Domenica

Dossier Interpretazione generosa per Netrebko e Salsi, palco troppo impegnativo …

Dossier | N. 6 articoliLa Prima della Scala

Interpretazione generosa per Netrebko e Salsi, palco troppo impegnativo per Eyvazov

(Ansa)
(Ansa)

Dieci minuti esatti di applausi, tra fiori e addirittura coriandoli sparati dall'alto, come non era mai successo alla Scala, quasi fosse capodanno: così si è concluso ieri sera lo “Chénier” di Umberto Giordano, opera inaugurale fortemente voluta e diretta con esuberanza da Riccardo Chailly, con la regia invece misurata, riflessiva e fitta di interrogativi di Mario Martone, marcata dall'impianto scenico rotante ed esatto come un orologio di Margherita Palli. Mancava al Piermarini da 32 anni e forse non era il titolo più nobile, quanto a partitura e libretto, per una città che per tradizione si vuole quale punto di riferimento per la musica, in Italia, e non solo.

Tribunizio, fittamente intrecciato di tanto, tanto, tanto canto spianato e declamato, questo atteso Sant'Ambrogio ha lasciato anche un po' di amaro in bocca per la scelta forzata di non aver permesso le uscite individuali dei cantanti, a sipario chiuso, come è prassi abituale. L'eccesso di prudenza ha impedito a Anna Netrebko e a Luca Salsi, soprano e baritono, davvero fantastici, di ottenere la giusta dose di applausi, meritatissimi, dopo una interpretazione generosa, completa, fatta di tecnica e di passione. La bolla protettiva era costruita tutta intorno al tenore, Yusif Eyvazov, che debuttava nel ruolo del protagonista, debuttava alla Scala, debuttava sul 7 dicembre: troppe carte, in una volta. Per una voce che non regge il confronto con i precedenti Chénier, delle edizioni storiche, e nemmeno con gli attuali, che cantano il ruolo in questi giorni in piazze non lontane da Milano (Kaufmann a Monaco).

Yusif ha di buono l'innocenza: la candida semplicità da studente con cui sta in palcoscenico. Ha una corretta intonazione, quando deve salire nel registro lo fa con corde salde. Ma gli manca la profondità della voce di tenore. La magia, lo smalto, la varietà di accenti che rendono questo timbro fascinoso, e che soprattutto nel repertorio verista ne giustificano l'esistenza. Il suo Chénier non ha clamorosamente sbagliato nulla. Ma ha reso tutto piatto e piallato. Le oasi topiche, scontornate da Giordano con una precisa intenzionalità espressiva, uscivano compitate con diligenza scolastica. Mai una sorpresa, mai un'emozione, mai un eccesso. Mai un grammo di poesia. Che nel ruolo del poeta rivoluzionario Chénier è ingrediente a dir poco essenziale. La distanza tra il protagonista e gli altri si sbalzava evidente già subito al primo duetto col soprano, Anna Netrebko, dove lei ripeteva le stesse frasi, appena compitate, nel quadro precedente, da lui, e le trasformava facendole lievitare in ogni nota. Con una bellezza di accento, di colore, di mobilità del fraseggio da farci quasi amare quest'opera. Lo stesso effetto magico si ripeteva nel terzo quadro, tutto imperniato nel confronto tra Gérard e Maddalena, ossia tra baritono e soprano: momento di scavo interiore, di duello alla pari tra grandi personalità.

Ma queste sono solo impressioni a caldo, a sipario appena chiuso. Meglio si articoleranno nella prossima recensione sul Domenicale. Per ora teniamo ancora in aria la scia dei coriandoli e la soddisfazione del direttore Chailly, che per ultimo aveva diretto lo “Chénier” alla Scala, nel 1985. E naturalmente quella del sovrintende Pereira, appagato del successo, nutrito di una fitta claque in loggione. Che non ha tuttavia impedito un evidente dissenso, espresso nelle uscite finali. In crescita l'incasso totale della serata, con il numerone di 2.427.840 euro, ottenuto grazie all'aumento dei biglietti, che partivano da 3mila euro a poltrona.

© Riproduzione riservata