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Libri senza padroni

Letteratura

Libri senza padroni

A.Aleksandrovic Dejneka. «Giovane donna con libro», 1934
A.Aleksandrovic Dejneka. «Giovane donna con libro», 1934

Fra i grandi studiosi di letteratura che hanno operato in Italia negli ultimi decenni il più sottovalutato è stato forse Francesco Orlando, francesista e comparatista, scomparso a Pisa nel 2010, la cui lezione, osservava qualche mese fa Franco Cordelli sul Corriere della Sera, «è ormai solo un ricordo». Un po’ esagerato, ma in sostanza giusto. Naturalmente è facile, per chi si occupa di letteratura, associare il nome di Orlando a quello di tanti suoi libri importanti, quali Per una teoria freudiana della letteratura, Illuminismo, barocco e retorica freudiana e Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Naturalmente, Orlando ha lasciato un metodo, e una schiera di allievi. E naturalmente non sono mancate importanti traduzioni in lingua straniera delle sue opere più aggiornate e esportabili (come quelle, in inglese e francese, degli Oggetti desueti). Ma l’impressione, oggi, è che non si sia riflettuto abbastanza non tanto, appunto, sul metodo di Orlando, a volte irrigidito da scommesse un po’ ingegneristiche - quanto sulla qualità delle sue letture testuali, e sulla concezione stessa che aveva della letteratura. Che insomma sia mancato un ascolto attento e profondo, anche critico purché intelligente, delle sue parole.

L’occasione per una verifica della figura di Orlando è offerta oggi dall'apparizione del suo primo saggio postumo. Il soprannaturale letterario condensa una ricerca durata vent’anni, articolata, com’era abitudine di Orlando, in diversi cicli di corsi universitari. I curatori del libro - Stefano Brugnolo, Luciano Pellegrini e Valentina Sturli - si sono serviti in particolare delle registrazioni di un corso della primavera del 2006, integrate con sbobinature dell’anno precedente e appunti dettagliati presi per le lezioni. Il risultato è un saggio che nutre l’ambizione di verificare, attraverso l’analisi di singoli testi esemplari, i diversi statuti che il racconto del soprannaturale ha assunto durante i secoli; ma più in generale Orlando riflette sul modo in cui la letteratura ha reagito alla pressione che le leggi di realtà, in situazioni storiche date, hanno opposto alla insopprimibile tentazione umana di credere all’incredibile. Interrogandosi sui diversi statuti del soprannaturale, Orlando cerca di emanciparsi da categorie più circoscritte, come il fantastico, il meraviglioso o il fiabesco; il tutto in stretta relazione con una nozione di letteratura come forma espressiva sospesa tra obbedienza alle regole imposte dalla società e trasgressione di quelle stesse regole, «formazione di compromesso» tra istanze contraddittorie.

Chi scrive è tra coloro che hanno avuto il privilegio di seguire Orlando a lezione, cioè in quello che definirei il suo ambiente naturale - il luogo nel quale la sua intelligenza e il suo fascino intellettuale erano più acuti e per così dire irresistibili. Posso quindi testimoniare che nel Soprannaturale letterario, che pure è frutto di un assemblaggio a posteriori, rivivono tutte le qualità intellettuali tipiche di questo studioso. A cominciare dalla prima, la quantità e l’eccellenza della cultura letteraria: un fatto risaputo, sul quale non mi soffermo, se non per rilevare, con i curatori del volume, che il Soprannaturale letterario contribuisce a quell’ambizioso progetto di una teoria e storia della letteratura occidentale che Orlando concretizza nei primi anni Novanta, soprattutto negli Oggetti desueti; un modo per saldare la sua ultima stagione all’antica lezione dei modelli critici giovanili (Auerbach soprattutto, poi Praz e Curtius)

La seconda caratteristica di Orlando, particolarmente ben testimoniata da questo volume, riguarda il suo fortissimo istinto pedagogico. Non solo il talento didattico, ma anche il piacere di insegnare; il desiderio, l’allegria, il bisogno di farlo; e la capacità di comunicare agli studenti quanta passione intellettuale e quanto autentico godimento possa offrire la comprensione di una grande opera d’arte.

Infine una terza cruciale qualità, che in un letterato non va mai data per scontata: Orlando aveva capito cos’è e come funziona la letteratura. Non solo l’aveva capito; lo sentiva nel profondo, nella carne e nel sangue, in virtù di un’adesione e di un investimento personale nell’arte che poi sapeva valorizzarsi al servizio di un’intelligenza critica fuori dal comune. Voglio dire che il nucleo della sua proposta teorica nasceva dalla comprensione di una parte profonda di sé; una parte con cui Orlando deve avere, credo, molto battagliato, ma il cui ascolto aveva dato origine all’intuizione di una letteratura, letteralmente, portatrice di desiderio, che è poi il primo passo che conduce al suo personalissimo impiego, in chiave formale, di Freud e Matte Blanco. La cosa fondamentale che Orlando ha capito e ci ha spiegato è che la grande letteratura non esprime mai un solo significato, ma sempre significati diversi, e spesso anche opposti. Che non si vota al bene, e neanche al male se è per questo, ma che vuole il bene e il male contemporaneamente. Questa ambivalenza soprattutto la distingue da altri saperi, fino a renderla quella forma di conoscenza specifica e insostituibile che è.

(In questo nuovo Soprannaturale letterario, per inciso, l’ambivalenza è rappresentata dal rapporto, storicamente determinato, tra critica e credito al soprannaturale; ossia dal rapporto tra il bisogno di pensare razionalmente, o addirittura scientificamente, e il bisogno, opposto, di scappare dalla realtà, di abbandonarsi all’anarchia e all’irrazionalità del desiderio).

Ora, l’idea di una letteratura come congegno espressivo al servizio di un’ambivalenza irriducibile alle leggi etiche e logiche correnti può sembrare semplice, o addirittura elementare, dopo che Orlando ce l’ha spiegata, sulla scia di una tradizione romantica e poi modernista nella quale si riconosceva. E in effetti i grandi scrittori del passato l’hanno sempre saputo, che la letteratura non sta mai da una parte sola. Eppure si pensi a quanto sia in effetti poco diffusa e condivisa quest’idea al presente. Per verificarlo basta proiettare le idee di Orlando non solo sul piano del senso comune, ma anche su quel che resta del dibattito letterario, e della ricerca teorica. L’uno e l’altra monopolizzati da letture che sempre più cercano nelle opere letterarie l’affermazione pura e semplice di un’ideologia; la testimonianza di una sola matrice identitaria, di un solo ordine simbolico, di una morale sola.

Che la letteratura, quando è davvero tale, sia un tipo di sapere non arruolabile a scopi civili; che ciò che non dice esplicitamente sia altrettanto o più importante di ciò che esplicitamente dice; che non sia mai solamente espressione diretta e coerente di un pensiero o di una morale, ma, sempre, l’esito incerto di un conflitto invisibile - credo sia questa la lezione più importante di Orlando, e, al tempo stesso, paradossalmente, la meno assimilata. La cultura italiana conserva, nonostante tutto, un fondo idealistico, per cui la letteratura non può che stare dalla parte del Bene. Tutto sommato è stato sempre così, ed è sempre più così; la critica e ormai anche la teoria sempre più ridotte a una psicopolizia conformista e ottusa, incapace di tollerare la minima sottigliezza e la minima contraddizione.

Una lettura più ampia e dettagliata del «Soprannaturale letterario» uscirà a firma di Gianluigi Simonetti sul prossimo numero della «Nuova Rivista di Letteratura Italiana».

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