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Addio a Lenzi, maestro del cinema di genere che inventò «Er…

Il regista aveva 86 anni

Addio a Lenzi, maestro del cinema di genere che inventò «Er Monnezza»

Umberto Lenzi (Epa)
Umberto Lenzi (Epa)

Non è mai appartenuto alla cosiddetta aristocrazia del cinema italiano. Da toscano anarchico e geniale mestierante della macchina da presa, la spocchia degli autori con la «a» maiuscola era abituato a liquidarla con una sonora risata. Eppure Umberto Lenzi, regista della gloriosa stagione di Cinecittà scomparso a 86 anni, non è affatto stato un personaggio secondario della nostra cinematografia.
Per riconciliarci con il suo immaginario fatto di gialli pieni di provocazioni sessuali, poliziotteschi iper-violenti, cannibali affamati, er Monnezza, Sandokan prima di Kabir Bedi e Rambo prima di Sylvester Stallone, abbiamo dovuto aspettare un grande appassionato del genere come Quentin Tarantino. Ma quei «filmacci», snobbati dalla critica impegnata o addirittura bollati come reazionari, il loro dovere al botteghino lo hanno sempre fatto. E in molte occasioni si sono rivelati anche eccezionali prodotti da esportazione.

Un amante del «genere»
Dalla casa di riposo Villa Verde era stato ricoverato all’ospedale Grassi di Ostia, dove è deceduto. La conferma è arrivata dalla struttura sanitaria di cui il cineasta era ormai ospite da tempo. Nativo di Massa Marittima, si trasferì a Roma per studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia, percorso seguito da tanti protagonisti del grande cinema italiano. Era molto più colto di quello che voleva dare a intendere, inquietamente curioso nel profondo.

E curiosità e cultura le metteva in tutte le cose che faceva. Il cortometraggio del diplona per esempio, I ragazzi di Trastevere (1956), è pieno di rimandi alle atmosfere dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. Negli anni Sessanta prova a intrattenere il grande pubblico con qualche titolo di cappa e spade, avventure salgariane (Sandokan, la tigre di Mompracem e I pirati della Malesia), spy movies che sfruttavano il successo di James Bond e war movies ben scritti (La legione dei dannati), sul modello delle ben più ricche produzioni a stelle e strisce.

Da Orgasmo ai cannibali
Alla fine degli anni Sessanta, la sua prima grande innovazione: il giallo all’italiana, variante del genere caratterizzata dall’atmosfera morbosa, piena di scene sesso di esplicito. Tutto parte con Orgasmo (1969), tra i film italiani meglio venduti all’estero di sempre, cui seguiranno Così dolce... così perversa e Paranoia. Nel 1972, con Il paese selvaggio, lancia il genere cannibalico. La ricetta è abbastanza semplice - horror esotici per stomaci forti - e avrà una lunga fortuna.

L’esplosione del poliziottesco
Ma lo scatto in avanti lo compie quando aderisce al filone del poliziottesco all’italiana, nato a seguito del successo di La polizia ringrazia (1972) di Steno. Lenzi ci regalerà alcuni dei migliori episodi di questa particolarissima epopea, con Milano odia: la polizia non può sparare (1974), Roma a mano armata (1976) e Napoli violenta (1976). Fondamentale, per il successo del format, il sodalizio con due attori: Maurizio Merli, indimenticabile nei panni dell’acrobatico commissario dalle maniere spicce, e Tomas Milian per il quale Lenzi inventa l’iconico personaggio di er Monnezza (Il trucido e lo sbirro, La banda del Gobbo) che continuerà a vivere nella serie di Stelvio Massi e resterà attaccato per sempre al volto dell’attore cubano.

E, grazie a Lenzi, Milian sarà il primo Rambo della storia, ne Il giustiziere sfida la città. Negli anni Ottanta il regista si dà all’horror, un po’ per l’esplosione del genere negli Stati Uniti, un po’ per il successo di vecchi amici come Dario Argento. Realizza Incubo sulla città incontaminata (1989) che oggi magari in pochi si ricorderanno ma, tra quei pochi, c’è un certo Tarantino. Che non ha mai smesso di chiamare Lenzi maestro.

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