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Le testimonianze degli scrittori

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letterati in guerra

Le testimonianze degli scrittori

(Marka)
(Marka)

Una grande stagione di studi ha disseppellito la scrittura dei soldati semplici, che della guerra mostra una verità non mediata dalla letteratura: come fa il siciliano Vincenzo Rabito nel suo esplosivo Terra matta. Un’autenticità che si contrappone alle tante pagine, scivolose nella loro ambiguità, degli ufficiali: che, quasi tutti interventisti nel «maggio radioso», neppure in mezzo alla tragedia dismettono la propria ideologia. Quella che spingerà tanti di loro ad aderire al fascismo.

Proprio a partire dal trauma di Caporetto, a lungo rimosso, cinquant’anni fa prendeva le mosse Mario Isnenghi: che ci ha insegnato come far testimoniare di fronte alla storia anche i testi letterari – sottoponendoli, come si direbbe oggi, a fact-checking. È quella che Antonio Gibelli ha definito autenticità involontaria: non a dispetto dei filtri retorici e stilistici, ma proprio attraverso quei filtri. È il caso esemplare di Federico De Roberto: il quale, pur interventista, scrisse nel ’21 La paura, il più sconvolgente racconto sul rifiuto corporeo della guerra, prima che ideologico, da parte di chi era costretto a farla. Renato Simoni, che dirigeva il supplemento del «Corriere della Sera» (e che già nel ’15, ricorda Giovanni de Leva, aveva rispedito al mittente Jeri e oggi di Pirandello, che mostrava la brutalità dell’interventismo), si vide costretto a scrivergli: «questa tua magnifica novella tocca un argomento di una grandezza così profondamente umana, ma così scabroso, che a pubblicarla correremmo il rischio di trovare nei nostri lettori molte opposizioni» (di recente Ermanno Olmi l’ha rivisitata in Torneranno i prati).

Su Caporetto da molto presto si cominciò a speculare – in tutti i sensi della parola. Fu Cadorna a costruire la leggenda dello «sciopero militare» dei soldati, nel famigerato dispaccio in cui tentava di discolpare se stesso. La ripresero con intenzioni opposte Gabriele d’Annunzio e Curzio Malaparte (in quel Viva Caporetto! che, scritto nel ’21, l’Arcitaliano riscrisse due volte, invano, per renderlo digeribile al regime fascista). Le vere ragioni della disfatta, appurò nel ’19 una Commissione d’inchiesta avviata subito dopo i fatti (i cui documenti solo da poco sono stati messi a frutto da Nicola Labanca e, dettagliatissimamente, da Alessandro Barbero), furono al contrario di natura militare. Ma su un dettaglio chiave l’autenticità involontaria della letteratura ci dice una verità “scomoda” che finora solo pochi (Mario Silvestri, in passato; e ora Barbero) hanno preso in considerazione.

All’appuntamento tragico di Caporetto Ardengo Soffici si trova al posto giusto nel momento giusto. Nell’ottobre del ’17, infatti, presta servizio al quartier generale della Seconda Armata comandata da Luigi Capello: che veglia (si fa per dire) sul settore in cui sfondano austriaci e tedeschi, la piana fra Plezzo e Tolmino. Ed è Soffici (che, già belluino interventista, degli Alti Comandi resterà sempre difensore d’ufficio) che nella Ritirata del Friuli restituisce l’immagine più devastante della rotta più disastrosa di sempre (quella che Gadda – intrappolato dall’“infiltrazione” austro-tedesca – chiamerà «la fine delle fini»). Senza voler “denunciare” alcunché, Soffici ci mostra un dettaglio importante: l’intelligence del Regio Esercito era infatti riuscita a sapere in anticipo il luogo e il momento dell’attacco (all’immediata vigilia infatti circola euforia, al Comando, nella convinzione di trasformare l’azzardo nemico in una sua disfatta), ma ciò malgrado il fronte crolla e crolla anche il morale, prima che delle truppe, appunto dei comandi («È possibile? […] – Che disastro! Che disastro!»). Allo stesso modo, nel Giornale di guerra e di prigionia del non meno interventista Gadda, e soprattutto nei suoi del pari secretati manoscritti filosofici degli anni Venti, è chiarissima la diagnosi dell’errore tattico di chi aveva posizionato l’artiglieria in quota troppo alta e in posizione troppo avanzata, lasciandola così ineffettuale al momento cruciale.

In tutti questi casi, gli scrittori parlano con le loro opere – non con l’ideologia che, pure, è utile ricostruire (come fanno de Leva, che riallaccia la letteratura della Grande Guerra alle sue premesse ottocentesche, e Giovanni Capecchi, che viceversa ne proietta il paradigma sulla Seconda e ancora più tragica Guerra). Decodificata, l’ambiguità della letteratura ci consente di proiettare sulla realtà censurata della guerra una luce ancora più rivelatoria delle testimonianze “dal basso”. Non è certo, della letteratura, l’unico ufficio; ma è forse il più eloquente. Come ha scritto Guido Ceronetti (ripreso, nel volume In trincea, da Gino Tellini), «quella storia malsana non è finita, questa è la verità. […] C’è rimasto impigliato il destino umano».

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