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Il dramma borghese e l’intima «Nico» parlano italiano

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Il dramma borghese e l’intima «Nico» parlano italiano

«Dove non ho mai abitato» la nuova pellicola di Paolo Franchi
«Dove non ho mai abitato» la nuova pellicola di Paolo Franchi

Il cinema italiano è ancora protagonista del weekend in sala: dopo i buoni risultati ottenuti da «L'intrusa» di Leonardo Di Costanzo (uscito due settimane fa) e da «Ammore e malavita» dei Manetti Bros (nei cinema dal 5 ottobre), questa volta è il turno di «Dove non ho mai abitato», la nuova pellicola di Paolo Franchi.
Protagonista è Francesca, la figlia di un famoso architetto che accetta, su richiesta del padre Manfredi, di restaurare una magnifica villa a Torino. Si troverà a collaborare con Massimo, allievo di Manfredi, che farà nascere in lei sentimenti inaspettati.

Dove non ho mai abitato

Cinque anni dopo il flop di «E la chiamano estate», Paolo Franchi ritrova l'eleganza stilistica del suo esordio «La spettatrice» e firma un intenso dramma ambientato in un universo altoborghese, ambito non sempre trattato a dovere dal cinema italiano.

Franchi punta sulla scrittura dei personaggi: quello di Manfredi, ben interpretato da Giulio Brogi è il più riuscito, mentre gli altri sembrano a tratti eccessivamente costruiti.

I limiti di questa pellicola, comunque ben confezionata e capace di emozionare, stanno infatti in un copione troppo calcolato e studiato a tavolino per trasmettere un'adeguata spontaneità narrativa.

Resta, a ogni modo, un lavoro interessante e coinvolgente, oltre che un passo in avanti per Paolo Franchi rispetto ai suoi due lungometraggi precedenti (oltre a «E la chiamano estate», si può ricordare, purtroppo negativamente, anche «Nessuna qualità agli eroi»).

Da vedere è inoltre un altro titolo di casa nostra: «Nico, 1988» di Susanna Nicchiarelli. Christa Päffgen in arte Nico è ricordata e amata da tutti per la sua collaborazione artistica con i Velvet Underground. Solo negli anni Ottanta però, quando lavora a un tour da solista, la cantante tenterà di ritrovare se stessa, provando a ricucire il rapporto con il figlio Ari.

Vincitore della sezione Orizzonti della Mostra di Venezia 2017, «Nico, 1988» è il miglior lungometraggio diretto da Susanna Nicchiarelli in carriera. La regista dimostra una maturità stilistica mai avuta prima e firma una pellicola intimista e coraggiosa, che si concentra su un personaggio tutt'altro che semplice da raccontare.

È un'indagine sul lato privato dell'esistenza della cantante, sentita e concitata, seppur vittima di qualche calo nella seconda parte e di una narrazione piuttosto altalenante.

Nonostante qualche imprecisione drammaturgica, è comunque un prodotto che colpisce nel segno, grazie soprattutto alla potentissima prova di Trine Dyrholm, attrice danese che veste perfettamente i panni della cantante.

Infine, una menzione completamente negativa per «L'uomo di neve» con Michael Fassbender. L'attore interpreta un detective che dovrà risolvere un caso intricato con al centro un serial killer il cui segno distintivo è un pupazzo di neve lasciato sul luogo del delitto.

Tratto dall'omonimo romanzo del norvegese Jo Nesbø (uno dei tanti con protagonista il detective Harry Hole), il film segna un clamoroso scivolone nella carriera di Tomas Alfredson, regista che si era fatto apprezzare con «Lasciami entrare» e, soprattutto, con «La talpa».

In questo caso Alfredson non riesce mai a prendere le redini del progetto, si limita a mettere in scena una sceneggiatura fiacca e sconclusionata e non lascia mai il suo marchio stilistico sul prodotto.

Confuso e grossolano, il film si trascina stancamente e senza guizzi per l'intera durata, ma anche il cast è poco in forma, a partire da un Michael Fassbender svogliato e fuori parte. Da dimenticare.

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