Domenica

Da Sophie Calle a Marlène Dietrich: Parigi capitale della fotografia

arte

Da Sophie Calle a Marlène Dietrich: Parigi capitale della fotografia

A Parigi, in autunno, non cascano solo le foglie. A mettere le radici, è l'arte della fotografia, impasto di luce e ombre. Così, nel periodo più buio dell'anno, la Ville Lumiere diventa la Capitale mondiale della fotografia. Ma soprattutto, è il laboratorio in fieri abitato da fotografi, artisti e opere che verranno celebrati (qui e altrove) nel prossimo futuro. Nel paesaggio, diffuso e dunque anche periferico, delle immagini fisse, a creare una grande mappa delle prossime utopie, distonie e utopie sono i musei, i centri di creazione contemporanea (declinazione parigina del museo), le gallerie e pure le fiere. Protagonisti, il mainstream della fotografia e le strade perdute degli irregolari dell'immagine. I due recenti, grandi orientamenti sono, come sovente visto negli ultimi due decenni, quello del realismo magico e quello del realismo tout court. In due parole, la grande fotografia oggi racconta il reale, o attraverso documenti soggettivi e quando possibile universali, oppure con la visione che nasce dal nocciolo intimo delle emozioni e che racconta sempre qualcosa di noi e insieme del mondo. Passata la stagione della fotografia astratta e di quella politica, siamo atterrati (li stiamo appena esplorando) nei primi crateri lunari della fotografia esistenziale, che è sempre e comunque un memoir per immagini, poetico e insieme civile. Quanto al nostro rapporto con le immagini in mostra, Susan Sontag ci ha offerto le giuste parole per raccontare cosa sia osceno e cosa al contrario sia necessario mettere in scena: “viviamo sotto la minaccia continua di due prospettive egualmente spaventose, anche se apparentemente opposte: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile”. Ecco, la grande fotografia spazza dal presente l'una e l'altra minaccia. È evidente davvero a chiunque la distanza astronomica che si pone tra una fotografia di Salgado e l'immagine di un telegiornale, a parità di soggetto; la stessa evidenza esiste tra un'opera di La Chapelle e una rumorosa pubblicità, anche qui a parità di temi. I due fotografi erano tra i protagonisti, la scorsa settimana, della più grande fiera della fotografia del mondo, Paris Photo, evento assai commerciale ma con il grande merito di fotografare lo stato dell'arte di un'arte sincretica che tocca tutti i punti sensibili del nostro corpo sociale. Di cui possiamo ora fare esperienza in luoghi non convenzionali come il Musée de la Chasse e de la Nature, in Gallerie d'arte non solo fotografica, attente a ciò che è nuovo e insieme accessibile, come la sede parigina della Galleria Carla Sozzani e la Polka Galerie, in presidi come la Maison européenne de la photographie. Come nelle derive di Guy Debord, anche questa mappa aleatoria tra luoghi e percorsi apparentemente privi di connessione, rivela una stretta coerenza. Che è quella della realtà, che viene raccontata con l'immagine nelle sue forme privilegiate del documento, del reale aumentato, infine del sogno. La fotografia in scena in queste settimane (e nei prossimi mesi) a Parigi ha il merito di suggerirci, raccontarci e forse insegnarci che il futuro non è mai semplice. Perché il futuro non è solo quello prossimo che ci aspetterà, ma anche quello anteriore, che stiamo già aspettando.

L'Infarctus silencieux di Sophie Calle. La retorica dell'arte ci offre sempre, presto o tardi, una via di uscita dalla certezza suprema dell'amatore artistico annoiato: ciò che vedremo, o di cui faremo esperienza, sarà esattamente ciò che ci aspettiamo di vedere. È ad esempio ciò che ci accade in molti ristoranti stellati, dopo che i veri innovatori (Bocuse, poi Adrià, poi Redzepi, poi Bottura) hanno allargato la frontiera. Se non che, c'è sempre un anno zero. Magari è solo una scintilla, ma di quelle che prima o poi lo trovano vento, per far fiamma. Ecco, l'exhibition di Sophie Calle in rue du Temple, al Musée de la Chasse et de la Nature, grazioso luogo di bestie impagliate e boiseries borghesi, è uno di quegli eventi che valgono un viaggio, e qualcosa di più: per potenza visiva, intelligenza ed evocazione.

Intanto Beau double, Monsieur le Marquis!, concepita insieme all'artista plastica Serena Carone e prodotta da Sonia Voss, è un dialogo vivo tra due artiste, in cui fotografia, testo, luce e arti plastiche compongono una mappa relazionale di rara efficacia. Poi, il luogo che ospita la mostra non è preso come un contenitore, ma prende vita insieme alle opere, che ai piani superiori vengono mescolate alla collezione permanente, non dichiarandole. Si crea così un viaggio di scoperta détournant tra folklore e arte, storia e futuro, realtà e sogno. È la prima volta (con la sola eccezione del V&A londinese, che però separa gli spazi contemporanei da quelli storici) che un museo conservativo diviene un territorio da esplorare. Al centro di tutto, il tema della caccia e quello della morte, raccontati con memorabilia intimi e perciò credibili, come le fotografie, le poesie e le installazioni dedicate alla scomparsa della madre, del gatto e del padre dell'artista (in quest'ordine). L'augurio è provare, durante l'esperienza, quell'infarto silenzioso che ci consentirà di vivere, ogni volta e l'istante successivo, per sempre. Ma il dispositivo più innovativo dell'exhibition è quello di una nuova mise en scène. La grande, necessaria alleanza tra l'arte e la scienza, con tutte le sue possibili declinazioni relazionali (in primis quella tra il corpo e le emozioni). Sarà questo il principale filone creativo e narrativo dei prossimi decenni. Questa piccola mostra sospesa tra intuizioni, istantanee e carcasse di animali, ne è un'anticipazione.

I Clichés di Patti Smith, la nuova Genesis di Salgado e le fiabe di LaChapelle. A Paris Photo, l'impressione (confermata) è quella di essere precipitati in un parco a tema. Con le grandi collezioni, le grandi gallerie e i grandi artisti (ossia i fotografi), sempre più crossdiscipliari. Non ha caso, tra le star dell'evento figuravano un regista (David Linch) e una cantante (Patty Smith). Ed è un bene, perché la nuova fotografia d'arte si nutre necessariamente di sguardi ed esperienze nuove. Ed è post-moderna, come noi, come tutto il resto. Patty Smith, presentata da Gagosian (New York), ha raccolto splendidi memorabilia, suoi (catturati dalla splendida, inarrivabile, Polaroid Land 250, modello culto per amatori) e dei suoi artisti preferiti (Peter Lindbergh). Tema di Curated by patti Smith: il feticcio della morte, catturato due volte, con l'immagine e attraverso oggetti (letti, lapidi, paesaggi) da cui paiono liberarsi le anime di defunti a lei cari. Il bello della fotografia, ridotta all'osso: Consentire a grandi professionisti (e protagonisti) di esprimere davvero qualcosa di assoluto, anche a prescindere dalla tecnica (che in ogni caso lei ha appreso da Mapplethorpe, di cui fu la musa).
Tecnica che invece, insieme all'arte della chirurgia dell'anima, è la cifra del più grande fotografo vivente, Sebastião Salgado, che espone alla Galerie Polka, insieme a Marc Riboud, una selezione di 34 fotografie dedicate alle Femmes du monde, che idealmente evocano la celebre Origine di Courbet. Realismo lirico, cercando la bellezza del gesto e dello sguardo, immersi nella miseria del mondo in bianco e nero. Al colore sono invece dedicate due opere che la bellezza la trovano nel mondo e una superba miseria negli sguardi e nei gesti.

Alla boutique parigina Taschen, oltre seicento persone erano in fila, per comprare Lost + Found and Good News di David LaChapelle, volumi che completano la serie più celebre della storia della fotografia d'arte David's five-book anthology (LaChapelle Land del 1996, Hotel LaChapelle del 1999 e Heaven to Hell del 2006), capolavoro di (iper)realismo magico, una narrazione distopica per immagini, che il prossimo secolo leggeremo come ora facciamo con le fiabe dei fratelli Grimm. Di cui non avere paura. L'antologia di LaChapelle è un libro a suo modo religioso; ridotto all'osso, è un'opera sul peccato originale. Ed è un voyage d'apprentissage (da percorrere, con cautela, a qualunque età) in mondi ancora ignoti, arte da far vedere a scuola, perché, mostrando l'apparentemente osceno, ci racconta il suo opposto. E ci fornisce il giusto vaccino, sublimandola, alla società dello spettacolo.

L'ossessione documentaria. Da Marlène Dietrich allo storytelling del World Press Photo. L'universo Marlène non racconta, semplicemente, le infinite declinazioni di uno sguardo tra i più fermi e taglienti del XX° secolo, ne è uno specchio fedele. La Maison européenne de la photographie, tra il Marais e la Senna, dedica una serie interamente dedicata alla principale icona femminile del secolo scorso. Obsession Marlene raccoglie duecento fotografie da un archivio di oltre duemila, raccolte dal gallerista, antiquario e collezionista parigino Pierre Passebon, della storica Gallerie Du Passage, un'istituzione francese delle arti figurative. Ciascuno dei ritratti di Marlene Dietrich è il luogo di una mappa che rivela una doppia ossessione. La sua e la nostra. Marlene decideva il dove, il come e il quando essere catturata dalla camera fotografica (sapeva che sarebbe stato per sempre) e verificava ogni pellicola prima della stampa. Noi, ci siamo abituati, negli ultimi settant'anni, a essere tagliati da quel celebre sguardo sospeso tra giudizio e sogno.
La mostra segue il filo della storia ed è una passeggiata dentro il Secolo breve, dalla celebre fotografia di Joseph Von Sternberg del 1932 per Shangai Express (divenuta nel 1992, l'anno della morte, il manifesto del Festival di Cannes), alla serie parigina (dal 1936 al 1938), alla seconda vita americana (compreso il Fronte durante la Guerra), alla consacrazione del dopoguerra. Marlène fu la grande icona femminista del novecento, la prima (lo rivela la fotografia di Scotty Welbourne del 1941) ad imporre pantaloni e smoking per le donne. Onorata da Francia, USA e Israele per la sua condotta, disse: “conosco i tedeschi, sono tedesca. Siamo un popolo estremamente ubbidiente e se ci mettiamo ad obbedire a qualcuno come Adolf Hitler, può essere molto pericoloso”.

Il pericolo è invece il tema dominante dell'exhibition ospitata dalla Galleria Sozzani a Parigi, a pochi passi dalla Gare du Nord, nel XX°, la nuova frontiera sociale parigina. Parte del viaggio globale del World Press Photo 2017, esibisce negli oltre 500 metri quadri di loft (più lucernario) una selezione dei vincitori del Photo Contest e del Digital Storytelling Contest 2017, forse il concorso più innovativo, dedicato al giornalismo visuale. Immagini (fisse e in movimento) importanti, che rivelano una cosa su tutte: la profezia della fine del reportage ad opera della tecnologia (semplicità, accessibilità di tutto a tutti, miniaturizzazione) e della globalizzazione non solo non si è manifestata, anzi oggi sono possibili grandi reportage e visioni in altri tempi impensabili. Al netto dei vincitori assoluti (tra cui l'iconico istante della morte dell'ambasciatore russo in Turchia), colpisce al ventre, non per violenza estetizzante ma al contrario per delicatezza e grazia emotiva, la fotografia “Sweat Makes Champions” del cinese Wang Tiejun (2° classificato nella sezione Daily life, che rende immortale un episodio quotidiano (quattro bambine costrette a 30' giornalieri di pressione sulla punta delle dita) di una scuola di ginnastica nella regione dello Xuzhou, più efficace di un telegiornale e più poetica di molta retorica sulla perdita dell'innocenza. Mentre a proiettarci un un mondo distopico (il nostro), è il documentario prodotto dal NYT, “The Forger”, vero cinema di frontiera (tra giornalismo d'autore, reportage, cinema del reale e corto d'animazione) che racconta la storia di Adolfo Kaminsky, falsario a Parigi durante la Guerra, anche per passione artistica (l'amore per il colore). La storia è andata, ma la lezione è presente: “avevo una missione. Lottare contro il sonno del cuore e della ragione. Ho visto troppi cadaveri, se non avessi fatto nulla, non avrei potuto sopportarlo”. L'invito, sempre attuale, è a non voltare lo sguardo di fronte a soprusi, violenze, ingiustizie altrui. Nessuno dei fotografi premiati ha voltato il proprio sguardo. Perché rispondere alla propria coscienza è la prima, vera regola del giornalismo.
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SOPHIE CALLE ET SON INVITÉE SERENA CARONE
BEAU DOUBLÉ, MONSIEUR LE MARQUIS !
Musée de la Chasse et de la Nature
Parigi, 62, rue des Archives
Fino all'11 febbraio 2018
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SEBASTIÃO SALGADO ET MARC RIBOUD
FEMMES DU MONDE
Polka Galerie
Parigi, Cour de Venise, 12, rue Saint-Gilles
Fino al 10 gennaio 2018
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DAVID LACHAPELLE
Lost + Found, Part I
Good News, Part II
Taschen, novembre 2007
Part I, Hardcover with fold-outs in box, 27.8 x 35.5 cm, 278 pages
Part II, Hardcover in box, 27.8 x 35.5 cm, 276 pages
€ 49.99
Sabato 25 novembre, dalle 18 alle 22, book signing con David LaChapelle
presso lo store Taschen di Milano in via Meravigli, 17
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OBSESSION MARLENE
Maison Européenne de la Photographie
Parigi, 5/7 Rue De Fourcy
Fino al 7 gennaio 2018
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WORLD PRESS PHOTO EXHIBITION 2017
Galleria Carla Sozzani
22 Rue Marx Dormoy, 75018 Paris
Fino al 3 dicembre 2017

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