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Plumbea sinistra d’Europa

Economia e Società

Plumbea sinistra d’Europa

(Reuters)
(Reuters)

In alcuni frangenti avvengono mutazioni di così forte rilevanza ed eccezionale rapidità da determinare grandi discontinuità nel corso della storia, profonde cesure rispetto al passato. E che pongono perciò interrogativi ineludibili su come reagire e su cosa fare per costruire il futuro. È questa, appunto, la stagione che l’Europa si trova a vivere, senza più le certezze d’un tempo e con addosso le angustie dovute al disorientamento prodotto dai radicali cambiamenti man mano sopraggiunti.

Mai infatti, dal secondo dopoguerra a oggi, ci si è trovati dinanzi a una concatenazione così densa e strettamente intrecciata di eventi politici e di mutamenti di scenario come quelli succedutisi negli ultimi anni: dalla comparsa di un universo politico multipolare e instabile, a un ritorno di fiamma di varie forme di protezionismo, dovuto a un’estensione accelerata quanto rigurgitante dei movimenti di merci e capitali, priva per lo più di regole adeguate; da una rivoluzione tecnologica segnata dalle applicazioni del digitale e dell’intelligenza artificiale propagatasi in un’ampia fascia di procedimenti lavorativi, alle conseguenze di una pesante stagnazione economica prolungatasi per più di un lustro; da una massiccia immigrazione da varie contrade dell’Asia e dell’Africa verso il Vecchio Continente; all’irruzione di un terrorismo di matrice islamista su scala globale; a un’impetuosa reviviscenza di macro e micro-nazionalismi […].

In questo contesto nel quale i mutamenti intervenuti nel frattempo e quelli attualmente in corso, caratterizzati da inevitabili ricadute su ogni aspetto della vita quotidiana, hanno suscitato in Europa una vasta ondata di apprensioni sul presente e di insicurezza sull’avvenire, è soprattutto la sinistra riformista a trovarsi in gravi angustie, alle prese con dilemmi che investono il suo codice genetico e statutario. Poiché essa è incline da sempre a ritenere che il parto della Storia consista in una costante e generale evoluzione e non già in una regressione, al di là di alcune battute d’arresto che fino a ieri considerava comunque superabili grazie principalmente all’opera e all’impegno delle forze progressiste per un miglioramento su scala generale di determinate condizioni civili e sociali.

Senonché, ciò che adesso è in questione è la capacità della sinistra europea di rispondere in modo valido e confacente all’impatto delle molteplici metamorfosi (dall’assetto economico all’organizzazione sociale, dalle gerarchie politiche alle dinamiche demografiche, allo scenario culturale) che hanno contrassegnato le vicende e le prospettive emerse nel quadrante mondiale.

Naturalmente, non è che la classe politica liberal-moderata sia esente dal problema di cosa fare dinanzi all’urto e ai risvolti su ampia scala prodotti da una serie di mutamenti di ordine strutturale. Ma è in primo luogo la sinistra, in conformità alla sua intima vocazione ideale e politica, a dover ripensare i propri paradigmi e a indicare quali possano essere le soluzioni praticabili per gestire i cambiamenti in atto affinché non finiscano per incrinare le fondamenta della democrazia e provocare nuovi squilibri geoeconomici e ulteriori diseguaglianze sociali.

Mentre è certamente un bene che la globalizzazione abbia assecondato lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni di vita dei paesi appartenenti un tempo al Terzo Mondo, non si può dire che lo stesso sia avvenuto per quello occidentale, dato che tanto i ceti popolari che una parte crescente della middle class (non più in grado di far conto su occupazioni a vita o su percorsi di sviluppo professionali pianificati) hanno subìto una retrocessione sociale e assistito invece a una dilatazione dei redditi e delle prerogative delle élite più abbienti. Inoltre i governi e gli Stati non sono più in grado di garantire le precedenti forme e dimensioni di protezione sociale.

Si comprende pertanto come si siano intensificate le domande da più parti sull’effettiva capacità, ma anche sulla reale possibilità della sinistra, di elaborare nuove idee e opzioni dinanzi alle complesse incognite dovute alla formazione di un universo circostante caratterizzato, da un lato, da una competizione economica sempre più serrata e dall’incidenza sull’occupazione di tecnologie sempre più pervasive, e segnato dall’altro da un senso crescente di angoscia e insicurezza esistenziale che potrebbe determinare un calo di fiducia nei principi e nei valori della democrazia e una ventata prorompente di conservatorismo autoritario alimentata dal miraggio di “uomini forti” e di soluzioni tanto di facile maneggio quanto illusorie.

Ma se la sinistra europea versa in serie difficoltà, ciò si deve al fatto che essa ha finito non solo per dividersi, ma per arroccarsi su posizioni tradizionali e non è giunta a elaborare direttrici di marcia stimolanti ed efficaci, proprio quando si avrebbe invece estremo bisogno di provvedimenti validi e realistici, non già di panacee rassicuranti o della riverniciatura di vecchi schemi. Del resto, è mancata un’opera perspicace di interpretazione dei cambiamenti in atto, da parte dell’“intellighenzia”, che perciò, non a caso, ha finito col perdere la sua influenza e visibilità d’un tempo.

In un sistema così differente da quello del secolo scorso le diverse componenti della sinistra si trovano alle prese con un universo sempre più fitto di esclusi e marginalizzati, vittime dirette o indifese dei drastici cambiamenti avvenuti a macchia d’olio su più fronti e perciò spinti verso le sponde della protesta, del populismo e dell’antipolitica. Si spiegano quindi i risultati elettorali deludenti, i peggiori dalla fine del secondo dopoguerra, che i partiti di matrice socialdemocratica e laburista hanno registrato negli ultimi tempi pressoché dovunque nei paesi dell’Europa occidentale. Come se essi siano giunti ormai al capolinea.

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