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Ogni luogo diventa Taksim

Storia

Ogni luogo diventa Taksim

Crocevia della storia. Qui sopra: manifestanti a favore del presidente Recep Tayyip Erdogan protestano contro il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 salendo sul monumento alla Repubblica turca di piazza Taksim, a Istanbul.
Crocevia della storia. Qui sopra: manifestanti a favore del presidente Recep Tayyip Erdogan protestano contro il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 salendo sul monumento alla Repubblica turca di piazza Taksim, a Istanbul.

Soffia forte il Poyraz, il vento di Nord Est, dalle stradi laterali che portano a Piazza Taksim, il cuore di Istanbul. Aprendo il taccuino del Bosforo trovo sempre meno nomi da chiamare, dalla A di Ahmet Altan all’Ypsilon di Yavuz Baydar, il primo in carcere, il secondo in esilio da noi. Sono oltre 150 i giornalisti e gli scrittori dietro le sbarre in Turchia, un record mondiale. Ogni giorno il nome di qualcuno si aggiunge alla lista degli arrestati, come quello di Osman Kavala, rispettato intellettuale ed editore. L’imputazione, in generale, è quella di avere cospirato contro lo Stato o di essere complici del movimento dell’imam Fethullah Gulen: in carcere sono andati a decine di migliaia dopo il colpo di Stato fallito del 15 luglio 2016.

Alla fine di Istiqal Caddesi si schiude piazza Taksim che porta direttamente al nome di Deniz Yucel, giornalista turco-tedesco, anche lui in carcere. Ogni luogo è Taksim è il titolo del suo libro appena tradotto da Rosenberg & Sellier. A ogni tornante della storia turca di questi decenni sono passato da qui. Nel 1994 quando il sindaco Tayyip Erdogan, ancora sconosciuto, già voleva ricostruire a Taksim le vecchie caserme ottomane; nel 2003 quando mi esplose sulla testa una delle bombe che fecero saltare il vicino consolato britannico con una dozzina di morti; nel 2013 ero qui per le manifestazioni di Gezi Park, tra un turbinio di manganellate e lacrimogeni. Di fianco a Taksim sono passati i jihadisti per disintegrare la discoteca Raia e mettere le bombe allo stadio del Besiktas, qui sopra hanno sorvolato i jet la notte del tentato golpe.

Questa piazza, con il monumento ad Ataturk di Pietro Canonica, è un simbolo per tutta la Turchia, come racconta Deniz Yucel. Un fotogramma in bianco e nero ci restituisce l’immagine di un lavoratore stilizzato con i baffoni folti, un’espressione triste, una mano legata alla catena, nell’altra una bandiera rossa. È lo stile degli anni Settanta, quando il Primo Maggio 1977 si radunarono mezzo milione di persone. Si scontrarono formazioni di sinistra con quella dell’estrema destra dei Lupi Grigi, e dall’alto della terrazza dove oggi c’è l’hotel Marmara la polizia sparò a raffica, mentre i blindati fendevano la folla: ci furono 34 morti. La Turchia era passata da una società agricola a una industriale e i partiti di sinistra in tutte le loro declinazioni (anche terroristiche) portavano milioni di persone in piazza. I militari erano intervenuti nel 1960 e nel 1971 e quando lo fecero poco dopo, nel 1980, sulle strade e nella piazze della Turchia erano già state uccise 4mila persone.

Piazza Taksim fu vietata alle manifestazioni del Primo Maggio e anche quest’anno è andata così, appena dopo il referendum che ha assegnato a Erdogan pieni poteri presidenziali. È qui che nel giugno 2013 si radunò l'opposizione giovanile quando Erdogan annunciò il piano per ricostruire, al posto di Gezi Park, la caserma ottomana Halil Pasha: fu la più grande ondata di protesta contro il Partito della Giustizia e dello Sviluppo che vince da 15 anni tutte le elezioni.

Piazza Taksim è simbolica non soltanto per i laici e la sinistra. Anche per gli islamisti è un luogo assai importante proprio per quella famosa caserma d’artiglieria costruita dal sultano Selim III nel 1806. Era un modernizzatore e voleva riformare l’esercito: i giannizzeri, le tradizionali truppe d’élite, timorosi di perdere i loro privilegi, si rivoltarono. Selim, inviso al clero musulmano per le simpatie filo-occidentali e al popolo infuriato per le nuove tasse, fu costretto ad abdicare: «Non essere sovrano e califfo - disse con amarezza - è meglio che provare a comandare questi sudditi ribelli».

Il suo successore, Mahmud II, fu meno flessibile: nel 1826 fece trucidare 6mila giannizzeri con l’artiglieria. Era la fine della guardia pretoriana, formata da cristiani convertiti e prigionieri di guerra (mamelucchi), che aveva deciso per secoli la sorte dei sultani. Il nuovo esercito di Mahmud denominato “i vittoriosi soldati di Maometto” non vinse mai nessuna guerra ma i “vittoriosi” furono i primi a indossare i pantaloni in stile europeo.

La caserma di Taksim qualche tempo dopo tornò al centro di un’altra battaglia storica. Il 31 marzo 1909 la guarnigione di Halil Pasha si ribellò al triumvirato rivoluzionario dei Giovani Turchi che aveva detronizzato il sultano Abdul Hamid II.

I ribelli occuparono la città con lo slogan ”Vogliamo la sharia”, la legge islamica. Ancora oggi è controverso se si trattò di una ribellione islamista o di un complotto ordito da agenti provocatori. Lo scrittore Ahmet Altan(di cui è stato appena pubblicato in Italia il romanzo Scrittore e assassino, edizioni e/o), nel romanzo L’amore ai tempi della ribellione, suggerisce che si trattò di una lotta di potere tra militari. Il risultato, comunque, fu che vinsero i Giovani Turchi, e la caserma di Selim fu in gran parte rasa al suolo.

«Quando il primo semestre interrogo gli studenti su eventi precisi della storia ottomana, mi rendo conto che nessun data è rimasta così impressa come questa del 31 marzo 1909», racconta lo storico Mehmet Alkan.

Per i kemalisti, i seguaci secolaristi di Ataturk, questo è il giorno della vittoria dei poteri progressisti su quelli reazionari, per gli islamisti l’inizio di cento anni di predominio dei militari e dei laici. Qualche tempo dopo la battaglia Abdul Hamid II abdicava, mentre i Giovani Turchi, capeggiati da Enver Pasha, trascinavano la Turchia nella Prima guerra mondiale e le truppe straniere occupavano il Paese. Fu Ataturk a liberarlo da greci e occidentali, proclamando nel 1922 l’abolizione del sultanato e del califfato.

In realtà per gli islamisti turchi il sultano Abdul Hamid II rimane un eroe perché aveva combinato il risveglio dell’Islam con il progresso tecnologico: lo chiamano Ulu Hakan, il Grande Sovrano, un termine coniato dallo scrittore Fazil Kisakurek, morto nel 1983. «Gli aleviti (circa 10 milioni, ndr) e i deviazionisti dell’Islam - diceva Kisakurek - devono essere sradicati come erbaccia e buttati via». Non proprio un tollerante. «Il suo libro I Musulmani Oppressi mi ha cambiato la vita» ha detto una volta Erdogan. E citò un suo verso per sigillare la repressione di Gezi Park a Taksim nel giugno 2013, quando definì i manifestanti dei capulcu, «un’orda di mercenari macedoni».

Ma intanto, dopo la sconfitta nella guerra di Siria, per salvare i confini e contenere l’irredentismo curdo, anche Erdogan ha dovuto mettersi d’accordo con i miscredenti scendendo a patti con Putin e l’Iran sciita degli ayatollah.

Con il vento dai Balcani, in autunno Taksim appare ancora più grigia e fredda, attraversarla dà quasi i brividi, anche con il bavero alzato e in tasca tutti quei numeri di colleghi e scrittori che dal carcere non possono più rispondere. Leggo nel libro di Deniz Yucel che sulla piazza c’era anche uno stadio con 8mila posti, eretto nel cortile della famosa caserma ottomana.

Qui fu giocata un partita di calcio memorabile. Nel 1923, mentre si negoziavano gli accordi di Losanna ed era già stato deciso il ritiro delle truppe straniere da Istanbul, il comandante inglese Harrington sfidò con la sua squadra una selezione del Fenerbahce. I britannici andarono in vantaggio con una rete dello scozzese Willie Ferguson, ma i turchi replicarono con una doppietta fenomenale di Bedri Gursoy, il quale, alzando la “Coppa del generale Harrington” disse: «Siamo l’unico Paese che ha vinto una guerra sia con il mortaio che con la palla». Davvero, come scrive Yucel, ogni luogo è Taksim.

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