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Salti mascolini nel grigio

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Gauthier Dance Company

Salti mascolini nel grigio

Lo spettacolo “Uprising”. Foto: Regina Brocke
Lo spettacolo “Uprising”. Foto: Regina Brocke

Chiudere un tragitto artistico -quello di Gigi Cristoforetti e il suo ormai ex- “Torinodanza 2017”, al Teatro Regio, con la Gauthier Dance Company è stato un colpo ben assestato. Il gruppo, inesistente sino al 2007, anno della sua nascita al Theaterhaus di Stoccarda, è esploso nel mondo con la velocità della luce cavalcata dai suoi sedici ballerini. In Italia si è già guadagnato premi (anche assegnati ad uno degli interpreti: l'italiano Rosario Guerra), grazie a coreografie originali come Nijinskij di Marco Goecke, e ad una certa flessibilità nel comporre serate acconce ad ogni occasione.
Per “Torinodanza 2017” ci volevano pezzi forti e firmati e un finale esplosivo. Et voilà. Ecco il virile Uprising (2006) di Hofesh Shechter, un israeliano tuttofare, residente a Londra (sue anche le musiche della pièce) tanto in vista da essersi guadagnato anche la coreografia scaligera di un non lontano Orfeo di Gluck (febbraio). Immerso in un intreccio di potenti luci sempre grigie e a volte torve, Uprising espone sette gagliardi ballerini nel pieno della loro mascolinità, colorata da costumi di strada. Dopo essersi presentati in proscenio, i setti sobbalzano, strisciano a terra, corrono in tondo e si rincorrono nell'ansia, forse, di primeggiare. Ma uno di loro comincia a starsene in disparte; presumibilmente ferito da questo eccesso di esaltazione: viene confortato da un compagno caritatevole.
Mostrare un lato fragile, persino dolcemente amoroso (i due, dopo un paio di abbracci, si baciano) non crea scandalo. Piuttosto, lentamente, si può supporre che il luogo-non luogo dove i sette si trovano a convivere sia una sorta di bunker nel quale muoversi a perdifiato è possibile ma non scappare. Eppure, nel roboante turgore di una musica che difficilmente abbassa i suoi toni, e nell'abbacinate chiarore che d’improvviso acceca anche gli spettatori in un fastidioso ma potente controluce, il gruppo trova la forza di dare immagine al titolo della propria danza, e inneggia alla ribellione, alla rivolta (Uprising, appunto), creando una sorta di tableau vivant “a la Delacroix”, uno sull’altro in verticale, sventolando una piccola ma eloquente bandierina rossa.
Killer Pig, la coreografia che segue, firmata da Sharon Eyal e Gai Behar, altri due israeliani per anni al servizio della Batsheva Dance Company e ora a capo della L-E-V Dance, è apparentemente tutta all’apposto. Questa volta sulla scena spoglia si stagliano sei incantevoli danzatrici in body rosati con parti del corpo scoperte. Al loro primo apparire sembrano educande in cerca di liberarsi da una condizione trattenuta, elegante, - le braccia quasi sempre portate al ventre, una camminata sulle punte dei piedi nudi simile a quelle di possibili geishe occidentali. Seguendo, però, l’esempio di una coraggiosa che per prima si stacca dal gruppo e si slancia in un acrobatico assolo - gambe portate al collo e distorsioni del busto pericolose - le sei si disperdono nello spazio per sfoggiare la seduzione, complice una musica (di Ori Lichtik), che rende sexy il rotare del loro bacino.
Salti accademici, gattonare a terra, accartocciarsi per far combaciare mani e piedi trasformano, in seguito, le sei ex- delicate creature muliebri in virago minacciose. La femminilità ha un tratto forte, mascolino, animalesco e persino feroce. Il quesito freudiano - “cosa vuole la donna?” -, qui sembra precipitare nella consapevolezza di corpi da amazzone, capaci di bellezza e cattiveria, meccanicità e abbandono. Tuttavia, la coreografia, creata nel 2009, appare ridondante di gesti e movimenti. Ribadisce troppe volte, sia pure nel variare delle luci, lo stesso concetto.
A ridestare l’attenzione ci pensa, nel finale, un estratto di Minus 16, uno dei pezzi più celebri di Ohad Naharin e più lontano (è del 1999) dai suoi odierni pensieri di ex direttore della Batsheva Dance Company. È il trionfo di una danza israeliana kibbuz dove donne e uomini in nero, dapprima seduti in semicerchio, buttano le camice bianche e si scatenano anche cantando. Dopo un pas de deux sulle note dello Stabat Mater di Vivaldi, tutti si disperdono tra il pubblico e scelgono chi accetta di esibirsi in coppia per alcuni cha cha cha e per Dance with me, voce di Dean Martin... Quando una radiosa signora in rosso resta sola al centro scena e tutto si placa con i professionisti abbracciati a Chopin, scoppiano applausi più che meritati per un gruppo davvero in grado di interpretare volti diversi della coreografia israeliana con puntiglio esemplare. Di sicuro la Gauthier Dance Company non tarderà a tornare tra noi da quella Germania in crisi, ma non di cultura, danza e nuove compagini coreutiche da emulare.


Gauthier Dance Company, Torinodanza 2017, Teatro Regio, ora Stoccarda e a Berlino con Nijinskij di Marco Goecke in gennaio

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