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Buone nuove per il whistleblower

Scienza e Filosofia

Buone nuove per il whistleblower

«Qui è così, se non ti va bene, piglia su le tue cose e vattene in Inghilterra, vattene in Canada, vai dove c…. vuoi, ma non qui. L’Italia è il paese dei furbi; se vuoi vivere onestamente, qui, hai vita dura» è la frase piena di dolore del padre al figlio che ha fatto la cosa giusta, quella che lui stesso gli ha insegnato. Verrebbe da dire che è semplicemente stato onesto se non fosse che nell’Italia di oggi, per emergere l’onestà deve spesso diventare disobbedienza. Lo racconta bene Andrea Franzoso nel suo Il Disobbediente (Edizioni PaperFirst), un racconto in prima persona della vicenda del perché ha scelto di diventare un whistleblower, un termine che da anni fatica a trovare una traduzione adeguata in italiano ma che, da Chelsea Manning a Edward Snowden e a tantissimi altri meno noti, indica chi dall’interno di un’organizzazione sceglie di denunciarne le malefatte, spesso pagando un prezzo altissimo in termini personali.

Il paradosso della vicenda al centro de Il Disobbediente, è che Franzoso fa ciò che è esattamente pagato per fare. Nel 2015, da incaricato dell’audit interno di Ferrovie Nord, rileva le gravissime irregolarità della gestione a dir poco disinvolta dell’allora presidente Norberto Achille, il quale aveva utilizzato a fini personali e familiari carte di credito, telefoni e auto dell’azienda partecipata per oltre 400mila euro. Quando le segnalazioni interne non sembrano sortire nessun effetto, Franzoso, ex-carabiniere e novizio dei gesuiti, denuncia tutto agli ex-colleghi dell’Arma. Nel farlo commette un’imprudenza dettata forse dall’orgoglio o da un pizzico di quello che a molti colleghi può apparire narcisismo moralista. Invece di fare una denuncia anonima per venire poi convocato a rispondere come gli altri suoi colleghi, sceglie di metterci la faccia. Una scelta che gli costerà mesi di mobbing, di spese in avvocati un po’ troppo ambiziosi e infine il posto, ma soprattutto molte amicizie e un fortissimo scontro con la sua stessa famiglia. Quella di Franzoso è una scelta alta e meditata, intrisa delle letture di Thoreau e Dostoyevski, ma certamente poco pratica in un paese come l’Italia dove «veni, vidi, tacqui» sembra il comportamento più saggio.

La buona notizia è che forse i prossimi “soffiatori di fischietto” italiani non dovranno più affrontare le stesse peripezie di Franzoso. È stata approvata dal Senato (e ora dovrà passare alla Camera) la prima legge italiana sul whistleblowing. Il testo, con emendamenti sostenuti sia dal Pd che dal M5S non ha avuto finora vita facile rischiando di arenarsi al Senato la scorsa primavera ma, se approvato così come si presenta oggi, ci porterebbe al livello di alcune delle democrazie più avanzate.

Quattro le novità importanti: l’estensione della protezione dei whistleblower anche alle aziende private; l’introduzione di un “fondo di ristoro” per sostenere le spese legali di chi decide di denunciare; la cancellazione del requisito della buona fede (non è più rilevante se chi denuncia ne trae vantaggio, per esempio eliminando un rivale, ma che l’illecito venga rivelato); nelle strutture pubbliche vengono inasprite le sanzioni per il responsabile della corruzione che ha ignorato una segnalazione poi dimostratasi veritiera.

Franzoso non ha rimpianti per la sua scelta, ma in un paese civile, dove la corruzione mangia oltre 60 miliardi l’anno, non c’è ragione che il prezzo da pagare per essere onesti sia così alto.

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