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Mia madre non è una strega

Scienza e Filosofia

Mia madre non è una strega

Simbolica nudità. Albrecht Dürer, «La strega», 1500-150 1 circa, Kupferstichkabinett, Staatliche Museen, Berlino
Simbolica nudità. Albrecht Dürer, «La strega», 1500-150 1 circa, Kupferstichkabinett, Staatliche Museen, Berlino

È il 9 novembre 1619 quando per Katharina hanno inizio i giorni più cupi. Alle otto del mattino nella sala del consiglio municipale di Leonberg prende il via il processo contro la madre diuno dei maggiori astronomi della modernità, il luterano e matematico dell'imperatore Johannes Kepler.

Ad accusarla di eresia e malefici erano numerosi testimoni, ben ventiquattro cittadini del piccolo villaggio con poco più di mille abitanti (tutti di fede luterana), dove l’anziana madre risiedeva. Cinque tra loro erano donne, tra cui la moglie di un sarto, di un barbiere, di un carpentiere e di un vetraio, e del gruppo faceva parte anche Lukas Einhorn, il governatore del ducato di Württemberg, e il maestro del paese. Quest’ultimo aveva raccontato che un giorno Katharina lo aveva fermato per strada mentre si recava in chiesa e gli aveva offerto del vino. «Non appena assaggiato il vino, le gambe avevano cominciato a dolergli. Nel giro di qualche giorno il dolore era diventato così intenso da costringerlo a camminare aiutandosi con due bastoni. Poco dopo si era ritrovato completamente paralizzato». Ma non fu solo questo episodio a gettare un’ombra di sospetto e di riprovazione contro la vecchia vedova, colpevole di possedere dei poteri magici capaci di provocare sventure e disgrazie nella vita delle persone vicine.

I capi d’imputazione erano pesantissimi. La si accusava di aver invitato a casa sua il governatore e Ursula Reinbold, la moglie di un vetraio di Leonberg, e di averle fatto bere uno strano intruglio che all’istante le aveva rovinato la salute. Di aver appreso la stregoneria frequentando una zia che abitava nella vicina Weil der Stadt, successivamente messa al rogo. Di aver tentato di condurre una ragazza a partecipare al rituale del sabba, e poi di avere cercato di insegnarle i segreti di quell’arte demoniaca. «Non ti piacerebbe diventare una strega?», così le parole di Katharina riportate nella testimonianza della ragazza. Assicurandole, di contro a una vita priva di piaceri, «gioia e dissolutezza oltre misura».

Tutto era cominciato alla fine di dicembre del 1615, quando Keplero, che si trovava con la famiglia a Linz, ricevette una lettera dalla sorella in cui lo informava che la madre era stata accusata di stregoneria e che lei, a sua volta, aveva citato in giudizio i suoi detrattori per calunnia. Da quel momento, e per oltre sei anni, l’astronomo lottò con tutte le sue forze in difesa dell’anziana madre. In un crescendo di ansia e timori per la concreta possibilità che potesse essere sottoposta a tortura e condannata a morte.

Keplero aveva quarantaquattro anni ed era nel pieno della sua attività creativa. Stava lavorando senza un attimo di tregua a una delle opere più importanti, gli Harmonices Mundi libri V, che pubblicò nel 1619 e che contengono la sua famosa terza legge, in base alla quale i quadrati dei tempi periodici dei pianeti sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal Sole. Proprio nel momento in cui aveva più bisogno di serenità per portare a termine la sua impresa, quella notizia lo sconvolse, anche per le conseguenze che avrebbe potuto avere sulla sua reputazione di matematico imperiale, per il rischio di essere additato come il figlio di una strega.

Il libro di Ulinka Rublack è la ricostruzione attenta e approfondita di questo rapporto madre-figlio all’interno di un contesto in cui il fenomeno della caccia alle streghe assunse una dimensione sociale rilevantissima. Tra Cinque e Seicento si stima che all’incirca 73.000 persone furono processate per stregoneria, e di queste 40.000-50.000 furono mandate a morte. «Dal 1560 alla fine delle persecuzioni, tra le 22.000 e le 25.000 persone furono giustiziate all’interno dei confini dell’odierna Germania, dove peraltro il 75 per cento degli accusati erano donne».

L’affaire Katharina è uno dei processi per stregoneria meglio conosciuti della storia tedesca. La sua ricca documentazione archivistica consente di poter seguire da vicino ogni momento dell’intera vicenda. E il giudizio finale della Rublack è che siamo di fronte a una donna che non fu «né l’eroica vittima di un’epoca oscura né una vecchia fattucchiera superstiziosa e ignorante».

Era appena trascorso un anno dalla pubblicazione degli Harmonices quando, all’alba del 7 agosto 1620, Katharina venne avvertita dalla figlia che gli uomini del governatore sarebbero di lì a poco venuti per arrestarla e condurla in prigione. Le guardie trovarono la settantatreenne Katharina nascosta dentro una cassapanca «completamente nuda eccetto per le lenzuola che ancora l’avvolgevano». A seguito di questo tragico avvenimento Johannes decise di assumere in prima persona la difesa legale della madre nel tentativo di salvarla dal rogo e, al tempo stesso, di proteggere l’onore della sua famiglia. E lo fece utilizzando le tecniche e i principi che lo avevano guidato nel suo lavoro di astronomo e di filosofo naturale.

Nel settembre del 1620 si trasferì nel Württemberg e la sua vita venne come sospesa. D’un tratto i suoi progetti passarono in secondo piano. Inscatolò persino i suoi libri e gli strumenti scientifici che aveva a Linz. Niente aveva più valore per lui della liberazione della madre e del suo proscioglimento da ogni accusa.

Ma per presentare una difesa persuasiva Keplero doveva confutare ogni singolo testimone con argomenti giuridici. E riuscì a farlo perché la solida formazione scientifica, storica e filologica lo aveva abituato allo studio dei dettagli. Anche dei più insignificanti. Nessun verbale di interrogatorio lo avrebbe annoiato o, peggio, costretto alla resa. Lui, abituato da sempre a cercare gli errori più impossibili nei calcoli e nelle tavole astronomiche di Tolomeo, Tycho Brahe e Copernico, capace come pochi di sceverare enigmi, simbologie nascoste e intricate similitudini, sarebbe riuscito a dimostrare l’inattendibilità di quelle testimonianze. «Keplero non scendeva dall’empireo regno della mente ad affrontare i vili dettagli di un caso criminale: i molti anni in cui aveva argomentato le sue posizioni nella scienza lo avevano preparato a costruire una difesa eccezionalmente efficace».

Partendo da una conoscenza ineccepibile del codice penale imperiale, riuscì a convincere la corte che Katharina era una pia cittadina che aveva messo a frutto le competenze mediche che le erano state tramandate. E lo fece usando tutte le armi possibili, retoriche e non, addentrandosi anche in minuziose argomentazioni scientifiche per dimostrare come misteriose malattie magiche, erroneamente attribuite a immaginari influssi, potessero invece essere spiegate attraverso la scienza medica e il senso comune. Quel castello di accuse venne completamente frantumato: non esisteva alcuna prova giuridica che sua madre fosse una strega.

E in questa appassionata e impeccabile difesa la sua voce si levò alta e chiara contro la pratica della tortura alla quale erano sottoposte le moltissime donne sospettate di stregoneria. «Tutto quello che sapevano su se stesse così come sugli altri è stato loro estorto con intollerabile dolore e sofferenza».

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