Domenica

Verso gli inferi, un viaggio misericordioso

l’altro addio di veronica tomassini

Verso gli inferi, un viaggio misericordioso

Una giovane donna si innamora. Lei ha poco più di vent’anni, appartiene a una famiglia borghese. Coccolata, amata. Lui ha gli anni (quanti?) di chi ha lasciato la sua terra – la Polonia – e ha vissuto. Quanto ha vissuto? Come ha vissuto? Molto e spesso al limite. I segni sono sul suo corpo. Una panchina, qualche coperta, ora un rifugio e una stanza, ora niente. A caso. E l’alcool. La prima sbronza a sedici anni. Il resto chissà. Lui chiede qualche spicciolo ai semafori. Ai semafori di una città del Sud di quelle che compare nelle cartoline (Siracusa) ma che qui, in questa storia, è solo vialoni grigi. Non c’è luce in questa Sicilia. Non c’è luce in questa storia che è solo una storia d’amore.
Un matrimonio, un figlio, un abbandono. E prima per lui lo sprofondo, il vuoto di una malattia senza spiegazione. Poi una patologia reale, la tubercolosi, e con la tubercolosi la rinascita. Un nuovo presente, e un passato che tutto dovrebbe spiegare e invece nulla chiarisce. Non c’è luce nella scrittura di Veronica Tomassini che però è splendente, lucente, cristallina. Materia oscura che diventa rilucente. E questo è il prodigio realizzato dal talento di Tomassini che dopo lo splendido esordio con Sangue di cane (Laurana, 2010) torna ora a ripercorrere con L’Altro Addio (Marsilio, 2017) l’amore e la dissipazione, la storia di Slawek.

«Ci sono storie che devi raccontare per tutta una vita, mi tocca con te, dovrò raccontarti credo fino alla morte», scrive lei.

Due romanzi intimamente legati. Nell’Altro Addio, Tomassini torna infatti sulla medesima storia di Sangue di cane ma questa volta è lui – il polacco – il protagonista, o meglio lo sguardo. La narrazione prende forma nei suoi occhi e dai suoi occhi. E se Sangue di cane era il canto in forma di elegia dell’italiana, L’Altro addio è l’affondo del profugo.

Ora diciamolo chiaro: tanto l’Altro Addio che Sangue di cane sono due libri unici. Nel senso che si reggono sulla potentissima voce dell’autrice, sulla unicità di questa voce. Una narrazione in seconda persona, perfetta nel trasferire il ritmo dell’elegia che rimane vibrante, tesa, perfetta nel tenere il lettore dalla prima all’ultima riga. Operazione estrema e sovversiva che a Tomassini riesce con grande abilità. Il tempo non è una linea dal passato al presente. Gli eventi sono fatti sincopati. Incroci, rimandi, ma il lettore è sempre lì. Sente la carne del polacco e non si allontana. Ogni immagine di Tomassini è odori, sguardo impastato, la pelle che sente il freddo e il caldo. Potenza del realismo, ma questa non è una scrittura realistica.

Leggere Tomassini vuol dire tornare a sé, vuol dire fare i conti con l’angolo più pauroso di se stessi, quel luogo dimenticato (volutamente) per sopravvivere. Vuol dire fare finalmente i conti con quell’affatto accantonato, sentire un soprassalto, aprire le finestre e guardare il cielo, che è sempre lì e non occorre che sia accecante.
Dopo aprire la porta di casa ed uscire.

Veronica Tomassini
L’altro addio
Marsilio
Euro 17
pp. 207

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