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Pellegrini delle montagne sacre

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Pellegrini delle montagne sacre

  • –Stefano Carrer

Ci si veste di bianco, dai calzari all’hakama fino alla ascia sul capo: è il colore della morte, simbolicamente necessaria per intraprendere un percorso di rinascita spirituale salendo la Montagna del Presente (Haguro), la Montagna del Passato (Gassan) e la Montagna del Futuro (Yudono). Sono i tre sacri monti del Dewa Sanzan, in provincia di Yamagata nel Tohoku (Giappone settentrionale): fulcro dell’ascetismo degli Yamabushi, i pellegrini delle montagne seguaci del Shugendo, una antica pratica religiosa sincretista che combina una ancestrale venerazione della divinità nella natura con Buddismo, Shintoismo e persino Tao.

Per fortuna chi lo fa per una esperienza di turismo spirituale-naturalistico non deve procedere in anteprima a condurre i riti del proprio funerale, nè poi sottoporsi a gravosi training ascetici – tra camminate sul fuoco e docce gelate sotto le cascate - nel feroce inverno della regione del Giappone dove la neve arriva a 20 metri (tanto che non si può nemmeno sciare, se non in tarda primavera): basta recarsi al museo Ideha, alla base del monte Haguro, e noleggiare per 3mila yen il candido abbigliamento da Yamabushi (grande bastone compreso) e, magari, farsi accompagnare per 8mila yen da una guida-Yamabushi che scandirà il viaggio al suono di una enorme conchiglia, sulla scia dei pellegrinaggi diventati popolari nell’epoca Edo.

Per i non giapponesi, è la vera alternativa - ancora poco conosciuta - al ben noto Koya-san nella regione del Kansai. Per quanto ancora i turisti stranieri fatichino a recarsi nel Giappone settentrionale (strascico dell’incidente nucleare di Fukushima), l’area è diligentemente raccomandata dalla Michelin Green Guide con il massimo punteggio di tre stelle, almeno per il percorso più facile dallo Zuishin Gate alla modesta sommità (414 metri) dell’Haguro: 2.446 gradoni tra 580 cedri secolari (uno, anzi, millenario), una cascata, numerosi tempietti intarsiati in legno, una splendida pagoda a cinque piani, fino al tempio principale Gosaiden, davanti al quale si erge uno stranissimo monumento moderno: la Torre della Pace Mondiale.

Un certo Shigemaru Kambayashi la fece inaugurare l’8 dicembre 1948, ottavo anniversario di Pearl Harbor. Rappresenta un globo su cui si intersecano una linea rossa e una linea azzurra: simbolo della possibilità di coesistenza armonica tra giapponesi e stranieri. In cima alla sfera sta il yagatarasu, il corvo a tre zampe che secondo la tradizione guidò al mondo il fondatore del Dewa Sanzan come località dello spirito.

Gli Yamabushi di oggi hanno aperto “locande del pellegrino” dove si dorme collettivamente sui tatami, si mangia la cucina vegetariana buddista shojinryori (non senza una bevuta finale di saké in comune da un enorme vassoio laccato) e ci si risveglia molto presto per la meditazione collettiva guidata. «Camminando in montagna, non si deve assolutamente pensare: la mente va tenuta sgombra» consiglia Fumihiro Hoshino, un anziano yamabushi di 13sima generazione che ha scritto libri in tema e oggi gestisce una delle locande più frequentate.

Ma ci sono anche yamabushi giovani, come Daizaburo Sakamoto, ritiratosi da questi parti dopo aver lavorato a Tokyo come disegnatore di manga, attratto dal mix tra natura e spiritualità. «Anche mia moglie è una yamabushi» rivela un po’ a sorpresa: siamo lontani da un passato in cui alle donne - fino alla Restaurazione Meji del tardo Ottocento - la montagna era del tutto proibita (lo ricorda oggi l’Ominesan, un monte tra le province di Nara e Wakayama che resta interdetto al genere femminile, anche se diventato - non senza qualche polemica - Patrimonio dell’Umanità Unesco).

Proprio con il nuovo governo Meiji, tutta la regione divenne l’epicentro di una lotta tra lo Shintoismo ufficialmente promosso e il Buddismo allora perseguitato: vari templi dovettero “convertirsi” alla nuova religione di Stato, ma ci furono significativi episodi di resistenza, anche vittoriosa.

La tappa più impegnativa è quella del Monte Gassan, che si eleva fin quasi a 2mila metri in un trionfo di flora alpina: se l’Haguro rappresenta i desideri di questa vita, il Gassan simboleggia la quiete di quanto è passato e prepara alla rinascita finale che avviene sullo Yudono. Lì lo spazio è considerato talmente sacro che sono proibite le fotografie e si cammina scalzi non nell’area di un tempio, ma tra rocce da cui scaturisce acqua calda. Prima di entrarci, ci si purifica strofinandosi sul corpo un pezzo di carta fine ritagliato a forma umana e passandolo poi in un corso d’acqua. Salendo le rocce inumidite dai rivoli d’acqua calda, si arriva a una enorme e scura roccia sacra che domina l’intera vallata. Qui il percorso spirituale si completa. E, come minimo, è facile percepire un sovrappiù di energia vitale.

Un aspetto curioso, nella terra delle cremazioni, sta nel fatto che in alcuni templi della zona (che seguono un buddismo Shingon esoterico) sono esposti e venerati corpi di “santi” che a un osservatore italiano richiamano antiche tradizioni della Chiesa cattolica. In questo caso, però, si tratta di monaci che si sono “auto-mummificati” attraverso rigorosissime pratiche ascetiche per diventare sokushinbutsu (buddità nel corpo stesso), in riferimento alla potenzialità di raggiungere l’unità con il Budda cosmico Dainichi (Mahavairocana) già in questo mondo. Uno dei più noti di questi asceti automummificatisi è Tetsumonkai (conservato al tempio Churenji), nato nel 1759 e entrato nel nirvana finale a 71 anni dopo 2mila giorni di dieta strettissima a base di sole erbe.

In Giappone pare ci siano 16 esempi di questi sokushimbutsu (di cui una decina legati al monte Yudono): quando sentono l’approssimarsi della morte, entrano in una piccola cavità sotterranea di pietra, mettendosi seduti nella posizione del loto nell’attesa della fine: i loro corpi di solito si “seccano” evitando la putrefazione e dopo tre anni e tre mesi vengono piazzati con tutti gli onori nel tempio, guardati dai devoti come manifestazione fisica della buddità.

Sono esempi di come si possa scaricare da sè tutti i mali e le contaminazioni, cercando anche si salvare il popolo dalle sofferenze di fame ed epidemie assumendo su di sè le avversità di tutti. E il processo di auto-mummificazione li pone su una scala spirituale ben superiore a quella di chi si è fatto mummificare per inseguire una illusione di permanenza e perennità del corpo, come i faraoni egizi o, nel caso del Giappone, i membri della famiglia aristocratica Fujiwara preservati al tempio Chusonji, altro patrimonio dell’Umanità nel Tohoku.

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