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Le frontiere ballerine di Moresnet

nel cuore d’europa

Le frontiere ballerine di Moresnet

(Afp)
(Afp)

Lo scrittore belga David Van Reybrouck ha scritto un piccolo saggio che potrebbe essere la trama di un romanzo e forse anche la sceneggiatura di un film. Di sicuro è un avvertimento a una Europa attraversata da incauti nazionalismi. Il titolo nell’originale fiammingo è Zink, zinco. In meno di 100 pagine, Van Reybrouck racconta l’incredibile storia di un fazzoletto di terra alla frontiera tra Olanda, Germania e Belgio che dopo le guerre napoleoniche per un incidente della storia e della geografia è rimasto neutrale. Nel Novecento, invece, è drammaticamente oscillato fra i suoi vicini, vittima dei conflitti che hanno straziato il continente.

Dietro alle vicissitudini di Moresnet, questo il nome del piccolo paese, si nasconde per molti versi la grande storia europea. Nel 1815, il Congresso di Vienna fu chiamato a stabilire le nuove frontiere del continente su una fascia di 500 chilometri, dalle isole di Frisia al Granducato del Lussemburgo. Le potenze dell’epoca non riuscirono a trovare un accordo su quel punto d’Europa nel quale si incontravano il Regno di Prussia e il Regno Unito dei Paesi-Bassi. A complicare le discussioni fu la presenza di una miniera di zinco, una materia prima che ai tempi aveva un crescente successo industriale ed economico.

Con un trattato del 1816 fu quindi deciso che la piccola fetta di terra tra Aquisgrana e Verviers sarebbe rimasta neutrale. Il nuovo paese, se così è possibile chiamarlo, si estendeva su appena 3,4 chilometri quadrati, aveva circa 250 abitanti, per la maggior parte raggruppati nel borgo di Kelmis (La Calamine in francese). Nel 1830, con la nascita del Regno del Belgio, Moresnet ottenne ai suoi confini un nuovo vicino. I primi cippi di frontiera furono piantati nel 1816 ed erano in legno, sostituiti da sessanta esemplari in pietra nel 1868, ancora per la maggiore parte visibili.

Il paese era neutrale, ma l’amministrazione era in mano a due commissari, l’uno prussiano, l’altro belga. Napoleone era stato sconfitto, ma la legge a Moresnet dipendeva dal Codice Civile del 1804 e dal Codice Penale del 1810. Per risolvere le controversie giuridiche gli abitanti dovevano rivolgersi a giudici prussiani o belgi. Alcuni reati scomparsi nel resto d’Europa erano ancora perseguiti a Kelmis, come quello di vagabondaggio: sei mesi di reclusione. La posta era distribuita da due postini: il primo belga, il secondo prussiano. Territorio off-shore prima del tempo, l’imposizione fiscale era bassa, praticamente inesistente.

D’altro canto, il paese era ricco, complice la miniera di zinco che riforniva l’industria di mezza Europa. Il Codice Napoleone non puniva l’ubriachezza in luogo pubblico, tanto che nel 1894 il paese contava sessanta caffè e nel 1904 quattro distillerie. Fioccarono traffici di contrabbando, finché nel Novecento Moresnet perse improvvisamente la sua indipendenza. Con lo scoppio della Grande Guerra, il territorio fu invaso dai tedeschi. Dopo la sconfitta del Reich, il Trattato di Versailles ne trasferì la sovranità al Belgio. Nel 1940 Moresnet fu nuovamente occupato dalla Germania. Alla fine dell’ultimo conflitto, il piccolo fazzoletto di terra tornò ad essere belga e oggi fa parte della regione germanofona del paese.

Nel suo appassionante libro, Van Reybrouck, noto per la pubblicazione nel 2010 di un riuscitissimo volume sul Congo (uscito in Italia da Feltrinelli), racconta la sorprendente storia di Moresnet attraverso la vita di Emil Rixen (1903-1971). Durante la sua travagliata esistenza, l’uomo ha vissuto sulla sua pelle le contraddizioni europee: ha cambiato nazionalità cinque volte, vestito l’uniforme belga e poi tedesca, combattendo da tedesco i belgi e da belga i tedeschi. «Non ha attraversato le frontiere – scrive Van Reybrouck del protagonista del libro –. Sono le frontiere che lo hanno attraversato». Di questi tempi incerti, la vita di Rixen è un monito a tutti noi.

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