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Turismo da trincea

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Turismo da trincea

Verso il monte matajur . Il villaggio di Avsa, a Caporetto
Verso il monte matajur . Il villaggio di Avsa, a Caporetto

«Bravo, bravo, senza macchina!». Poco dopo il confine sloveno il proprietario di un agriturismo mi accoglie così, con apprezzamento misto a un poco di perplessità, quando giungo sfinito dopo un giorno di cammino. I chilometri percorsi non sono poi tanti ma il caldo infernale trasforma ogni passeggiata in un’impresa. «C’è posto per la notte?» chiedo. Sembra quasi stupito della domanda: certo che sì. Afferra qualche attrezzo e comincia a montare una tenda canadese nel recinto delle oche. A quanto pare un vivace spirito d’impresa ha preso il posto del comunismo d’un tempo. Mi affretto verso l’unica doccia per lavare via il sudore, ma vengo preceduto di un niente da sei bionde bambine tedesche. Entrano tutte assieme e quando si accorgono che sto aspettando impaziente cominciano il conto alla rovescia. Ogni volta che una esce, mi comunica quante ne restano: fünf, vier, drei, zwei, eins... Quando finalmente tocca a me, è passata quasi un’ora.

Sono verso la metà di questo cammino nella Valli del Natisone, al confine tra Italia e Slovenia. Qui la guerra cominciò con la timida avanzata italiana nel radioso maggio del 1915. Al rifugio sul Passo Solarie un monumento ricorda il primo caduto nella Grande guerra, l’alpino Riccardo Giusto; prima di indossare la divisa grigio-verde era un facchino alla stazione di Udine. Qui la guerra sembrò conclusa alla fine d’ottobre del 1917, quando le armate austriache, con il decisivo aiuto dei tedeschi, s’infiltrarono alle spalle del fronte italiano, provocandone il crollo rovinoso.

Il giorno seguente percorrendo la Strada di Rommel – nella rotta di Caporetto il geniale stratega tedesco fece le prime prove quando ancora era un semplice tenente – raggiungo la cima del Monte Matajur, conquistato dai tedeschi la sera del 27 ottobre 1917. Quella sera nessuno avrebbe creduto al “miracolo” del Piave e del Monte Grappa, alla decisiva riscossa solo un anno dopo.

Gli storici nel frattempo hanno fatto il loro lavoro: hanno sottolineato le novità tattiche adottate dal nemico e le incertezze dei comandi italiani, al tempo stesso cancellando l’infamante sospetto di uno «sciopero militare» dei nostri soldati. Ma qui, tra queste valli ricoperte di boschi, queste considerazioni appaiono appunto accademiche.

Se a Caporetto c’è una certa animazione, dovuta anche alle numerose attività sportive, nelle altre tappe del cammino sono spesso solo. Nelle pause per riprendere fiato cerco di dare un senso a quello che vedo ma a un secolo di distanza non è facile legare il presente e il passato. Nel nuovo contesto di Schengen e dell’Europa unita il confine per il quale tanto sangue fu versato è aperto, senza presidio, e le torrette di guardia sono già decrepite.

I rapporti con gli austriaci, nemici del nostro Risorgimento, sono idilliaci e non va peggio con gli sloveni, a parte qualche schermaglia sul nome dei paesi dall’una e dall’altra parte. Ma forse sarebbe meglio pensare al loro futuro perché le popolose borgate di un tempo sono oggi quasi deserte, abbandonate dai giovani in favore delle città. La natura a poco a poco si riprende il suo e oltre. I campi coltivati tornano al bosco, al selvatico, così come le cime dei rilievi, un tempo spazzate dall’artiglieria.

I segni delle trincee sono ancora riconoscibili qua e là, ma solo a un occhio esperto. Altrimenti bisogna accontentarsi di musei all’aperto, come sul Kolovrat. Anche le tombe non sono più visibili, dopo che il fascismo rimosse i cimiteri di guerra raccogliendo i morti in giganteschi sacrari come Redipuglia, a Gorizia: quarantamila noti, sessantamila ignoti. La Prima guerra mondiale è più presente nella toponomastica urbana: quasi in ogni città ci sono via Piave, via Monte Grappa, viale Vittorio Veneto… Manca solo una via Caporetto e si capisce: «una Caporetto» è diventato nome comune, sinonimo di fallimento. Il caldo innaturale di questi giorni poi sembra indicare nel cambiamento climatico un nemico più insidioso di quello d’un tempo.

Il mio cammino, inevitabilmente limitato, è stato idealmente continuato dal giornalista Paolo Paci nel suo Caporetto: un viaggio dagli ex territori asburgici della Val Canale e dell’alta valle dell’Isonzo fino al Piave e al Monte Grappa, seguendo l’itinerario dell’esercito austro-tedesco in avanzata. Paci ha sostato per molti giorni (e molte pagine) nei luoghi dove si svolsero le decisive vicende dei primi giorni dello sfondamento, per poi muoversi più rapido attraverso Cividale del Friuli, Udine e Pordenone.

In ogni sosta s’interroga su come la memoria della guerra è vissuta e gestita (a volte quasi come un’ attività economica), dando ampio spazio a descrizioni di luoghi, storie individuali di eroismo nella disfatta, canzoni. Inevitabilmente anche l’attualità reclama un suo spazio, tra eccellenze gastronomiche e produttive, come il prosciutto di San Daniele, che al tempo della guerra era però merce preziosa, rara. Chi avrebbe potuto immaginare del resto il boom economico, la società dei consumi, le rivoluzioni nel gusto, il turismo gastronomico, insomma questa Italia così diversa? Ma forse solo il viaggio riannoda i fili nascosti nel territorio per capire infine come Caporetto non fu solo una vergogna, ma anche una prova affrontata e superata: per una volta tutti insieme.

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