Domenica

Il giorno che spaccò il Cile

luis sepúlveda

Il giorno che spaccò il Cile

Tra le rovine. Il 29 settembre 1973 un poliziotto si aggira A Santiago tra le mura di La Moneda, il palazzo presidenziale bombardato l’11 settembre dello stesso anno in seguito al violento colpo di stato militare che si concluse con il suicidio del presidente Salvador Allende
Tra le rovine. Il 29 settembre 1973 un poliziotto si aggira A Santiago tra le mura di La Moneda, il palazzo presidenziale bombardato l’11 settembre dello stesso anno in seguito al violento colpo di stato militare che si concluse con il suicidio del presidente Salvador Allende

Pubblichiamo l'ultimo articolo che lo scrittore e giornalista Alessandro Leogrande, morto improvvisamente lunedì scorso, ha scritto per la «Domenica»

C’è un momento aurorale, una frattura, un punto di non ritorno nel mezzo della biografia di Luis Sepúlveda. Questo evento, che racchiude in sé i tre piani, coincide con la mattina dell’11 settembre 1973. Con l’assalto della Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago, a opera delle forze armate golpiste di Augusto Pinochet. «Il giorno più nero del Cile spuntò coperto di nuvole», scrive all’inizio di 11 settembre 1973: e “Johny” prese il fucile, il racconto che apre la raccolta di Storie ribelli.

Il Johny del titolo (che riecheggia il titolo del romanzo, e poi dell’omonimo film, di Dalton Trumbo), era un ragazzo cileno entrato a soli 21 anni nel GAP (il Gruppo di amici personali o Gruppo di amici del presidente), che costituiva una piccola formazione di guardie del corpo volontarie di Salvador Allende.

Allende non si fidava, e a ragione, della protezione ufficiale fornita da polizia e carabinieri. Così, dalle file della federazione giovanile socialista, era stata creata una squadra di militanti che seguiva il presidente giorno e notte. Del Gap faceva parte anche Luis Sepúlveda fin dal 1971. E nel Gap era poi entrato anche Johny, il cui vero nome era Oscar Reinaldo Lagos Rios. Il “nome di battaglia” glielo aveva dato proprio il presidente.

Il giorno dell’assalto alla Moneda, Johny rimase all’interno del palazzo con altri dodici uomini del Gap. Con loro c’erano anche una decina di poliziotti rimasti fedeli ad Allende. I carabinieri, invece, all’inizio del colpo di stato, avevano subito abbandonato il palazzo, passando dell’altra parte. Quel pugno di uomini resistette per ore all’assalto dell’esercito e al bombardamento dell’aviazione. Li misero in scacco fino al pomeriggio armati di soli fucili, tanto che i golpisti non sopportarono l’affronto subito. Dopo la conquista del palazzo e il suicidio di Allende, gli ultimi difensori della Moneda furono condotti nella caserma del reggimento Tacna, uno dei fulcri del golpe. I poliziotti fedeli alla repubblica vennero rilasciati dopo essere stati torturati. Gli uomini del Gap no: dopo aver subito interminabili sevizie, dopo essere stati mutilati vennero assassinati e sepolti in una fossa comune. In seguito, per timore che venissero individuati, i loro resti furono trasferiti dai militari a Fuerte Arteaga, e qui «gettati in una buca profonda dieci metri, fatti saltare in aria con la dinamite e infine coperti di terra». Tra loro c’era anche Johny.

L’11 settembre Sepúlveda non era alla Moneda. Era stato inviato, insieme ad altri militanti, a presidiare una centrale idroelettrica alla porte della capitale. Quando provarono a tornare verso il centro (ad assalto iniziato), non riuscirono a raggiungere la Moneda. In seguito, anche lui sarebbe stato arrestato e torturato nella caserma di Tucapel.

Che ne è della memoria di quei fatti nel Cile di questi anni? E, più in generale, che ne è della memoria delle dittature militari, o civico-militar, degli anni Settanta nel continente latinoamericano? Chi ha creduto in Allende, perché lo ha fatto? E chi ha appoggiato un golpe sanguinario, perché altrimenti lo ha fatto? E ancora: come può la letteratura spazzolare la storia contropelo o, per essere più precisi, setacciare i frammenti sparsi di Fuerte Arteaga?

Sono queste le domande che attraversano le pagine volutamente militanti e “inattuali” di Storie ribelli, come corde tese da una parte all’altra. Sono passati quarantasette anni dall’assalto alla Moneda e circa trenta dal ritorno alla democrazia. Negli anni della transizione post-Pinochet, la memoria è stata un terreno di scontro dirimente, tra colpi di spugna e desiderio di giustizia, oblio e ricerca storica. E questo per almeno due motivi.

Il primo è che, come dice Sepúlveda, esistono almeno due Cile, con due linguaggi contrapposti, se non addirittura incomunicabili. Hanno tuttora una posizione diversa rispetto a ciò che è accaduto negli anni Settanta e Ottanta, alle responsabilità nel pinochetismo. Tra i due Cile, poi, è prosperata una zona grigia, spesso silente nei confronti delle violenze del terrorismo di stato.

Il secondo motivo riguarda i processi che si sono aperti in Cile e altrove (alcuni anche in Italia) contro i vertici della dittatura. Una buona parte di Storie ribelli raccoglie articoli e interventi scritti dopo l’arresto di Augusto Pinochet a Londra nel 1998 (in seguito al mandato di arresto internazionale per crimini contro l’umanità emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzon) e il suo ritorno in Cile. Pinochet di fatto non sarà mai processato, e morirà nel 2006. Molti altri processi invece si sono tenuti negli anni successivi e altri sono ancora in corso, tanto da provocare un ulteriore iato temporale tra i fatti di allora e l’accertamento della giustizia.

In tale iato prendono forma gli scritti di Sepúlveda, che ruotano intorno a due punti fermi. Salvador Allende: il presidente democraticamente eletto che avrebbe voluto realizzare il socialismo all’interno delle istituzioni, ancora oggi un modello, proprio quando per molti “socialismo” è una parola inservibile. L’orgoglio di aver fatto parte del Gap, e quindi di essersi schierato dalla parte del presidente insieme a coetanei come Johny.

Luis Sepúlveda, Storie ribelli, a cura di Ranieri Polese, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda, Milano, pagg.300, € 18.Sepúlveda sarà a Roma a Più libri più liberi il 6 dicembre alle 18.30 nella sala la Nuvola

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