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Mai fidarsi del testimone

Scienza e Filosofia

Mai fidarsi del testimone

Illustrazione di Guido Scarabottolo
Illustrazione di Guido Scarabottolo

Le prove forensi – ovvero i dati empirici utilizzati dalla Scientifica per indagare su un reato e perseguirne l’autore – sono tenute in alta considerazione nella nostra società in virtù della loro potenziale capacità di tracciare un percorso oggettivo fino alla giustizia penale. Malgrado le attrattive della scienza forense, negli ultimi anni abbiamo assistito a fiaschi madornali in ambito giudiziario che hanno portato alla condanna di innocenti, facendo levare da più parti accorati appelli a favore di una riforma di questa disciplina. Nel 2009, ad esempio, la US National Academy of Sciences ha pubblicato un rapporto in cui condannava sostanzialmente le pratiche della Scientifica negli Stati Uniti e avanzava raccomandazioni specifiche sulla necessità di una riforma. In maniera simile, il Council of Advisors on Science and Technology (PCAST) della Presidenza USA ha pubblicato nel 2016 un’analisi feroce dei metodi forensi «comparativi» (come il confronto delle impronte digitali e delle tracce balistiche), sottolineando la mancanza di una loro comprovata validità e il rischio intrinseco di condanne ingiuste.

Alla luce di queste critiche può essere utile riflettere sul perché gli analisti forensi commettano degli errori. Le ragioni possono essere molte, ma la maggior parte può essere raggruppata in una delle seguenti tre categorie: (1) pratiche improprie nella raccolta e analisi dei dati, (2) impiego inappropriato ed errata interpretazione dei dati statistici, (3) scarsa conoscenza delle facoltà di visione e memoria umane. La prima e la seconda di queste categorie sono problemi di vecchia data, la cui soluzione può scaturire da una migliore formazione degli specialisti forensi; in questo senso sono già in atto le necessarie riforme.

La terza tipologia di problemi che affliggono la scienza forense – il fatto che gli operatori forensi e i loro interlocutori all’interno dell’ordinamento giuridico penale (avvocati, giudici e giurati) siano in possesso di una scarsa conoscenza delle facoltà della visione e della memoria – suggerisce un ruolo importante per la ricerca di base. Il nodo centrale è che molte analisi giudiziarie s’imperniano direttamente su decisioni umane fondate su memoria e percezione visiva. Gli apparati cerebrali deputati alla visione e alla memoria umana sono stati studiati a fondo e ormai possediamo moltissime informazioni su come funzionano, quali siano le loro capacità e limitazioni, e in quali condizioni potrebbero sbagliare. Tali informazioni sono cruciali per comprendere le probabili cause d’errore nella scienza forense e per mettere a punto procedure in grado di evitarle.

La ricerca ha individuato tre fattori in grado di pregiudicare l’utilità del resoconto di un’esperienza visiva: incertezza, pre-condizionamento (bias) e sicurezza soggettiva. L’incertezza si riferisce al fatto che la visione non è affatto perfetta a causa del cosiddetto «rumore visivo». La visione può infatti essere influenzata da «rumori»ovvero interferenze, di varie origini naturali, fra cui un’ottica oculare difettosa, una scarsa illuminazione o apparenze visive che ci distraggono. La presenza di «rumore visivo» provoca incertezza circa l’oggetto del nostro sguardo, tanto che qualsiasi decisione rischia di essere sbagliata. Se l’incertezza è paragonabile a una spaccatura in una comunicazione sensoriale accurata, il pre-condizionamento può essere paragonato a una toppa. Il pre-condizionamento ci consente infatti di colmare eventuali vuoti in caso di incertezza delle informazioni visive, sostituendoli con ciò che pensiamo sia presente in base alle nostre esperienze pregresse. Il problema, però, è che i pre-condizionamenti fondati su informazioni inesatte ci fanno percepire cose che non esistono. A peggiorare ulteriormente le cose si aggiunge che spesso ce ne sentiamo assolutamente sicuri.

Gli errori umani derivanti da incertezza, pre-condizionamento ed eccesso di sicurezza sono endemici in scienze forensi quali l’analisi delle impronte digitali e l’identificazione da parte di testimoni oculari. In ambito giudiziario, le impronte digitali sono frequentemente viziate da «rumore» – occlusioni, sbavature, distorsioni – che causano la perdita d’informazione. In tali condizioni, l’esperienza visiva ripiega su un’informazione precedente (pre-condizionamento) per risolvere eventuali ambiguità. Gli analisti di impronte digitali sono facilmente influenzabili dall’interferenza di informazioni irrilevanti ai fini del confronto delle impronte digitali quali la tipologia del reato o informazioni personali sulla persona sospetta. Analoghe fonti di incertezza e pre-condizionamento possono portare a identificazioni tragicamente inesatte da parte di testimoni oculari.

La sicurezza soggettiva è spesso considerata indicativa di esattezza: se esprimo certezza su ciò che ho visto, tutti tenderanno a credermi. Lo scienziato cognitivo Daniel Kahneman ha invece sostenuto che «la sicurezza soggettiva di un giudizio non è una valutazione razionale della probabilità che quel giudizio sia corretto. La sicurezza è una sensazione che riflette la coerenza delle informazioni e la facilità cognitiva con cui esse sono elaborate». La chiave, in questo caso, è la coerenza: gli analisti forensi acquisiscono sicurezza nel momento in cui molteplici elementi di prova puntano verso la medesima conclusione, anche quando i singoli elementi sono di per sé scarsi e inattendibili, con il risultato che tale sicurezza illusoria va a minare le loro decisioni percettive.

E allora cosa possiamo fare per scongiurare gli errori giudiziari provocati da incertezza, pre-condizionamento ed eccesso di sicurezza? Esercizio di prudenza a parte, il lavoro di ricerca su visione e memoria suggerisce una serie di strategie specifiche per diminuire gli errori. Ad esempio, l’incertezza può essere ridotta attraverso speciali forme di apprendimento percettivo. Il pre-condizionamento può invece essere arginato tramite un accesso controllato alle informazioni «irrilevanti per quel compito». E, infine, un’indicazione delle reali stime probabilistiche di un’identificazione giudiziaria, al posto delle tradizionali dichiarazioni categoriche di certezza, può essere di grande utilità per ovviare all’illusorietà di una sicurezza soggettiva. In termini generali, la scienza forense ha molto da guadagnare da una comprensione scientifica dei processi sensoriali e cognitivi che sottendono alle decisioni.

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