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Silenzi della terra di mezzo

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ludovico einaudi

Silenzi della terra di mezzo

Ludovico Einaudi, classe 1955 (foto di Ray Tarantino)
Ludovico Einaudi, classe 1955 (foto di Ray Tarantino)

La musica di Ludovico Einaudi si definisce per assenza. I silenzi sono la tela su cui viene impresso il colore di temi e armonie che sono diventati paesaggi sonori che chiunque, anche chi non ne conosce l’autore, ha ascoltato, o almeno sentito, almeno una volta nella vita; senza questi, la sua musica sarebbe vernice gettata per strada, molto rumore per nulla. O ancora, suoni impastati con gli steroidi, destinati ad evaporare come quasi tutto, in ambito musical. Ma la musica del compositore della terra di mezzo (tra musica colta e popolare, tra passato e futuro) è soprattutto musica della presenza; gli spartiti di album come In a Time laps (2013) ed Elements (2015) sono carta assorbente di quasi tutte le culture musicali del mondo e di riflessioni su arte, psicoanalisi, matematica, geometria.

A Milano, città adottiva del torinese Einaudi e da alcuni anni cantiere diffuso della cultura italiana, il compositore dedica un progetto che è insieme un piccolo festival e una sessione di improvvisazioni lunga dieci giorni, al Teatro Dal Verme; non concerti seriali ma «un laboratorio di esplorazioni. Ogni sera ciascun ospite farà o ha fatto una cosa piccola, con la musica elettronica, quella africana con Ballaké Sissoko, voci recitanti come quella si Kaku Makino, addirittura una giapponese che suona l’acqua, Tomoko Sauvage». Un viaggio di incontri casuali o, addirittura, ancora da fare. Einaudi incontra per la prima volta alcuni dei suoi ospiti direttamente sul palco, davanti agli spettatori. Dopo ogni concerto in Teatro, nelle segrete del Dal Verme (200 posti) dalle 22.45 ciascun ospite presente la sera precedente sul palco con Einaudi, racconterà e improvviserà per il pubblico. Il celebre epistemologo Hans Gadamer, dialogando con curatore H.U. Obrist sul concetto stesso di dialogo, sosteneva che tutto parte da qui, ogni atto creativo è un atto relazionale aperto: «restare in silenzio è un risultato estremamente arduo da conseguire. Rinunciare a questo atteggiamento è certamente la prerogativa ad ogni buon dialogo. Chi comincia a parlare a raffica è esasperante».

Così, la musica delle serate milanesi è musica del dialogo, della relazione e della connessione. Perché pure la musica, per Einaudi, «è un dialogo con se stessi e con la vita. Ed è sempre in corso. E diventa più piena solo nel momento in cui si arricchisce di idee incarnate in altri campi; Elements nasce dall’arte applicata alla scienza». Non è un caso che composizioni di Einaudi vengano utilizzate negli ospedali per processi riabilitativi, o negli spazi destinati alla meditazione; «c’è un potere nella musica che va al cuore della nostra mente e sviluppa benefici». Non più musica da ambiente (che vanta illustri ascendenze, da Satie a Glass, ma anche terribile paccottiglia) ad uso di un ascensore, per arrivare all’ultimo piano, ma musica dell’anima e della mente, per scavare a a fondo. È il potere dell’entanglemnent quantistico e poi della sincronicità teorizzata da Jung, ossia la possibilità che due eventi contemporanei possano essere connessi tra loro, ma non in maniera causale. Concetto che ritroviamo tra i paradigmi dichiarati di Einaudi compositore: «c’è un potere nella musica che va al cuore della nostra mente e sviluppa benefici». Il viaggio non si limita a celebrare con una antologia live trent’anni di carriera, ma ci pone di fronte all’urgenza di cosa sia oggi la composizione musicale.

È un grande talk sonoro, in cui Ludovico Einaudi racconta anche come fa la spesa al mercato delle idee musicali: le sue composizioni nascono durante i suoi concerti nel mondo, raccogliendo idee (ingredienti) che a casa non troverebbe più. «Prima di ogni concerto dedico sempre mezz’ora all’esplorazione di un’idea». Appunti, registrazioni con il telefono di suoni e temi, sono il suo carrello. Soprattutto fotografie, la sua attuale passione personale e in futuro -chissà- anche professionale. Quando torna a casa, non resta che cucinare («il mio minestrone nasce allora, prima ancora di assemblarlo»), solo con ciò che non è andato a male; il più è fatto. Ciò nonostante, Einaudi non ama le spezie, intese come la foglia di fico di molta world music: «non amo il termine, parlerei invece di musica popolare. Che troviamo anche in Stravinsky, Bartòk e Chopin. Dipende da come si fanno le cose, se la world music diventa una spezia, perde di sapore e di significato. Nelle cose, ci vuole approfondimento e partecipazione; a quel punto, se c’è una idea, far vivere le musiche di altri mondi è quasi un dovere». Il prossimo album non sappiamo cosa comprenderà, ma tra le possibilità potrebbe esserci (lo hanno fatto Glenn Gould con le Variazioni Goldberg di Bach, Keith Jarrett con le sonate di Händel e Gidon Kremer, insieme a Jarrett, con il capolavoro sincretico Fratres di Arvo Pärt) un album dedicato alla musica barocca, sempre evocata da Einaudi e ancora non espressa: «potrebbe essere un’idea. Nella musica antica è interessante l’equilibrio tra scrittura e improvvisazione. C’è un tessuto profondo, nella musica barocca, che prevede sempre la possibilità di cambiare strada. Una deriva debordiana: solidità profonda e libertà di azione, sia nella composizione che nell’esecuzione». Ciò che sarà, non tarderà ad essere cucinato, il passato (di verdure) è prossimo. Nel frattempo, mettiamoci in ascolto.

Fino al 17 dicembre Ludovico Einaudi sarà in concerto al teatro Dal Verme (Via S. Giovanni sul Muro, 2, dalverme.org). alle 20 il concerto in teatro, alle 22.45 «Secret show» nell’Auditorium).

Einaudi è accompagnato da Federico Mecozzi (violino), Redi Hasa (violoncello), Alberto Fabris (basso elettrico e live electronics), Riccardo Laganà (percussioni), Francesco Arcuri (chitarre).

Tra gli ospiti, da questa sera, Kazu Makino , Josef Van Wissen, Jean Rondeau, Tomoro Sauvage, Amedeo Pace, Orchestra dei Pomeriggi Musicali, Jonathan Moore).

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