (Centro de Estudios Che Guevara)
Ernesto Che Guevara in Sierra Maestra. 1958 (Centro de Estudios Che Guevara)

L’8 ottobre 1967, Ernesto «Che» Guevara venne catturato in Bolivia. Uno dei protagonisti della rivoluzione cubana del 1959 era venuto in Bolivia nella speranza di trasformarla in uno dei «tanti Vietnam» che aveva invocato nel 1966 nel suo «Messaggio alla Tricontinentale». I resoconti degli eventi che hanno circondato la morte del Che divergono, e alcuni dettagli sono contestati ancora oggi. Cinquant’anni dopo Gary Prado Salmón, l’uomo che catturò il rivoluzionario argentino, rievoca le ultime ore del leader guerrigliero in Bolivia.

«L’8 ottobre, i miei soldati stavano controllando il sentiero che portava fuori dalla gola dello Yuro, un’area ricoperta di una fitta boscaglia, con rocce e alberi. All’una circa li sentii gridare che avevano fatto due prigionieri. Salii su di corsa per venti metri e chiesi a uno dei prigionieri di identificarsi. “Che Guevara”, mi disse. L’altro era “Willy” [Simeón Cuba Sarabia, un altro guerrigliero, ndr].
Giravano voci confuse sulla presenza di tre o quattro possibili “Che Guevara” in giro per la regione, perciò era essenziale verificare la sua identità. Chiesi al Che di mostrarmi la mano destra, perché, secondo le informazioni di cui disponevamo, aveva una cicatrice sul dorso. La cicatrice effettivamente c’era. Non assomigliava molto alle foto che avevamo di lui. Aveva un aspetto derelitto, sporco, puzzolente e spossato. Era alla macchia da mesi. I capelli erano lunghi, inzaccherati e arruffati; la barba era ispida. Sopra l’uniforme indossava una giacca blu senza bottoni. Il berretto nero era lurido. Non aveva scarpe ai piedi, solo brandelli di pelli di animali, e indossava calzini spaiati, uno blu e uno rosso. Sembrava uno di quei senzatetto che si vedono mendicare nelle città spingendo un carrello del supermercato. Notai che si portava dietro un tegame di alluminio con dentro sei uova, segno che aveva avuto contatti con la gente del posto.
Il Che era stato ferito al polpaccio destro mentre cercava di sfuggire alla cattura correndo giù per la gola. Avevo fatto sistemare una mitragliatrice per coprire la zona, più un mortaio di 60 millimetri a supporto. I miei soldati avevano aperto il fuoco contro il Che, lo avevano ferito al polpaccio, gli avevano fatto un buco nel berretto e avevano spezzato la carabina M2 che portava con sé.

Il guerrigliero depresso
Il Che era depresso, completamente demoralizzato. Vedeva avvicinarsi la fine. Cinque dei suoi erano stati uccisi, e non ne era contento. Mi vide che chiamavo altri uomini per mettere in sicurezza l’area e disse: ”Non si preoccupi, capitano, questa è la fine. È finita”. Io dissi: “Forse è finita per lei, e lei ora sarà anche prigioniero, ma ci sono ancora dei combattenti validi nella gola”.
Mi chiese un po’ d’acqua. Aveva una borraccia, ma temevo che potesse avere un qualche veleno e cercare di uccidersi, perciò gli diedi quella della mia borraccia, e anche qualche sigaretta. Confiscai tutto quello che aveva nelle tasche e nello zaino, fra cui un po’ di soldi e i suoi diari. Il Che era totalmente rassegnato e non oppose resistenza. Aveva una pistola, ma era priva di caricatore, quindi sostanzialmente era disarmato.

Aveva anche due Rolex, uno al polso e uno in tasca: il secondo, a quanto mi disse, era di “Tuma”, un guerrigliero morto un paio di mesi prima. Disse che tutto il gruppo di cubani aveva ricevuto gli orologi come regalo d’addio da Fidel Castro.
Alle cinque del pomeriggio cominciava a far buio, perciò decisi di mettere fine all’operazione e riportare tutti i miei morti, feriti e prigionieri a La Higuera, a due chilometri di distanza, e trascorrere la notte lì. La Higuera era un paesino di una ventina di case di mattoni con il tetto di paglia, abitato da contadini poveri che sopravvivevano coltivando i loro appezzamenti di terra intorno al villaggio.
I miei soldati aiutavano il Che a camminare, essendo ferito al polpaccio. Mentre marciavamo, mi disse: “Vi sono più utile da vivo che da morto”. I contadini del posto ci aiutarono a portare tutti a La Higuera: erano ben felici di aiutarci a combattere i guerriglieri, che guardavano con diffidenza perché credevano che stessero cercando di invadere il loro Paese.
Passammo la notte nella minuscola scuola del villaggio.
In una stanza mettemmo Willy e i cadaveri e nell’altra il Che, con uno dei miei ufficiali che lo sorvegliava, a turni di due ore. Servimmo ai due prigionieri un pasto a base di carne, patate e riso, più caffè e sigarette. Quella notte non dormii, perché dovevo sorvegliare il villaggio e i prigionieri.
Durante la notte conversai con il Che sette o otto volte, e dopo due o tre chiacchierate sembrò riacquistare un po’ d’animo, come se fosse interessato a quello che lo aspettava. Recuperò un po’ della sua personalità.

Quell’ordine venuto da Cuba
Tutti e due cercavamo di capire la situazione. Gli chiesi: “Perché è venuto in Bolivia? Una delle cose che dice nei suoi libri sulla guerriglia è che se un Paese ha un Governo democratico, anche se con qualche problema, è molto difficile fomentare una rivoluzione lì”. (In Bolivia avevamo un Governo democratico – il presidente René Barrientos era stato eletto un anno prima – e avevamo un Parlamento, libertà di stampa e tutto il resto.) Lui non rispose, perciò gli chiesi di nuovo: “Perché è venuto qui?”. Lui disse: “Non è stata solo una decisione mia, è stata una decisione presa ad altri livelli”.
“Quali livelli? Fidel?”, gli chiesi.
“Altri livelli”, rispose lui, e non ne parlammo più. Era chiaro che l’ordine era venuto da Cuba.
Gli chiesi se aveva sentito parlare della rivoluzione nazionalista che avevamo avuto in Bolivia nel 1952, e lui disse: “Sì, ero qui”. Allora gli chiesi: “Perché è venuto qui a offrire terra alla gente quando avevamo già avuto una riforma agraria molto ampia? Per questo nessun contadino si è unito al vostro movimento”. Lui rispose: “Sì, ci siamo sbagliati su questo, avevamo informazioni sbagliate”.
Il Che venne in Bolivia perché non aveva nessun altro posto dove andare. Dopo il suo insuccesso in Africa [non era riuscito a portare la “guerra rivoluzionaria” in Congo], era andato a Praga. Stava cercando di ricucire i rapporti con Fidel, ma aveva rinunciato alla nazionalità cubana e alla sua posizione di comandante dell’esercito cubano. Non poteva tornare a Cuba, perciò tornò alla guerriglia. Parlò con Castro, e fu in quel momento che decisero di puntare sul Sudamerica. Ma secondo me fu semplicemente la soluzione che trovò Fidel per sbarazzarsi di lui, perché a Cuba non gli serviva a nulla. Il Che era un problema per lui, per Cuba e per il Partito comunista cubano, perché sosteneva un’azione rivoluzionaria in una fase in cui Fidel aveva concordato un altro approccio con l’Unione Sovietica. Le due superpotenze si erano accordate sul principio di una coesistenza pacifica e avevano stabilito di non aiutare movimenti guerriglieri in America Latina. Insomma, il Che era un problema e il modo migliore per liberarsi di lui era spedirlo alla ventura in Bolivia senza fornirgli alcun supporto. Una volta arrivato qui, il Che non ricevette il minimo aiuto da Cuba: nessun uomo, nessun contatto, nulla. Mi disse che avevano perso qualsiasi comunicazione [con Cuba] quando avevano lasciato il loro campo base nel Sudest della Bolivia, dopo che l’esercito se ne era impadronito, quindi erano completamente isolati.

Il «processo» mancato
Il Che era chiaramente preoccupato per quello che lo aspettava. Gli dissi che sarebbe stato processato da un tribunale militare, perché in quel momento [il giornalista francese] Régis Debray e altri stranieri erano sotto processo di fronte a una corte marziale a Camiri per aver fatto parte del gruppo rivoluzionario del Che, e davo per scontato che volessero fare la stessa cosa con lui. Cominciammo a parlare di come sarebbe stato il suo processo. Quello di Debray aveva attirato una grande attenzione mediatica, era diventato una sorta di spettacolo, e il Che ne aveva sentito parlare ascoltando la radio boliviana, perciò probabilmente pensava che un processo sarebbe stato una buona opportunità per lui.
Parlammo anche della rivoluzione cubana. Tutti e due cercavamo di capire che cosa pensava l’altro. “Lei è stato addestrato dagli americani”, disse lui. “Sì”, risposi, “e lei è stato addestrato dai russi, perciò siamo tutti e due burattini nelle mani delle superpotenze, e dobbiamo trovare la nostra strada”. Mi diede ragione.
Durante la notte guardai i diari del Che e gli feci delle domande su alcune delle cose che diceva lì dentro. Poco dopo mi disse che i miei soldati gli avevano preso i Rolex, perciò li chiamai e ordinai di restituirglieli. Glieli diedi, ma lui mi disse: “Domani un altro soldato me li prenderà: li tenga lei per me”. Prese un sassolino da terra e incise una croce sul retro di uno degli orologi. “Questo è il mio”, mi disse porgendomelo. Dopo la morte del Che lo portai al comandante del mio battaglione, ma lui mi disse di tenermelo. Lo conservai fino al 1985, quando in Bolivia venne ristabilita la democrazia e riallacciammo i rapporti diplomatici con Cuba: lo inviai alla sua famiglia attraverso l’ambasciata cubana.
All’alba, il comandante dell’ottava divisione, colonnello [Joaquín] Zenteno, arrivò in elicottero da Vallegrande, il capoluogo della provincia 60 chilometri più a nord. Gli feci un rapporto sulla situazione e gli consegnai i prigionieri, compreso il Che, che era calmo e tranquillo. Zenteno era accompagnato dall’agente della Cia Félix Rodríguez.

L’ordine della fucilazione
Lasciai La Higuera e tornai nella gola dello Yuro con truppe fresche, per cercare di catturare il resto del gruppo (ce n’erano ancora cinque nell’area). Quando tornai al villaggio, a mezzogiorno circa, con altri due guerriglieri catturati, trovai il Che morto: il comandante del mio battaglione, il maggiore Ayoroa, mi disse che era stato giustiziato. Il comandante di divisione era ripartito per Vallegrande, ma aveva lasciato istruzioni di mandare il cadavere del Che via elicottero. Perciò, all’una e mezza circa, assicurammo la sua barella ai pattini di un elicottero e quella fu l’ultima volta che lo vidi.
L’uomo che sparò al Che, il sottufficiale Mario Terán, più tardi mi raccontò che cos’era successo. Dopo che dal presidente e dall’alto comando delle forze armate era arrivato l’ordine di uccidere il Che, il colonnello Zenteno aveva chiesto volontari fra i sottufficiali – ce n’erano sette – presenti in quel momento [alcuni dei tanti resoconti contrastanti affermano che Prado fosse presente nel momento in cui arrivò l’ordine: lui lo nega recisamente.] Contrariamente al mito che nessuno volesse premere il grilletto, tutti i soldati si offrirono volontari, così Zenteno ne selezionò due a caso, dicendo: “Bene, tu fai quella stanza [dov’era il Che] e tu fai quella [dov’era Willy]”. I due entrarono e fecero fuoco con le loro carabine M2. Successe molto in fretta. Da quello che mi raccontò Terán, il Che morì al primo colpo. Non ci fu nessun discorso, nessun addio, nulla.

Quando il corpo del Che arrivò a Vallegrande, fu lavato e ripulito nell’ospedale, secondo le istruzioni dell’esercito. I militari volevano che assomigliasse al Che Guevara che la gente conosceva: se aveste visto il Che con l’aspetto che aveva quando venne catturato, non lo avreste riconosciuto. C’erano altri cadaveri sul pavimento, ma nessuno di loro venne ripulito o altro: il Che fu l’unico che ricevette questo trattamento, perché era importante dimostrare che fosse il vero Che Guevara. Poi lo stesero su un lastrone di cemento nella piccola lavanderia che stava dietro all’ospedale e una trentina di fotoreporter di ogni parte del mondo furono invitati a scattare foto del corpo steso sul cemento. Era importante per il Governo e l’esercito mostrare il cadavere del Che, come ammonimento a chiunque intendesse invadere o minacciare il modo di vivere dei boliviani in futuro.

Il riconoscimento del cadavere
Per dimostrare l’identità del Che ci servivano le impronte digitali e documenti scritti a mano da lui, perciò il Governo boliviano chiese a quello argentino [il Che era nato laggiù] di inviare dei reperti. L’Argentina mandò due esperti della polizia, che portarono le impronte digitali contenute nel suo passaporto del 1952 ed esempi della sua scrittura. I trasporti erano lenti a quei tempi e impiegarono un po’ di tempo per arrivare a destinazione. Nel frattempo il corpo era in stato di decomposizione avanzata: emanava un odore terribile e non c’era nessun posto dove conservarlo, quindi fu presa la decisione di seppellirlo e conservare le mani nella formaldeide.
Quando finalmente arrivarono, gli esperti argentini presero le impronte digitali dalle mani e certificarono che si trattava effettivamente del Che, e fecero lo stesso con la sua calligrafia. Le mani furono conservate dal ministro dell’Interno, che in seguito le diede a un suo amico comunista, che a sua volta le inviò a Castro. A quel punto furono restituite alla famiglia del Che.

Lo choc dell’esecuzione
Io rimasi scioccato dall’esecuzione. Non me lo aspettavo. Pensavo che il Che sarebbe stato processato come gli altri prigionieri. Tutta la faccenda fu gestita male. Il Governo boliviano mise in giro l’informazione falsa che il Che era morto in combattimento, ma poi arrivarono notizie che era stato visto vivo a La Higuera, e alla fine il presidente fu costretto a dire la verità. Penso che prese la decisione di far giustiziare il Che perché in caso contrario avrebbe dovuto processarlo, e il processo sarebbe diventato un caso internazionale. Erano già infastiditi dallo spettacolo in cui si era trasformato il processo Debray, e un processo al Che avrebbe attirato migliaia di giornalisti, cosa che volevano evitare a tutti i costi. Inoltre, se lo avessimo processato sarebbe stato condannato a trent’anni di prigione (non abbiamo la pena di morte in Bolivia, e la pena carceraria massima è trent’anni). Ma dove lo avremmo tenuto per trent’anni? Non esistevano prigioni di massima sicurezza in Bolivia, avremmo sempre avuto il problema di impedire che qualcuno lo facesse evadere. Insomma, lo abbiamo giustiziato per liberarci del problema. Ma la cosa fu gestita male. Sarebbe andata bene se fossero riusciti a sostenere l’idea che era morto eroicamente in battaglia, ma la verità – che era stato giustiziato – era diventata pubblica.
Quanto ai risultati del Che, qui in Bolivia commise moltissimi errori a capo della guerriglia. Fece il contrario di tutto quello che scriveva nei suoi libri. Fu questo che lo condusse al fallimento. Si vede la sua immagine ovunque sui manifesti, una cosa che probabilmente il Che non avrebbe gradito. Ma la maggior parte delle persone non sa chi era, o cosa ha fatto. Era bravo come teorico, ma quando ebbe l’occasione di mettere in pratica le sue idee [in Bolivia], fallì su tutta la linea».

Dopo il suo ruolo come capitano del secondo battaglione delle truppe d’assalto boliviane addestrate dagli Stati Uniti, Gary Prado Salmón divenne ministro del Governo boliviano. Nel 1981 rimase paralizzato e costretto su una sedia a rotelle a causa di un proiettile che lo aveva colpito accidentalmente alla schiena. Ha proseguito la sua carriera come ambasciatore della Bolivia nel Regno Unito e in Messico, e ora insegna in un’università privata a Santa Cruz, in Bolivia. Clare Heargreaves è vissuta in Bolivia (e ha conosciuto Prado) mentre conduceva ricerche per Snowfields, un libro sul traffico di cocaina in Sudamerica.

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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