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Lister, basta feriti a morte

Scienza e Filosofia

Lister, basta feriti a morte

Chirurgo. Il medico mentre  nebulizza il fenolo sul campo operatorio (1882)
Chirurgo. Il medico mentre nebulizza il fenolo sul campo operatorio (1882)

Al numero 9 di St. Thomas Street, a Londra, si può salire all’attico della chiesa settecentesca del vecchio St. Thomas Hospital, e visitare un teatro operatorio ad anfiteatro autentico, del 1822, cioè funzionante prima dell’introduzione dell’anestesia e dell’antisepsi. È il più vecchio tra i teatri chirurgici sopravvissuti in Europa, e insieme agli strumenti, al tavolo operatorio e diversi mobili d’epoca, espone un grembiule abbondantemente incrostato del “sangue” di tanti poveretti che subirono quella macelleria. Il grembiule lercio, le mani sempre insanguinate e la quantità di segatura per terra erano a quel tempo simboli di efficienza, così come la velocità con cui il chirurgo sapeva eseguire gli interventi era la principale abilità del mestiere.

La storia della chirurgia è uno dei tanti capitoli, ma tra i più concreti, del progresso civile dell’umanità, e non ha bisogno della retorica o dell’autoinganno per illustrare come le cose vadano molto ma molto meglio oggi, rispetto al passato. Sottoporsi a un intervento chirurgico prima del 1870 circa comportava un rischio minimo di morire del 30%, a salire via via che l’intervento aveva caratteristiche più complesse.

Una volta risolto il problema del dolore con l’anestesia, usata dal 1850 circa, i chirurghi si fecero più arditi. E la mortalità aumentò. I pazienti morivano a causa delle infezioni delle ferite, perché non se ne conosceva la causa in modo sperimentalmente provato. Tra le operazioni chirurgiche più tragiche c’erano le fratture esposte, che avevano una mortalità anche superiore all’80%.

Nell’agosto del 1865 un abilissimo chirurgo scozzese e quacchero, Joseph Lister, sperimentò alla Glasgow Infirmary una fasciatura sulla ferita postoperatoria di un ragazzo di sette anni con una grave frattura a una gamba (praticamente maciullata dalla ruota di un carro). Lister applicò una fasciatura imbevuta di acido carbolico (fenolo). La ferita non suppurò e il ragazzo guarì rapidamente. Si era compiuta una svolta fondamentale nella medicina, e Lister stava per diventare un eroe moderno di cui si canteranno le gesta per un secolo a venire, insieme a Pasteur e Koch. A loro si deve la conquista del mondo microbico. Tra marzo e luglio del 1867 pubblicò su Lancet sei articoli sul suo metodo di trattamento delle ferite, e una potente rassegna dei suoi risultati usciva a settembre sul British Medical Journal.

Un’accattivante biografia di Lister è stata scritta dalla storica della medicina Lindsey Fitzharris. Personaggio un po’ sopra le righe e attiva sui social, la Fitzharris ha prodotto un gradevolissimo testo. Forse un po’ troppo popolare secondo certi standard storiografici e dove non si ricorda Florence Nightingale. Ma sono minuzie, rispetto all’entusiasmo e all’efficacia con cui riesce a ravvivare la biografia di un uomo che a parte il lavoro di chirurgo e la ricerca sull’antisepsi non era proprio eccitante. La dedizione di Lister al lavoro e al servizio per la comunità dei malati era totale. Con la moglie, che lo assisteva in sala operatoria, spesero la luna di miele visitando le sale operatorie dei principali ospedali europei.

Che il trattamento delle ferite fosse decisivo per ottenere la loro guarigione, piuttosto che la suppurazione o una letale gangrena, lo sapevano anche i medici antichi che usavano varie tecniche o sostanze, quasi tutte inefficaci e in alcune delle quali sono stati trovati blandi battericidi. Nel medioevo alcuni chirurghi provarono inutilmente a opporsi alla prescrizione di origine galenica che si dovesse lasciare crescere il pus nella ferita. Fino a quando non si capì la natura del pus, quasi tutti i medici lo definivano, se non puzzava, una manifestazione “lodevole” e indice di guarigione. Nel 1843 il medico e poeta di Boston, William Oliver Wendell Holmes, pubblicava un articolo intitolato The Contagiousness of Puerperal Fever, dove sosteneva che la febbre puerperale era trasmessa dai medici che visitavano le partorienti. Nessuno se lo filò, malgrado l’autorevolezza di cui godeva nel New England. Quattro anni dopo, il medico ungherese Ignaz Semmelweiss dimostrò l’ipotesi Wendell Holmes, cioè che le donne che morivano di febbre puerperale nelle cliniche viennesi erano contagiate dagli studenti che visitavano le puerpere subito dopo avere fatto autopsie, senza lavarsi le mani. È arcinoto che anche i medici di Vienna ignorarono i dati di Semmelweiss e, anzi, lo ridicolizzarono, al punto che il poveretto tornò in patria, uscì di testa e morì in manicomio per setticemia.

Anche Florence Nighthtingale, benché credesse ai miasmi, durante la sua assistenza infermieristica ai militari britannici sul fronte della Crimea, dove si recò nel 1854, introdusse alcune norme igieniche funzionali a ridurre i rischi di morte per le ferite. I grandi ospedali urbani avevano i tassi di mortalità più elevati. E le quattro infezioni più letali erano: setticemia, erisipela, gangrena e piemia. Ovviamente quasi tutti i medici credevano che la causa delle infezioni fossero miasmi presenti nell’aria. Qualcuno parlava di contagio, ma pochi erano convinti che alla base del contagio vi fossero dei microrganismi.

Come spiega bene Fitzharris, era principalmente il profondo senso di umanità di Lister, insieme a un entusiasmo per le scienze che è raro fra i chirurghi, a guidarlo. Tra l’altro il padre Joseph Jackson, mercante di vino, era un appassionato ottico e microscopista, che aveva risolto il problema delle aberrazioni acromatiche e fu eletto per le sue innovazioni tecnologiche alla Royal Society. Quando il giovane Lister arrivò all’ University College di Londra, nel 1844, possedeva uno dei microscopi di suo padre, molto superiore a quelli dei suoi insegnanti.  Dopo aver studiato per anni le ferite chirurgiche, nel 1864 Lister lesse un articolo di Louis Pasteur sul ruolo dei microrganismi nella fermentazione e putrefazione: capì che erano gli organismi trasmessi dall’aria o presenti nell’ambiente, su strumenti e vestiario, che infettavano le ferite, e che un trattamento preventivo poteva distruggerli. Dopo numerose sperimentazioni scoprì che l’acido carbolico o fenolo, usato anche per ridurre l’odore dei rifiuti, era un perfetto antisettico per gli strumenti, i vestiti e le mani e, diluito con l’olio d’oliva, per il trattamento delle ferite. Progettò inoltre un atomizzatore per mantenere una nebbia fine durante le operazioni.

Malgrado i successi, cioè l’abbattimento spettacolare della mortalità tra i suoi pazienti, la maggioranza dei chirurghi rimase contraria ai suoi metodi e lo riteneva una specie di stregone. Sul prestigioso Lancet l’influentissimo chirurgo e patologo James Paget, ritenuto il Virchow della Gran Bretagna, liquidava nel 1869 il sistema di Lister come «dannoso». La vicenda storica è uno degli esempi più eclatanti dell’esistenza e degli effetti dell’immunità ideologica, così come la letteratura contro Lister pullula di esempi di dissonanza cognitiva, cioè dell’incapacità di persone anche molto intelligenti di cambiare idea a fronte di fatti a favore di una spiegazione diversa da quella da loro coltivata. Di fatto fu l’arrivo delle nuove e mentalmente più aperte generazioni che spazzò via i dogmi dei tradizionalisti e cambiò la storia della medicina. Ma l’immunità ideologia è ancora viva, nella scienza medica ma non solo, e lotta contro di noi.

Entrambe le più importanti rivoluzioni nella chirurgia, cioè l’anestesia e l’antisepsi, devono il loro riconoscimento pubblico, alla Regina Vittoria. Dietro suggerimento del principe Alberto, Vittoria si fece anestetizzare dal medico John Snow per dare alla luce il suo ottavo figlio, Leopoldo, nel 1853. Nel 1871 si fece operare al castello di Balmoral da Lister, con successo, per un grande ascesso sotto il braccio. Nel 1876, Lister dimostrò la sua tecnica al Congresso Medico Internazionale di Philadelphia, Pennsylvania, convincendo molti scettici statunitensi. Il Massachusetts General Hospital, che aveva vietato i suoi metodi per anni, divenne il primo ospedale statunitense ad approvarne l’uso. In Gran Bretagna si scatenò a quel punto l’ossessione per la pulizia. Le fiorenti società commerciali di fine Ottocento si lanciarono su prodotti per soddisfare la tendenza, tra cui le palle di fumo carboliche (per inalazione nasale e per lavare le infezioni), fumigatori, saponi, l’antisettico americano orale Listerine, etc. L’adozione delle sue tecniche implicava l’accettazione della teoria dei germi, e contribuì a cambiare il modo di pensare in medicina. L’idea ebbe ricadute spettacolari, perché si cominciò a cercare prodotti che uccidessero i microbi anche dentro al corpo e si fecero nuove scoperte che avrebbero per esempio gettato le basi per la nascita dell’immunologia e di due applicazioni, sierologia e vaccinologia, nonché della chemioterapia.

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