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Bibliomani, accumulatori divertenti

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Bibliomani, accumulatori divertenti

I bibliomani sono dei malati. Almeno così si dice. Di certo hanno gli stessi problemi dei giocatori accaniti o degli sciupafemmine; sovente non sono grandi lettori ma soltanto dei maniaci che raccolgono e accumulano, sino a rendere pericolanti le loro case. Possono arrivare a commettere delitti, o comunque azioni descritte nei codici penali.
Le loro biblioteche? L'“Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione”, opera uscita a Venezia tra il 1837 e il 1853 in 15 tomi, alla voce “Bibliomania” le definisce in tal modo: “Assai spesso formano una miscellanea senza disegno e senza scopo determinati, a buona ragione furono intitolate l'ospedale dello spirito umano in delirio”.

Eppure i bibliomani sono divertenti. Siano re o impiegatucci che raggranellano a fatica le risorse per le loro manie. Tra le teste coronate, è bene ricordare Luigi XI di Francia che desiderava ottenere dalla facoltà di Parigi un rarissimo manoscritto in prestito del pensatore persiano Rhazes e, per averlo, dovette depositare a garanzia una somma immensa. Ebbene: il suo tesoriere, per trovare il denaro occorrente, fu costretto a vendere gran parte del vasellame d'argento di sua maestà. Bibliomane il re; bibliomane, a rischio del proprio collo, il bibliotecario.
Bernard-Henri Gausseron, autore di cui non si sa molto se non il fatto che fu un professore universitario buon traduttore di Defoe e Swift, pubblicò nel 1901 in una collezione a tiratura limitata “Bouquiniana. Note e noterelle di un bibliologo”. Di quest'opera è ora apparsa con il testo a fronte, nella versione di Luigi Lunari, la prima traduzione italiana presso l'editore milanese La Vita Felice (pp. 176, euro 11,50).

Dovrebbero leggerla quei medici a cui si rivolgono dei pazienti bibliomani, ma sono anche pagine godevoli piene di citazioni su questa singolare materia. Gausseron sostiene, tra l'altro, che i libri sono preziosi “perché sono amati, di un amore forse un po' complesso, ma che a colpo sicuro possiamo definire amore vero”. Ecco allora il caso di Asselineau, “che si disfece della sua biblioteca per correre dietro a una donna, e che dopo un po' si disfece della donna per rifarsi una biblioteca”. Ugo Grozio, per citare un altro caso, fuggì di prigione “nascondendosi in un baule per i libri”, quasi compensato dal suo affetto, “perché i libri amano chi li ama”.
Gausseron addirittura ventila l'ipotesi, citando Hawthorne, che è meglio sposare i libri, i quali “non civettano, né fingono, non fanno i ritrosi né ti prendono in giro; non si lamentano, dicono le cose, ma si astengono dal farti domande”. Difficile aggiungere altro. Se non la bestemmia che proferì Milton, anzi la scrisse e Gausseron la riporta: “L'uccisione di un uomo e la distruzione di un buon libro si equivalgono”.

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