Domenica

Re Borg, pallido McEnroe

la sfida delle racchette

Re Borg, pallido McEnroe

Wimbledon, 1980. John McEnroe (Shia LaBeouf) e Bjorn Borg (Sverrir Gudnason)
Wimbledon, 1980. John McEnroe (Shia LaBeouf) e Bjorn Borg (Sverrir Gudnason)

Più che Borg McEnroe si sarebbe dovuto chiamare Borg (...e McEnroe), perché il povero Mac è – se non proprio tra parentesi – un po’ defilato rispetto alla stella svedese, alla sua storia, all’analisi della sua psicologia. Le intemperanze e il talento di John, nel film di Janus Metz Pedersen dedicato all’epica finale di Wimbledon del 1980, sono al servizio della celebrazione di Bjorn che vinse quella partita. E che l’anno dopo, lasciando tutti esterrefatti, abbandonò il tennis a 26 anni.

Interpretato da Sverrir Gudnason, molto simile al vichingo, Bjorn mostra qui tutto quel che nascondeva in campo: la fragilità e le paure, il peso della pressione di essere il numero uno e di dover vincere per forza, alcune piccole grandi ossessioni. Le sue proverbiali freddezza e capacità di non far trapelare alcuna emozione sul rettangolo di gioco, secondo la sceneggiatura, nascono da un episodio vissuto da bambino: il circolo in cui giocava lo sospese per sei mesi perché aveva dato in escandescenze sbattendo più di una volta la racchetta per terra («il tennis è uno sport per gentiluomini, non è per tutti i ceti sociali» spiegò con un sorrisetto alla mamma di Bjorn, incredula per la decisione così severa, il presidente del club). Ma il capitano della Davis Lennart Bergelin, che aveva visto il potente rovescio a due mani di quel ragazzino di Södertälje, una città a 30 chilometri da Stoccolma, decide di rischiare: prende sotto la sua ala il ribelle, lo allena, lo educa fino a inculcargli che «tutta la rabbia e la paura devi metterle nei colpi. Un punto alla volta». E poi, lo sguardo fisso negli occhi del 15enne, «è tutto qui», dice picchiettando l’indice sulla tempia: il tennis è una questione di testa. Quella testa che nel caso di Borg sarà il plus decisivo, accanto a una classe naturale, all’apparente facilità di un gioco in topspin che poteva protrarsi ore senza lasciare segni di fatica.

Tutto questo è narrato, attraverso dei flashback, mentre si svolge il torneo di Wimbledon di 37 anni fa, partita dopo partita, verso l’agognata finale che mette in palio il quinto titolo consecutivo per Bjorn e la consacrazione del giovane talento per John. Lo stesso meccanismo narrativo, in maniera più scarna e approssimativa, è messo in atto con il personaggio di Mac, interpretato da Shia LeBeouf. Pur con tutta la buona volontà e altrettanta meticolosa cura nel look, nello studio delle espressioni e dei movimenti (per esempio la battuta che si riconoscerebbe tra mille), l’attore risulta meno convincente (diciamolo: è poco somigliante, ma soprattutto... “interpretare” John McEnroe, come si fa?).

Si rivedono le arrabbiature dell’americano, le sfuriate ai giudici di sedia, le abbaiate al pubblico. Le scene dell’infanzia nella famiglia borghese a New York sono esili. Non sorprende che al “vero” John il film non sia piaciuto e che lui non vi si sia riconosciuto. Alcuni momenti con Vitas Gerulaitis, l’incallito playboy circondato dalle donne (uno che è stato numero 3 del mondo, oltre ad apprezzare lo Studio 54), o con altri tennisti del circuito (Peter Fleming e, attenzione, Jimmy Connors) fanno da sfondo all’attesa del duello. Che finalmente arriva, il 5 luglio del 1980 sul centrale di Wimbledon, ed è ben ricostruito: la memoria “riconosce” le volée di Mac e i passanti di Borg, ci si emoziona ancora rivedendo quel tie-break finito 18 a 16 per l’americano, si è parte dei 15mila ad applaudire il vincitore, certo, ma anche il genio sconfitto, fischiato per l’intero torneo.

Quando scorrono i titoli di coda, compaiono le facce, gli ambienti, le situazioni dei veri protagonisti riprodotte fedelmente nel film e si realizza che forse sarebbe stato difficile fare di meglio. Ma, allo stesso tempo, si è colti dalla nostalgia della verità.

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