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Biennale, con te facciamo i conti

Arte

Biennale, con te facciamo i conti

Creativi in laguna. «The Mending Project» di Lee Mingwei (Taiwan) e, nel testo, «Study Art Sign (series)» di John Waters (2007)
Creativi in laguna. «The Mending Project» di Lee Mingwei (Taiwan) e, nel testo, «Study Art Sign (series)» di John Waters (2007)

Tacco zero, vestito senza griffe, un bel viso stanco ma soddisfatto, Christine Macel domenica sera ballava a Ca’ Giustinian insieme a una folla di ragazzi: la Biennale da lei diretta si è chiusa con una festa aperta a tutti coloro che vi avevano partecipato anche solo come custodi, nello spirito partecipativo che ha connotato questa sua 57ma edizione. Che la formula abbia premiato lo si può ben dire: i visitatori sono stati il 23% in più che nell’edizione 2015, che forse è stata più sofisticata e meno ludica. Le presenze sono state circa 615.000 più i 23.000 invitati della vernice.

Ma i veri numeri non sono computabili e sono certo più alti: forte di una struttura che già Lawrence Alloway aveva definito “cellulare” nel primo studio sulla sua struttura, The Venice Biennale 1895-1968: From Salon To Goldfish Bowl (1968), la mostra si sparge ormai in tutta la città con padiglioni ed eventi collaterali anche non ufficiali: chi ha contato le decine di studiosi che si sono avvicendati, per esempio, al Padiglione della Ricerca alla Giudecca, messo in piedi da un gruppo di Accademie, o i visitatori del Padiglione della Diaspora curato dall’International Curators Forum (ICF) e dalla University of the Arts di Londra (UAL), o il padiglione NSK a Ca’ Tron, dove venivano emessi passaporti di uno stato inesistente? Chi può dire quanti collezionisti sono venuti solo per un ricevimento organizzato dalle gallerie degli artisti invitati – è il caso di Hauser and Wirth, che era anche dietro alla mostra di Philip Guston all’Accademia?

L’aumento dei visitatori rappresenta un bel balzo verso le cifre più alte di Documenta, che nel 2017 ha avuto un’edizione record per perdite economiche ma anche per visitatori: sommando i risultati ottenuti ad Atene e Kassel ha finalmente superato il milione. Ma il vero vantaggio della Biennale di Venezia, che è l’unico fiore all’occhiello dell’Italia per l’arte contemporanea, sta proprio nel fortificarsi di una formula che fino a pochi anni fa era considerata obsoleta.

Ancora nel 2005, in un convegno curato da Robert Storr, i Padiglioni Nazionali venivano accusati di anacronismo, ma la settimana scorsa la prestigiosa università di Sant Andrews in Scozia ha ospitato un meeting sul tema Politics of Display: Collateral Events and National Pavilions at the Venice Biennale. In entrambi si sono sentite lamentazioni sul tono aulico della manifestazione nonché sulle inefficienze italiane, ma a dodici anni di distanza l’idea di una mostra esplosa in una città e non affidata a un curatore solo è recepita come plausibile e copiabile: chi ha pellegrinato quest’estate tra Kassel, Atene e Muenster, conosce il successo occulto - nessuno vuole dichiararlo - del nuovo modello Venezia.

Nuovo perché una volta i padiglioni erano tutti raggruppati ai Giardini, mentre oggi le sedi espositive penetrano il tessuto della città e invitano dunque a percorrerla. Le prime fuoriuscite dal recinto sono state degli anni sessanta, ma è solo nel 1993, con la decisiva – anche se sottovalutata e sottostudiata – edizione curata da Achille Bonito Oliva che ha avuto luogo la conquista della città. Quindi oggi, per un visitatore, venire alla Biennale non significa più solo ingoiarsi una mostra, ma anche avere un’occasione per entrare in ex chiese o palazzi nobiliari altrimenti chiusi.

I motivi del successo di visite non sono però tutti qui. Alcuni vanno cercati nello sforzo che la Biennale ha fatto in quanto istituzione dopo una sofferta riforma e dall’entrata di Paolo Baratta come presidente, nel 1998. In questo senso, i risultati sono di lunga gittata e partono dai poco più dei centomila biglietti di allora. L’agilità dello statuto attuale consente di cercare sponsor e quindi di inventare iniziative che aumentano le attrazioni.

Quest’anno, per 68 volte un artista ha pranzato con il pubblico nell’ambito dell’iniziativa «Tavole Aperte»; il Padiglione Stirling dei Giardini ha ospitato il progetto La mia Biblioteca – Unpacking my Library, dove il pubblico poteva portare volumi contribuendo, alla fine, con 470 libri alla biblioteca dell’Archivio Storico della Biennale; ogni giorno si sono svolte performance trasmesse anche in streaming sulla piattaforma Biennale Channel; le arti applicate sono state omaggiate di una mostra, curata in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, a cura dell’artista Jorge Pardo; lo sviluppo dell’area Educational ha coinvolto circa 65.000 persone; il progetto Biennale Sessions ha coinvolto 68 Università, Accademie e centri di ricerca internazionali, con oltre seimila studenti partecipanti.

Va anche detto che molti artisti hanno previsto la partecipazione del pubblico come parte integrante del loro progetto: basti ricordare la sala di Olafur Eliasson all’ingresso del padiglione centrale, dove un gruppo di migranti costruiva lanterne di legno e altri ragazzi le proponevano al pubblico a 250 euro l’una, in favore di iniziative benefiche; oppure il duro lavoro a cui si è sottoposto Xavier Veilhan, l’artista che ha rappresentato la Francia, che ha trasformato il padiglione in un luogo di registrazione musicale e ha personalmente ospitato centinaia di musicisti e di gruppi, per la maggior parte locali, che hanno effettivamente usato gli strumenti e le attrezzature messe a loro disposizione.

Certo, esiste una moda dell’arte contemporanea che giustifica ulteriormente l’incremento dei visitatori, un fenomeno mondiale che spiega anche perché a Dubai si svolga una fiera importante e ad Abu Dhabi stia crescendo un museo Guggenheim. Forse ci si è finalmente accorti che l’arte contemporanea non è così difficile da capire e non è neanche (sempre e solo) una bufala. C’è una speculazione economica che fa da cassa di risonanza a questo trend, ma che certo non tocca chi alle mostre entra pagando il biglietto. O forse l’élite del gusto – perché comunque non stiamo parlando dei numeri dello sport - sta imparando che viaggiare, allenare la mente e affrontare il presente tiene giovani almeno quanto il cibo bio.

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