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Dimenticare l’impostore

Scienza e Filosofia

Dimenticare l’impostore

Tra pittura e fotografia. Michel Foucault  ritratto  da Gerard Fromanger, 1976
Tra pittura e fotografia. Michel Foucault ritratto da Gerard Fromanger, 1976

Ogni epoca ha i suoi idoli, i suoi padroni del pensiero, i suoi autori intoccabili. Se poi questi autori sono filosofi che fra metodo e sistema, concetti e lessico, riescono a confezionare un’antropologia filosofica che spiega cosa sono le arti, cosa fanno le scienze, come funziona il potere e le sue istituzioni, allora chi ripeterà quello che loro hanno detto sarà ascoltato. Chi invece li ignorerà o criticherà, si farà vuoto intorno, risulterà incomprensibile e sarà guardato con sospetto.

È accaduto, accade tuttora questo con Michel Foucault. Ricordo che a metà anni sessanta, quando da novizio universitario cominciai a leggere Foucault, Storia della follia e poi Le parole e le cose, eravamo tutti presi dalla volontà di interrompere ogni continuità con il passato e «rifondare» modi di pensare e di essere. Il clima culturale e politico era su questo internazionalmente unanime. I dieci anni che precedettero e prepararono il ’68 furono anni di eccezionale fervore intellettuale: una specie di febbre in senso lato «rivoluzionaria», una fredda ebbrezza distruttiva e innovativa. Non c’era autore e libro pubblicato o ripubblicato allora che non tendesse a riassumere criticamente e a rilanciare un impulso di radicalità «antisistema», le cui origini risalivano sia al razionalismo illuministico che all’irrazionalismo romantico, alle icone storiche del libero pensiero e della genialità, della totalità sociale dominante e dell’utopia possibile.

Dopo e insieme al ritorno dei «francofortesi» Adorno, Marcuse e Benjamin, nella riscoperta di Wittgenstein e di Freud, delle avanguardie artistico-letterarie e politiche di primo Novecento, ecco che il giovane Foucault, con l’aggiunta dell’ottica linguistico-strutturale, poteva già sembrare la sintesi di quasi tutto. Con il suo metodo (la Francia è la patria di ogni «methode») si potevano connettere i fatti e i fenomeni più diversi. L’intero insieme sociale diventava un’enciclopedia tassonomicamente visibile e dominabile: teoria totale di un dominio totale.

Sempre di più negli anni successivi, con instancabile e tempestiva produttività storico-teorica, riflettendo infine sul panopticon di Jeremy Bentham, edificio circolare dal cui centro si vede e si controlla tutto, Foucault stava costruendo a sua volta il suo panopticon critico alle cui analisi niente sarebbe sfuggito. Le conoscenze, le razionalità, i saperi dominanti, oltre a emanare da un centro, funzionavano dovunque e sempre costituendo una «microfisica del potere» capace di penetrare in ogni atto, situazione, gesto. Affermatosi con i suoi folgoranti esordi in anni di revival neomarxista, Foucault, con il suo specifico strutturalismo antifilosofico e antistoricista, offriva non solo un’affascinante integrazione, ma anche un possibile sostituto del marxismo. Come si sarebbe visto vent’anni dopo, la maggior parte dei marxisti in crisi e dei rivoluzionari frustrati avrebbero trovato in lui, nel suo linguaggio camaleontico, insieme perentorio e sfuggente, gli utensili più maneggevoli e illimitatamente adoperabili per non smettere di credere in «rovesciamenti di sistema» continuamente alle porte.

È così che nell’ultimo ventennio del secolo scorso Foucault è diventato il filosofo più rassicurante e più necessario alle sinistre radicali di tutto il mondo. Avendo messo in scena Cartesio e Kant, il soggetto e l’oggetto, Nietzsche, Freud e Heidegger, positivismo della ricerca e riflessioni epistemologiche, Cervantes e Mallarmé, Artaud e Borges, l’idea chiara e il suo rovescio oscuro, con Foucault e a partire Foucault si poteva arrivare dovunque: alla teoria del moderno e del postmoderno, alla teologia del potere e alla sua negazione mistico-pratica, alle sapienze antiche e alla letteratura d’avant-garde, alla rivolta, alla sessualità, alla cura di sé.

Niente dunque di più azzardato e deplorevole per alcuni, di più utile e corroborante per altri, che qualcuno, per esempio uno studioso e polemista come Jean-Marc Mandosio, abbia osato scrivere un pamphlet intitolandolo Longevità di un’impostura: Michel Foucault, uscito in Francia nel 2010, rifiutato in Italia da diversi editori e ora finalmente pubblicato da Enrico Damiani Editore.

Perché attaccare, criticare Foucault? Anzitutto perché nessuno lo fa, nessuno osa farlo e non se ne mostra capace. Come spiega la seconda parte del pamphlet di Mandosio, «Foucaufili e foucaulatri», un tale pensatore ha creato da tempo intorno a sé un’evidente idolatria. Se lo si mette in discussione, se si descrive la sua prosa intessuta “di asserzioni contraddittorie e di ingiunzioni equivoche” in cui viene data «forma filosofico-letteraria ai luoghi comuni di un’epoca», ecco che molti e vari seguaci di Foucault sentono subito mancarsi la terra sotto i piedi. Senza i binari del foucaultismo, i loro libri non sarebbero arrivati così lontano. Non sarebbero riusciti a comunicare così facilmente con il mondo intellettuale se non avessero avuto sotto mano attrezzi e termini-feticcio come «dispositivi», «norme», «biopolitica», «trama reticolare», «Biopotere». Senza le sue acrobazie teoricistiche, le sue terminologie passe-partout e le sue esibizioni erudite (Foucault sembra aver letto tutto e rovistato in tutti gli archivi), l’idea ontologico-teologica di rivoluzione permanente e ubiqua non sarebbe stata così esportabile nelle università di mezzo mondo.

Foucault, dice Mandosio, ha conosciuto una seconda giovinezza con l’infatuazione dei docenti americani per la French Theory. Se il suo prestigio è stato più longevo di quello di Deleuze e Derrida, è perché le sue idee sono «meno manifestamente strampalate». Si presentano come «analisi storica estremamente approfondita», si ritiene che ogni disciplina sia stata da lui rifondata, mettendo in discussione i «dispositivi» della legittimazione sociale e intellettuale. La sinistra sedicente sovversiva parla oggi la sua lingua (ma «esiste perfino un foucaultismo di destra»).

Eppure, già nel 1971, George Steiner vedeva in lui «il mandarino del momento» e nel 1977 Jean Baudrillard pubblicò il saggio Dimenticare Foucault. Ciononostante, ogni tentativo di obiettare o di smascherare è sempre caduto nel vuoto, mentre l’importanza di Foucault ha continuato ad essere celebrata in convegni, studi, biografie: anche se la «proliferazione concettuale» è in lui, dice Mandosio, soprattutto «inflazione verbale», riformulazione inventiva di idee usurate perché tradizionali o largamente circolanti (Ragione e Sragione, il detto e il non detto...).

Politicamente, poi, Foucault si è mostrato sia opportunista (appoggiando marxisti-leninisti e lacaniani) che candidamente provocatorio (discutendo con Chomsky, lo scandalizzò lodando la dittatura «cruenta» del proletariato, e più tardi espresse la sua ammirazione per Khomeini, «punto di incontro di una volontà collettiva»).

Sarebbe il caso di ridiscutere Foucault libro per libro. Spero perciò che Mandosio sia letto come un’ottima introduzione a questo lavoro. Ma non sono ottimista sulla possibilità che le sue critiche vengano accettate. Accadrà con Foucault quanto è accaduto con Heidegger: essendo troppi coloro che gli debbono troppo, nessuno di loro vorrà sentirsi vittima inconsapevole di un abbaglio. Finché durano e prima di sparire senza un perché, le mode culturali sono più potenti di qualunque dogma.

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