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Fiorir di note nella Milano di Pietro Verri e del giovane Mozart

Scienza e Filosofia

Fiorir di note nella Milano di Pietro Verri e del giovane Mozart

Il 23 gennaio 1770 Wolfgang Amadeus Mozart e papà Leopold giungono a Milano. Il capoluogo lombardo è una vera e propria capitale, ma anche uno dei centri in cui la musica fiorisce. Qui si erano fatti conoscere, tra gli altri, Johann Adolf Hasse e Christoph Willibald Gluck. Di quest’ultimo resta un vasto ricordo grazie a una canzone di Celentano, che debutta nel 1966.
Mozart, che avrebbe compiuto i 14 anni il 27 gennaio di quell’anno, si trovò in una città colta e attiva. Sarà esaminato da Giovanni Battista Sammartini, musicista che influenzerà anche Haydn; le sue prime esecuzioni saranno ascoltate da una società di cui facevano parte i Verri e i Beccaria. A Milano aveva vissuto per sette anni (se ne andò nel 1762) Johann Christian Bach e in quel 1770 giunge l’inglese Charles Burney, il primo storico moderno della musica.

La Scala non c’era ancora (verrà inaugurata nel 1778) e il cuore delle rappresentazioni pulsava al Regio Teatro Ducale, poi distrutto da un incendio nel febbraio 1776. In ogni caso, questa era anche la città in cui cominciò e finì l’avventura della rivista «Il Caffè»: uscì, ogni dieci giorni, dal giugno 1764 al maggio 1766 per opera di Pietro e Alessandro Verri, con il contributo di Cesare Beccaria e del gruppo che si ritrovava all’Accademia dei Pugni.
Ora un saggio di Paolo Gozza, dal titolo Pietro Verri teorico delle arti (Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 128, euro 12), oltre ad esaminare le leggi della sensibilità o la chimera dei sentimenti nell’opera del celebre illuminista lombardo, dedica spazio alle sue idee sull’estetica; e quindi a pittura, teatro, giardini, soprattutto musica.

Scrive Gozza: «Più delle arti sorelle, la musica aderisce al sostrato sensibile su cui Verri articola il discorso sulle arti: la musica parla la lingua della sensibilità pura e degli oggetti innominati che la animano». Non a caso, nei capitoli VIII e IX del Discorso sull’indole del piacere e del dolore il pensatore e letterato milanese dedica alcune osservazioni all’arte dei suoni. In un passo ricorda che «per uscire dalla tristezza che lo perseguita» l’uomo, grazie alle variazioni musicali, «s’immaginerà molti affetti, molti oggetti, e molte posizioni, alle quali il compositor medesimo non avrà pensato giammai».

Ne «Il Caffè» scriveva: «Forse quello che io chiamo musica altro non è che l’occasione per cui noi da noi medesimi facciamo nascere le passioni che a lei attribuiamo». Una parte del libro (pagine 63-70) è dedicata appunto a «La musica nel Caffè»: in essa si legge un esame dettagliato delle questioni poste da Verri, che sono anche quelle che scuotono «la cultura musicale europea del secolo dei Lumi».

Gozza ricorda tra gli altri Diderot, le tradizioni millenarie sull’argomento (Pitagorici), l’accostamento che allora si faceva della musica all’eloquenza. Anche questa disciplina, al pari dell’arte dei suoni ma attraverso le parole, sapeva allora - nella Milano di Verri che si appresta ad accogliere il giovane Mozart - toccare il cuore dell’uomo. Emozionandolo.

Pietro Verri teorico delle arti
Edizioni di Storia e Letteratura
euro 12
pp. 128, euro 12

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