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La guerra civile vista dall’alto

Letteratura

La guerra civile vista dall’alto

(Afp)
(Afp)

Ludovica era una donna ferita. «Quando scendeva la notte, si avvicinava alla finestra e guardava il buio come chi si affaccia su un abisso». Aveva paura degli uomini e degli spazi aperti, viveva con la sorella non uscendo quasi mai. Dopo che questa sposò un angolano lasciarono insieme il Portogallo per Luanda. Era il 1975, poco dopo fu proclamata l’indipendenza. «I primi spari segnarono l’inizio delle grandi feste di commiato»: i portoghesi scappavano, ma prima di andar via consumavano tutto quel che non potevano portarsi dietro in ricevimenti pantagruelici che duravano fino all’alba, termine del coprifuoco. «I giovani morivano per le strade, agitando bandiere, mentre i coloni danzavano». Da uno di questi festini la sorella e il cognato non fecero ritorno. Arrivarono invece i rapinatori, Ludo per difendersi ne uccise uno.

«Fuori, nella notte convulsa, esplodevano petardi e colpi di mortaio. Spiando dalla finestra, la portoghese vide una moltitudine avanzare lungo le strade, riempire le piazze con un’euforia urgente e disperata». Decise di murarsi in casa, un enorme attico all’undicesimo piano del Palazzo degli Invidiati, seminando i legumi che le erano rimasti, acciuffando i sempre più rari uccelli o allevando le galline ingegnosamente “pescate” dal piano inferiore.

Mentre sotto di lei scorrevano la violenza e poi la fame e ancora violenza e fame per i 27 anni di guerra civile che seguirono l’agognata liberazione, Ludovica scrutava le nuvole che assediavano la città come meduse, il mare che inghiottiva la luce, l’oscurità densa e rumorosa riversarsi sulla finestra come un nubifragio. Lassù rimase trent’anni, contando più notti che giorni. Il gas, l’elettricità, l’acqua se ne andavano e a volte tornavano, Ludo allora bruciava tutto, dai mobili al parquet, poi la quasi totalità dell’immensa biblioteca, rinunciando «ogni volta a un po’ di libertà», estenuandosi e perdendosi nello stremo.

«La debolezza, la vista che se ne va, fanno sì che inciampi nelle parole mentre leggo. Leggo pagine ormai lette tante volte, ma sono già altre. A leggere sbaglio, e negli errori, ogni tanto, trovo cose incredibilmente sensate». Ludovica riempiva tutte le pagine che aveva di pensieri, una volta finite quelle incise le pareti: «Se ci fosse ancora spazio potrei scrivere una teoria generale dell’oblio».

Intorno a quell’antro sopraelevato giravano e s’intrecciavano inconsapevoli le storie di una coraggiosa infermiera; del capitano Jeremias che all’inizio aveva torturato eseguendo gli ordini, ma poi ci aveva preso gusto, sentendosi «intero solo quando attraversava la notte per dare la caccia agli altri uomini»; di un giornalista che colleziona sparizioni; di un soldato adottato dagli allevatori seminomadi mucubai e di un bambino che non riesce più a essere un bambino. «Caddero muri. Venne la pace. Ci furono le elezioni, tornò la guerra. Il sistema socialista venne distrutto dalle stesse persone che lo avevano istituito, e il capitalismo risorse dalle ceneri, più feroce che mai»: i personaggi si trovarono un giorno a convergere nella vita dell’eremita, insieme a una sconosciuta emersa dal suo misterioso passato portoghese.

Quella di Ludovica Fernandes Mano, chiusasi in casa per 28 anni, è una storia vera, magistralmente romanzata dallo scrittore angolano José Eduardo Agualusa che si dice influenzato dagli autori del realismo magico, ma nella Teoria generale dell’oblio ha dato vita, al contrario, a un «magico realismo», come ha osservato a Mantova, durante lo scorso Festivaletteratura, la sua traduttrice, Romana Petri. Nonostante si diverta con situazioni e coincidenze al limite dell’incredibile non lascia mai che il soprannaturale abbia il sopravvento, tutto nel romanzo finisce per avere una spiegazione. Anzi, si prende affettuosamente gioco dei suoi compatrioti creduloni, sempre a cercare un segno del destino, lo zampino di qualche spirito pittoresco o forse «una grande ragione: qualcosa così, come un perdono» per giustificare la stanchezza delle cose, una stanchezza di esistere che Ludovica ritrova nelle splendide parole di Pessoa.

Questa donna, che cercando di dimenticare gli altri dimentica se stessa, è metafora forse dell’oblio impossibile per un popolo cresciuto in quarant’anni di guerra; di un quasi continente - dal Ruanda al Sudafrica, dal Sudan al Congo - che non finisce di interrogarsi su come convivere con un passato di atrocità; di un Paese dove la paura dell’altro è ormai endemica: «l’Angola è stato il primo Stato non solo a vietare le moschee ma a distruggerle» spiega Agualusa. Che con un sorriso amaro aggiunge: «In verità il ministero della cultura ha asserito che non le aveva proibite, perché non si può proibire ciò che non è stato autorizzato in precedenza...»

Consultando i diari di Ludovica l’autore africano ne ha reinventato la storia e lo ha fatto raccontando solo il necessario, anzi un po’ meno. È una narrazione interrotta, sospesa, dove emozioni appena accennate riempiono lo spazio vuoto nutrendosi di quelle del lettore, trascinato da una scrittura sensuale e vitale che incanta, come incantano le immagini intense e evocative, e che - nonostante il romanzo nel suo complesso non abbia la tenuta che le prime ottanta pagine lasciano sperare - fa pensare che António Lobo Antunes abbia più di qualche ragione quando definisce Agualusa «lo scrittore lusofono più importante della sua generazione».

José Eduardo Agualusa, Teoria generale dell’oblio, trad. di Romana Petri, Neri Pozza, Vicenza, pagg. 220, € 16.50

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