Domenica

Giusta distanza mai

letteratura balcanica

Giusta distanza mai

Un’opera di Claudio Marini del 2006
Un’opera di Claudio Marini del 2006

L’ex Iugoslavia ci aveva abituato a una letteratura ironica e inquieta, aggraziata dall’esotismo del primo Oriente europeo attraverso i libri di Ivo Andrić e Danilo Kiš. Ma anche ai roboanti film partigiani in cui figuravano Yul Brynner, Franco Nero e Orson Welles. Poi la scossa e l’orrore delle cronache di un’umanità messa in ginocchio dalla pazzia, che fece implodere la Iugoslavia dal 1991 al 2001, con la prosa di Predrag Matvejević, Milienko Jergovic, Abdulah Sidran, Jovan Divjak, Dušan Veličković, Ivica Djikic (Zandonai meritoriamente ha tradotto molti e buoni autori dell’area). Oggi i Balcani che tornano sui nostri scaffali amplificano lo stile dei predecessori, con uno sguardo ancora più sardonico ma obliquo, dettato dal pudore di non voler insistere sulle crudezze subite. Ottimamente tradotti, romanzi e polizieschi, manuali d’esilio, riflessioni platoniche ricordano la bestia che un giorno si è svegliata nel cuore dell’Europa mettendoci davanti alle stragi di Vukovar, Srebrenica, Osijek, Sarajevo. Ma mostrano soprattutto i cocci che questa ha lasciato: cinismo, senso di soffocamento, immobilità economica e sociale, senso di persecuzione.

La studentessa universitaria, Dada, protagonista di Addio, cowboy di Olja Savičević, torna nella sua Dalmazia per accudire la madre, dopo aver tentato di starle il più lontano possibile. Non parla di Croazia per distanziarsi da certo sciovinismo nazionale, «due etnie, ma sempre la stessa cultura meschina», mentre lo spettro della guerra si nasconde dietro agli psicofarmaci che annacquano la madre e dietro il suicidio del fratello Danijel, vittima di un crudele isolamento dei coetanei che non hanno vissuto direttamente il conflitto, ma che ne hanno assorbito le logiche di spietatezza e di confinamento. Un western in forma scritta, lo definisce Savičević, che evoca più volte il cinema; ma più che altro Addio, cowboy è un canto di nostalgia lancinante per un paesaggio abbrutito dal turismo spicciolo e dalle periferie cui le bombe hanno dato il colpo di grazia. La lingua è l’arma contundente di chi ha un dolore talmente compresso che anche quando vorrebbe accarezzare ferisce e per farlo usa gli stilemi sguaiati e liberatori degli anni Ottanta. Dada cerca i moventi del suicidio del fratello, mentre l’ispettore Vladimir Kovač in Silenzio elettorale di Drago Hedl indaga sulla morte di una ragazza trovata sulle sponde della Drava a Osijek. Kovač è un loser, ilche aiuta la fraternizzazione con il lettore. Non è disposto ad archiviare il caso come suicidio, ma sulle sue intuizioni pesa la nebbia di un divorzio imminente. Gli si affianca Stribor Kralj, un giovane giornalista, nella cui testardaggine si riconosce in tralice la stessa determinazione di Hedl, minacciato e vittima di pestaggi da parte di chi non gradiva le sue inchieste sui crimini di guerra che gli sono valse il Knight international journalism award nel 2006. Da animale politico, Hedl intreccia il suo giallo con le elezioni locali, mentre gli incubi bellici affiorano dal passato di Igor Kožul, l’uomo che ha ritrovato il cadavere. Nella prima prova letteraria dopo numerosi saggi e reportage, l’autore tradisce una lingua un po’ artefatta soprattutto nella descrizione degli ambienti, che si riscatta però in una trama di agile lettura e regala alla fine un noir di buona fattura.

Un curriculum simile a Hedl, di lotta al sopruso pagata con l’intimidazione brutale, appartiene anche a Slavenka Drakulić, una delle più belle penne contemporanee. L’autrice croata, accusata dal presidente Franjo Tudjman – condannato dal tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia – di essere una strega per aver denunciato le barbarie che avvenivano nel suo Paese, ne L’accusata (ormai pubblicato nel 2016), svela i tormenti di una donna rimasta imprigionata nell’infanzia a causa delle torture fisiche e psichiche inflitte dalla madre senza marito. Una denuncia dell’ipocrisia borghese che prevale sulla presunta liberalizzazione dei costumi della terza via del socialismo titino; mentre i confinamenti in cantina della bambina fanno pensare al regime di polizia iugoslavo. Di Drakulić bisogna recuperare Balkan express (Il Saggiatore, 1993) e La gatta di Varsavia. Favole sul comunismo raccontate da animali domestici, selvatici ed esotici(Dalai editore, 2010) che aiutano una più profonda “iugocomprensione”.

Croato, come gli autori prima citati, ma svizzero di adozione, Sergej Roić, romanziere, poeta e politico, in Vorrei che tu fossi qui torna nella sua terra d’origine per ancorare l’incontro avvenuto 35mila anni fa tra l’artista della tribù degli uomini, inventore del linguaggio, e l’elefante meridionale, caposaldo della memoria collettiva. Di quest’ultima fa parte Wish you were here dei Pink Floyd che l’artista primigenio ha suonato per la prima volta su un flauto d’osso e che in chissà che modo ha trasmesso a Syd Barrett. Scritto in italiano dal poliedrico autore è un’opera visionaria, divertente, pantagruelica.

Velibor Čolić, nato in Bosnia, in Manuale d’esilio percorre l’esistenza sghemba di un profugo che ha disertato l’esercito. Piccole strategie di un giovane poeta che sopravvive come uno scarafaggio in una stanza senza finestre, mangiando scarti di supermercato, rubando l’amore dagli sguardi di cassiere e bariste, nel tentativo di diventare ladro, secondo la saggezza trasmessagli da uno zingaro habitué del centro rifugiati. Čolić stempera la disumanizzazione in cui lo fa piombare la miseria con uno stile coerente al marxismo, quello di Groucho e non di Karl, di cui si professa seguace.

Il mio fiume di Faruk Šehić, vincitore di Elit, il premio letterario dell’Unione europea, è invece la cronaca più scoperta e dolorante del conflitto balcanico, anche se Šehić si era ripromesso di scrivere un libro «silenzioso sul fiume, sulle piante e sugli animali». Anche lui, come Čolić, è poeta bosniaco ed è stato soldato. Quando indossa la divisa decide di recidere il suo universo onirico, fatto di acqua, erba e pesci. Uccide, ha paura. Con lo sguardo miope di chi tenta di salvare la pelle derubrica Srebrenica a una spiacevole sconfitta, senza intuirne i tratti del genocidio. Si tappa occhi e orecchie, si tiene al largo dal capannone delle torture «contaminato dalla morte dei nemici». Là c’è un atomo della sua morte, spiega, nella sofferenza di vittima e carnefice, che gli è toccata in sorte e rispetto a cui la giusta distanza non c’è mai.

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