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Florilegio dell’altro mondo

Letteratura

Florilegio dell’altro mondo

Joseph Banks (1743-1820)  ritratto nel 1773 da Joshua Reynolds
Joseph Banks (1743-1820) ritratto nel 1773 da Joshua Reynolds

Finalmente, dopo mesi di preparazione, e dieci giorni di attesa in porto, il vento è cambiato, si alza sulla rada di Plymouth e si può iniziare la navigazione. È il 26 agosto del 1768: la nave, la HR Bark Endeavour, prende il largo. La hanno ribattezzata proprio così, con tipica ironia inglese, “Tentativo”: era una tranquilla carboniera, rifatta brigantino a palo a tre alberi; diventerà, dopo 3 anni di avventure marine, geografiche, antropologiche, astronomiche, scientifiche e, infine, editoriali, una nave leggendaria. La comanda un tenente, promosso per l’occasione, James Cook (1728-1779): talento, coraggio, perizia cartografica, matematica e navale, mano ferma, prudenza e spirito critico. A bordo, con lui e altri 84 uomini, c’è un giovane botanico appassionato, che ha chiesto alla Royal Society, di cui è socio, e che promuove il viaggio presso re Giorgio III, di partecipare alla spedizione. In parte l’ha anche finanziata, con una generosa donazione: lui, Joseph Banks (1743-1820), del resto, è molto ricco. Ha ereditato dal padre, proprietario terriero, terre e denari: Cook ha 40 anni, Banks 25. Il loro viaggio è, appunto, un “tentativo”: non lo sanno e lo sperano, ma torneranno in patria carichi di gloria e già immortali per le loro imprese.

La Endeavour ha un appuntamento con Venere. Lo scopo ufficiale della spedizione è infatti vedere e misurare il transito del pianeta sul Sole. Sarà osservabile a Tahiti, nel giugno del 1769, e Cook ha il compito di portare l’astronomo reale, Charles Green, a fare le rilevazioni: grazie ad esse e opportuni e rigorosi calcoli trigonometrici si potrà conoscere la distanza esatta della Terra dal Sole.

Cook ha un appuntamento con la Geografia, se non con la Storia (maiuscole, entrambe). Infatti, giunto a Tahiti (dopo aver toccato Madeira, Rio de Janeiro, Terra del Fuoco e doppiato Capo Horn), può finalmente aprire gli ordini segreti dell’Ammiragliato, sigillati fino alle beate isole del Pacifico. Passato il momento astronomico, dunque puntare prua verso Sud e scoprire (e, ovviamente, rivendicare alla corona) se quella Terra Australis Incognita di cui tanto si parla esiste veramente. Lo farà senza indugi, ma senza mettere mai in pericolo la sua nave e i suoi uomini (seppure le perdite ci saranno, e inizieranno da presto): scoprirà che la Terra Australis non esiste, almeno non fino al Sud dove è arrivato, ma farà in tempo a capire, cartografandola, che la Nuova Zelanda è fatta da due isole (c’era passato, più di un secolo prima, Abel Tasman) e le rivendicherà, e toccherà la costa est dell’Australia, dichiarandola inglese, per poi tornare, esausto ma non domo, in Inghilterra, dopo tre anni.

Banks ha un appuntamento con il futuro, con la comunità scientifica e, soprattutto, con la Natura, la botanica, e con la meraviglia infantile ed entusiasta che la scoperta di ogni nuova pianta gli dà. Con sé (a sue spese), ha voluto due artisti illustratori, Sydney Parkinson e Alexander Buchan e due naturalisti, lo svedese Daniel Solander (allievo di Linneo) e il di lui assistente, il finlandese Herman Spöring, i suoi due levrieri preferiti e quattro servitori. Ogni giorno è una scoperta: pesci e uccelli, e, quando si può, a ogni sbarco, piante mai viste da raccogliere e studiare. È un crescendo: ne prendono a Madeira, in Brasile, nella Terra del Fuoco, in tutte le condizioni, sole torrido e neve intensa, fino alla messe strepitosa dei Mari del Sud e della fantastica Australia: sarà Banks a dare il nome di Botany Bay al punto – naturalisticamente un paradiso di piante ignote, canguri (mai visti!) ma anche maori (bellicosi) così diversi che sembra (ed è) un altro pianeta – in cui l’Endeavour prenderà contatto con il continente Australia.

Il “bottino” dell’altro mondo è fantasmagorico: un florilegio che mai nessun altro botanico ha realizzato e realizzerà mai più: il quartetto scientifico di bordo, nel salone principale, mette insieme e studia circa 30 mila specimen di piante, delle quali 1.300 ignote alla scienza di allora, 955 disegnate dal vero con estrema perizia da Parkinson (Buchan muore presto) e 280 già convertite in acquerelli elegantissimi con note botaniche. Banks non è un teorico; è un collezionista, catalogatore minuzioso, spirito illuminista, sa già cosa lo aspetta al ritorno. Un progetto ancora più grandioso, ed eterno, del viaggio stesso: la pubblicazione. Naturalmente, un libro! Anzi, un’opera enciclopedica. Dal 1771 al 1784, in 13 anni di intenso lavoro, assume 5 artisti per completare gli schizzi di Parkinson e 18 incisori per trasferirli su lastre di rame, destinate ad accogliere fino al minimo dettaglio per riprodurre al meglio gli acquerelli. Nel 1784 le lastre complete sono ben 743, ma Banks, che nel frattempo in patria è diventato una celebrità (“inventa” i giardini di Kew, essendo consigliere botanico del re, dirige per 42 anni la Royal Society), rimanda di continuo l’edizione; e ora le sue fortune economiche diminuiscono. La sua casa di Soho Squarea Londra, però, illuministicamente, è aperta a tutti: meta continua di scienziati, gli erbari e i libri sono a disposizione degli interessati. Alla sua morte, nel 1820, lascia il suo Florilegium (un titolo che però lui non aveva usato), nella forma di una tonnellata di lastre di rame, la sua biblioteca e l’erbario con tutti i pezzi originali al British Museum.

Per pubblicare l’opera di Banks, che, come tutte le cose umane, finisce quasi per “perdersi” nella polvere del tempo, passeranno altri 160 anni, fin quando la Alecto ne farà una tiratura completa, su sottoscrizione, limitata a 100 copie (ogni tanto se ne vede qualche esemplare in asta). Tanto perfetta era stata la preparazione di quelle incisioni che il libro che ne esce è una gioia per gli occhi, ancora più che per la mente: ed ecco perché la riproposizione ora da Thames and Hudson e, coraggiosamente e meritoriamente, da Einaudi in Italia del Florilegium è un piccolo avvenimento editoriale. Questi «Tesori botanici dal primo viaggio di Cook», come recita il sottotitolo del libro, curato con saggi tecnici precisi e sobri, anche di bibliofilia, di Mel Gooding, David Mabberley e Joe Studholme, sono un invito alla meraviglia. Ogni pagina, ogni pianta, ogni riproduzione, un tuffo all’emozione di riscoprire l’estrema varietà, bellezza e qualità della natura; ogni didascalia, la possibilità di ritrovare l’avventura umana e culturale che sta dietro una scoperta. La storia di Joseph Banks è soprattutto la storia dell’innamoramento inscindibile di sapere e bellezza. Non c’è l’uno senza l’altro, ed è questo alla fine l’insegnamento che ci giunge da queste pagine floreali delicate, fragili e immortali come sanno essere le storie più belle che raccontano gli eroi dimenticati e come sanno i lettori che a queste storie vogliono appassionarsi. Il vento della bellezza soffia sempre, più forte di tutto, e, a seguirlo con tenacia, consente navigazioni impreviste e imprevedibili, che approdano anche dopo molti anni. Proprio come questa.

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