Domenica

La Beyeler ben riallestita

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La Beyeler ben riallestita

Allestimento. Con la Cooperation alla Fondazioe Beyeler di Basilea, curata dal direttore Sam Keller e da Ulf Kster, prende forma una sorta di museo ideale che disegna il futuro della raccolta
Allestimento. Con la Cooperation alla Fondazioe Beyeler di Basilea, curata dal direttore Sam Keller e da Ulf Kster, prende forma una sorta di museo ideale che disegna il futuro della raccolta

Con la seconda sede in costruzione, progettata da Peter Zumthor; tre monografiche di altrettanti “pesi massimi” (Monet, Tillmans e ora Klee), e un ciclo di tre rassegne costruite essenzialmente con la propria collezione, la Fondation Beyeler festeggia in questo 2017 i suoi vent’anni. Dopo l’omaggio al passato, e alle infallibili scelte collezionistiche dei fondatori Ernst e Hildy Beyeler (da van Gogh e Czanne a Rothko e Bacon), esposte nella rassegna L’originale, poi stata la volta del presente, con Remix (commentata su queste pagine da Angela Vettese), dove sfilavano le acquisizioni pi recenti e i prestiti permanenti entrati in seguito in museo. Ora, a chiudere la trilogia, va in scena il futuro: nella magnifica mostra Cooperation, curata dal direttore Sam Keller e da Ulf Kster, prende infatti forma una sorta di museo ideale, la cui ossatura composta dalla collezione permanente, arricchita per da nuovi possibili (e auspicati) prestiti permanenti, acquisizioni, donazioni, capaci di integrarne al meglio il patrimonio.

Si esce con lo stupore negli occhi, e non solo per la qualit assoluta delle opere ma anche per il dialogo che s’intesse tra i possibili nuovi ingressi e i capolavori gi conservati qui. E non parliamo solo di opere contemporanee: la prima sala, allestita come una sorta di scrigno vellutato, espone infatti un assaggio della visionaria collezione basilese di Richard e Ulla Dreyfus-Best (in Italia si era vista, nel 2014, alla Peggy Guggenheim Collection), una vera Wunderkammer, fitta di opere e oggetti che dal Manierismo giungono fino al Surrealismo, tutti accomunati da una tonalit onirica, notturna e inquietante.

Si parte di qui perch Cooperation stata costruita come una sintetica storia dell’istituzione-museo, scaturita proprio dalle “camere delle meraviglie” aristocratiche del ’500 e ’600, per radicarsi poi, con l’imporsi della grande borghesia tra ’800 e ’900, nei Salon e nei salotti culturali parigini, veri crocevia di artisti e letterati (Gertrude Stein insegna). A questa stagione dedicata la seconda sala, dominata dalle opere dei Beyeler: da Monet, Czanne, van Gogh ai Picasso, Braque e Lger cubisti, intorno al grande, magnifico Rousseau cos amato dai fondatori, che nella loro galleria ricostituirono proprio una sorta di Salon delle avanguardie. Pochi, qui, gli innesti da altre collezioni, mentre nella sala del Surrealismo i numerosi Mir dei Beyeler sono integrati da importanti prestiti da altre raccolte, che ne colmano le lacune: come i Max Ernst o i Magritte, rari nella collezione originaria, cui si aggiunge un grandioso dipinto di Balthus, non surrealista lui, ma immerso anch'egli in un “altrove” onirico. Dal buio di questo spazio affacciato sull'inconscio, si passa alla luce piena, vibrante, della sala aperta sullo specchio d’acqua, e di qui inizia la lunga cavalcata nei “white cube” cari all’arte del dopoguerra, partendo dagli Espressionisti astratti americani, che tanto devono ai Surrealisti, giunti negli Stati Uniti in fuga dal nazismo: ci sono opere di de Kooning, Morris Louis, Barnett Newman, Sam Francis, Pollock, da collezioni svizzere e tedesche, e i magnifici Rothko della Fondazione, e c’ la Pop Art, con Lichtenstein e Warhol. Poi la saletta di Louise Bourgeois, con opere mai esposte, e il confronto tra Lucio Fontana e Yves Klein, nato dalla suggestione della recente mostra milanese del Museo del Novecento. E nell’altra sala affacciata sul laghetto, ecco il dialogo sorprendente tra le Ninfee di Monet dei Beyeler, e una Sedia da meditazione di Marina Abramović. Anche Gerhard Richter pu contare su una (bellissima) sala personale, cos come Peter Doig, con cui il percorso si chiude. Ma il commiato affidato alla tenda di perle di Flix Gonzles-Torres (Beginning, 1994): una cortina lucente da attraversare per uscire da questo luogo delle meraviglie e, insieme, un sipario aperto sul futuro.

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