Domenica

Jérémy Gobé nell'incanto di una filanda

Caraglio

Jérémy Gobé nell'incanto di una filanda

In queste giornate finalmente fredde d'autunno metti per caso le parole di G.C., giornalista cortese dal forbito cadenzar friulano, che ti racconta storie di giovinette come schiave in filanda; aggiungi l'invito di N.C., torinese dal sorriso gentile, che ti parla di una mostra sperduta d'un noto artista francese; infine ascolta i racconti della collega M.C. che ricorda la zia Chiarina che “a nove anni aveva le mani piagate dalle caldaie dei bachi e sempre in testa le cantilene strazianti di quelle lunghe ore di fatica infinita “ e ti ritrovi, quando coincidenza comanda, nell'incanto di quel di Caraglio, paesone sperduto della provincia cuneese. Qui arrivi, e fin da lontano, con i torrioni del fabbricato che vagheggiano ai molti castelli d'intorno, ti riconcilii con la bellezza troppo spesso stuprata del nostro Paese.

Superato l'ingresso severo dell'antico filatoio, ora museo, già nella prima corte Jérémy Gobé (evocando fin dal titolo Eugène Delacroix), ha allungato in esterno, come mani fameliche, La Liberté guidant la laine, immenso jacquard rosso e bianco, che è metafora - ariosa ed angusta contempo - di prolungate fatiche di donne. In una sala con immenso camino giacciono come in avvallamenti lunari montagne di bozzoli essiccati. L'opera 400.000 cocons equivale a quattrocentomila chilometri di filo, pari alla distanza che separa la Terra dalla femminea Luna. Distanza che le mani delle filatrici svolgevano a più riprese con le loro dure giornate di lavoro - che ammontavano dalle dodici alle quindici ore giornaliere- in condizioni di scarsa illuminazione e di forte rumore, sotto il giogo dei miasmi puzzolenti di caldaie infuocate e delle guardiane che, in un andirivieni opprimente, sfilavano per incitarle a produrre. E ancora, con l'installazione intitolata Torsions lunghi drappeggi di seta bianca attorcigliati come i capelli di Medusa proiettano ombre oblunghe che sanno di sforzi soffocati e di pianti raggelati, di grida irrisolte e affetti troncati e lontani. Nella serie Extases le simmetrie dei solidi platonici si vestono di sete sinuose, con la realtà d'ombre che, come in un antro, si ammanta di lontane eco.

Ma se questo è il presente d'impegno di un artista trentunenne che, con incursioni precise, sa interpretare al meglio spazi e misfatti, dolori e silenzi di un'umanità sfruttata che non si vorrebbe essere più, è il Filatoio di Caraglio a riservare con le sue macchine idrauliche la sorpresa con non ti aspetti e che, già da sola, merita il viaggio. “Nato nel Seicento da una felice intuizione dei Savoia per rispondere alla richiesta di seta pregiata della corte di Luigi XIV, è simbolo vivente del passato tessile industriale piemontese che tra Seicento e Ottocento collegava Italia e Francia attraverso scambi commerciali, tecnologici e culturali. Oggi il Filatoio è un centro culturale” spiegano le guide. All'interno le macchine lignee, i mulini da seta alla piemontese - ricostruiti con filologica pazienza certosina sotto la guida del professor Flavio Crippa - con i loro rocchetti e migliaia di bacchette, ruote e ingranaggi sono i rinati testimoni delle fatiche e della genialità tecnologica d'un tempo lontano. Azionati ora dalla corrente in un attimo prendono vita, e mentre fuori il buio avvolge la piana, si ripete il ferale incanto d'un tempo: i filatoi circolari stridono e le macchine, come per magia, reimmergono quelle stanze in un tempo lontano e al visitatore, come in un libro fantastico, non resta che farsi trasportare dalla narrazione sofferta e stridula, ma non meno sognante, della sperduta Caraglio.

La mostra Terra di seta 400.000 chilometri dalla luna.
Opere di Jérémy Gobé, fino al 7 gennaio 2018 è al Filatoio di Caraglio (CN).
Ingresso gratuito
info@fondazionefilatoio.it

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